L’anno della Turchia inizia com’era finito il 2016. Dodici mesi di attentati da Istanbul al confine con la Siria

Kamikaze, bombe e azioni coordinate hanno segnato il paese guidato da Recep Erdogan. Centinaia di morti in tutto il paese. Fino all’assassinio dell’ambasciatore russo

L’anno della Turchia inizia com’era finito il 2016. Dodici mesi di attentati da Istanbul al confine con la Siria

Roma. Il 2017 in Turchia è iniziato con l’attacco a colpi di kalashnikov in un night club nella zona europea di Istanbul. Il bilancio, al momento, è di 39 morti e oltre 70 feriti. Ma un po’ tutto il 2016 nel paese di Recep Tayyip Erdoğan è stato così.

L'attentato di Capodanno a Istanbul e la caccia all'uomo in Turchia

Al momento nessuna rivendicazione, ma le piste sono sempre due: lo Stato islamico o il Pkk curdo. L'attentatore era armato di kalashnikov, ma "non era vestito da Babbo Natale", ha detto il premier turco. Almeno 39 morti, 15 sono stranieri - le foto dell'attentato

Il 2016 s’era aperto con la Turchia impegnata in tre guerre contemporaneamente: contro l’Isis, contro il Pkk e indirettamente contro Bashar el Assad, in appoggio ai ribelli siriani. Più una quarta guerra fredda strisciante, per l’abbattimento di un caccia russo al confine con la Siria, il 24 novembre 2015. Già il 12 gennaio, un attentatore suicida affiliato allo Stato islamico, di nazionalità siriana, aveva colpito Istanbul a Piazza Sultanahmet, una zona turistica dove si trovano la Moschea Azzurra, Santa Sofia e l’Obelisco di Teodosio. Tredici i morti, dodici turisti tedeschi e un peruviano; quindici i feriti. Due giorni dopo è invece il Pkk a far esplodere un’autobomba contro la sede della polizia di Cinar, nella provincia di  Diyarbakir: 5 morti e 39 feriti.

 

Il 17 febbraio anche i Falchi per la Libertà del Kurdistan (gruppo scissionista dall’Isis) firmano una strage ad Ankara: trenta morti e sessanta feriti per un’autobomba contro un convoglio di militari e dipendenti civili delle Forze armate in sosta a un semaforo. Le Forze di Difesa Popolare, ala armata del Pkk, rivendicano l’altro attacco che ha luogo il giorno dopo a Diyarbakir, dove un ordigno rudimentale uccide sei soldati e ne ferisce un settimo.

 

Dall’8 marzo l’Isis inizia a bombardare di razzi la città turca di Kilis. Il martellamento va avanti fino all’8 settembre, quando le postazioni dei jihadisti sono investite dall’operazione che le Forze turche hanno iniziato il 24 agosto, entrando in territorio siriano. Il bilancio della battaglia di Kilis è di ventidue civili morti e altri ottanta feriti, mentre sono uccisi cinquantaquattro jihadisti. Nel confuso conflitto in corso nella Siria del nord tra turchi, milizie siriane loro alleate, milizie dell’Isis loro ostili, milizie curde opposte a entrambi, i morti sarebbero già più di duemila.

 

Il 10 marzo si conclude a Sur, presso Diyarbakir, una battaglia tra l’esercito turco e il Pkk che era iniziata il 3 dicembre, provocando la distruzione dell’ottanta per cento dell’abitato, oltre a un numero di vittime variamente stimato tra le venticinque e le duecento. Il 13 marzo, un’autobomba con un kamikaze a bordo esplode in un’importante stazione di bus di Ankara, provocando trentotto morti e centoventisette feriti. Il governo dà la colpa al Pkk, ma l’azione è poi rivendicata dai Falchi per la Libertà del Kurdistan. L’aviazione turca risponde comunque bombardando diciotto postazioni del Pkk nel Kurdistan iracheno. Sei giorni dopo, un kamikaze si fa saltare in aria davanti al palazzo del governatore di Beyoğlu, un distretto di Istanbul. Sono cinque morti e trentasei feriti, in un primo momento attribuiti al Pkk. Ma poi si scopre che l’attentatore è legato all’Isis. Il mese si chiude con l’autobomba fatta esplodere contro un blindato della polizia presso un terminale di bus a  Diyarbakir: sette morti, ventisette feriti. Stavolta l’azione è rivendicata dal Pkk.

 

Il 27 aprile un kamikaze dei Falchi per la Libertà del Kurdistan si fa saltare a Borsa, vicino alla Grande Moschea e a un mercato coperto. Provoca tredici feriti. Il primo maggio, un’autobomba con a bordo un kamikaze dell’Isis esplode di fronte alla sede della polizia nella città di Gaziantep: tre morti, ventitré feriti. Il 10 maggio Diyarbakir un’autobomba fa saltare un veicolo blindato della polizia con a bordo sospetti membri del Pkk arrestati. Sono tre morti e quarantacinque feriti, ma il Pkk spiega che non si è trattato di un attentato: una propria vettura che trasportava esplosivo sarebbe esplosa perché colpita dal fuoco della polizia. Il 12 maggio un camion bomba esplose a Dürümlü, vicino a Sir. Sedici morti e ventitré feriti, l’azione è rivendicata dal Pkk. Il 7 giugno un kamikaze dei Falchi attacca un bus pieno di poliziotti nel centro di Istanbul: tredici morti, cinquantuno feriti. Il giorno dopo un’autobomba è fatta saltare contro una caserma della polizia nella città curda di Midyat: cinque morti, trenta feriti, rivendicazione del Pkk.

 

Ma giugno culmina il 28 con l’attacco all’aeroporto di Istanbul da parte di tre uomini dell’Isis, due con cittadinanza russa e un terzo non identificato. Armati di kalashnikov e imbottiti di esplosivo, provocano quarantotto morti e oltre duecentottanta feriti.

 

E’ a questo punto che il 15 e 16 luglio un gruppo di militari tenta un colpo di stato contro Erdoğan. All’inizio l’azione sembra riuscire, ma il presidente fugge, riuscendo a mobilitare contro i golpisti la polizia, l’intelligence e i militanti del suo partito. Il bilancio in vite umane è di centoquattro morti tra i golpisti e sessantasette tra i lealisti. Una prima conseguenza del fallimento del golpe è un riavvicinamento tra Erdoğan e Putin, che sfocerà nella mediazione congiunta della tregua tra il governo di Assad e i ribelli siriani, annunciata il 29 dicembre. Approvata dall’Onu, l’iniziativa dovrebbe portare a negoziati di pace ad Astana, in Kazakistan. Una seconda conseguenza è un raffreddamento con l’occidente. Una terza sono le massicce purghe contro i gülenisti, accusati di aver tramato il golpe. Col decreto del 22 novembre sono oltre 125 mila i magistrati, insegnanti, militari, poliziotti e altri dipendenti pubblici sospesi dal servizio, e 36 mila di loro sono anche arrestati.   

 

Ma gli attentati continuano. Il 20 agosto un kamikaze dell’Isis su fa saltare durante un matrimonio curdo a Gaziantep, provocando cinquantasette morti e sessantasei feriti. Il 6 ottobre una motocicletta bomba del Pkk attacca una stazione della polizia a Istanbul, facendo dieci feriti. Il 9 ottobre un’autobomba del Pkk attacca una base militare a Şemdinli, facendo sedici morti e ventisette feriti. Il 4 novembre a Diyarbakir un’esplosione uccide undici persone, tra cui due poliziotti. Il 10 dicembre un’autobomba e un kamikaze si fanno saltare in aria davanti allo stadio Vodafone Arena di Istanbul, dove la squadra di casa del Besiktas ha sconfitto 2-1 il Bursaspor in una partita di serie A. Sono quarantasette morti e centocinquantacinque feriti, in un’azione rivendicata dai Falchi per la Libertà del Kurdistan. Il 17 dicembre a Kayseri un’autobomba con un kamikaze, pure dei Falchi, colpiscono un bus carico di soldati, facendo quindici morti e cinquantacinque feriti. Pure il 17 dicembre, uomini mascherati non identificati attaccano sedi del partito pro-curdo Hdp a Istanbul, Darıca, Smirne, Canakkale, Hatay, Ankara e Erzincan. Il 19 dicembre ad Ankara l’ambasciatore russo Andrei Karlov è ucciso da un ex poliziotto membro della scorta di Erdogan che dice di voler “vendicare Aleppo”, e che è poi a sua volta ucciso.

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