Letteratura contro gli ayatollah

In Iran c’è un pezzo di paese che sfugge al regime, in cui le scrittrici guidano le classifiche spiegando perché non è più tempo di rimanere immobili come dei cerbiatti di fronte a un faro

Letteratura contro gli ayatollah

I romanzi in Iran raggranellano una media di 5 mila copie vendute, ma le scrittrici più amate superano facilmente le 100 mila. E tra i lettori ci sono anche molti uomini (foto LaPresse)

L’Iran per le donne è come una piscina fresca in una giornata d’estate. Fa caldo, l’acqua ti chiama, vorresti tuffarti, ma resti al di là di un cancello, a spiare i maschi che nuotano. Ti descrivono così i giornalisti stranieri che arrivano, partono e ti chiamano vittima, quelli che ti classificano a seconda del velo che porti, senza sapere che in Iran tutto è ambivalente, dentro ogni verità ha messo radici una bugia e tu la abiti come se indossassi scarpe troppo strette o troppo larghe, sei scomoda, ma ti ci abitui, cammini lo stesso. Hai imparato a mentire a scuola, alle maestre che ti chiedevano se i tuoi genitori frequentavano la preghiera del venerdì e alle compagne che si informavano se avevi un fidanzato. A poco a poco hai assorbito le regole del gioco. Ti sei accorta che, intorno a certe linee rosse, si può anche danzare e, all’insegnante che esigeva il tuo compito di algebra, hai detto che è morto tuo fratello, è diventato uno shahid, un altro martire della guerra Iran-Iraq, è volato in Paradiso dall’Imam Hussein, beato lui, ma il dolore ti ha risucchiato in un vortice, non sei riuscita a concentrarti sulle equazioni. La tua performance da Actors Studio è stata accolta con un mormorio, in classe sanno tutte che non hai un fratello, lo sa anche la maestra che ha storto gli angoli della bocca mentre guardava la tua faccia da schiaffi e poi ha fatto finta di niente.

 

Ti è andata bene anche quando, una notte, insieme a un gruppo di amiche hai scavalcato la recinzione di metallo intorno alla piscina condominiale. Ti sei sfilata il foulard e ti sei tuffata, una, due, tre bracciate e poi sei corsa a casa ridendo, con i pantaloni che gocciolavano, e hai ballato “Billie Jean”, davanti allo specchio, con il sapore del cloro ancora sulle labbra. Come te, ogni ragazza in Iran, prima o poi, si trova davanti un cancello da espugnare, perché non importa che posizione occupi nella scala sociale del regime, arriverà il momento in cui qualcuno ti dirà cosa studiare, dove lavorare, chi sposare, come pregare, e tu dovrai decidere se tuffarti nella piscina. Sono guerre quotidiane quelle delle ragazze iraniane, racconta Nazila Fathi, ex corrispondente del New York Times a Teheran, nel suo libro “The lonely war”. A quindici anni, la felicità per Fathi è portare a scuola una cassetta di Bon Jovi avvolta nella carta argentata, tra i panini nel cesto della merenda. Poi cresce, il primo appuntamento con l’uomo che sposerà finisce in commissariato perché lui ha trascorso undici anni all’estero e quando i bassiji li fermano, in cima a una collina e gli gridano: “Bastardo!”, con le luci di Teheran che brillano sotto di loro, il futuro sposo impallidisce e balbetta la verità. Non sono sposati, non sono nemmeno fidanzati. E’ il loro primo pic-nic. Cinque anni dopo sono marito e moglie, arrivano due figli e Fathi lavora per il New York Times.

 

L’inglese è il suo passaporto per il mondo. Inizia come interprete per i giornalisti di passaggio e si rende conto che scrivere è il suo modo di dare senso e ordine alle cose. Scrive quando scopre che la tata è un’informatrice dei servizi di intelligence dei pasdaran, scrive nell’estate del 2009 quando l’avvisano che i cecchini hanno l’ordine di spararle e continua a scrivere anche adesso che è lontana da Teheran e non riesce a smettere di pensare al riflesso delle montagne sulla superficie della sua piscina. “Per restare vivi dovete uccidere il silenzio”, recita un verso di Simin Behbahani, l’Anna Akhmatova persiana, ed è l’inno di una nuova stupefacente generazione di scrittrici, protagoniste di un rinascimento letterario iraniano che, da quindici anni, è molto più di un’ avanguardia. Tra il 1930 e il 1960 le donne che pubblicavano libri in Iran erano appena una dozzina (nello stesso periodo si contavano almeno 270 scrittori maschi), appartenevano a famiglie agiate, spesso aristocratiche, avevano avuto la possibilità di studiare, viaggiavano ed erano considerate “irregolari”, mosche bianche da guardare con sospetto. “C’è stato un tempo in cui le scrittrici erano costantemente in conflitto con la società – ha detto a Fathi il critico letterario Majid Eslami – ma ora essere una donna che scrive è un valore. Le scrittrici sono diventate le icone dei loro lettori’’.

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Sono i libri scritti da donne quelli che conquistano i premi letterari e dominano le liste dei bestseller e, mentre i romanzi, in Iran, raggranellano una media di 5 mila copie vendute, le scrittrici più amate superano facilmente le 100 mila. La talentuosa Zoya Pirzad, molto amata in Francia e tradotta anche in italiano, sfiora le duecentomila copie, il primo successo di Fataneh Haj Seyed Javadi, “Bamdad khomar”, pubblicato per la prima volta nel 1995, è alla quarantasettesima ristampa, “Sahm-e-man” di Parinoush Saniee (uscito anche in Italia da Garzanti con il titolo “Quello che mi spetta”) è alla quattordicesima. Altre autrici – come Goli Taraghi, Shahrnush Parsipour, Fariba Vafi, Bahiyyih Nakhjavani, Mahsa Mohebali – sono state celebrate anche in Europa e il Monde sottolinea che la caratteristica più interessante di questa valanga femminile, variegata per generi e ambientazioni, è che la scrittura non sia più un lusso accessibile a poche. Fariba Vafi, per esempio, è una casalinga, non ha mai frequentato l’università e non proviene da una famiglia con velleità intellettuali. Quando era una ragazzina, ogni due mesi attraversava i 630 chilometri che separano Teheran dalla città natale di Tabriz per mostrare i suoi racconti a un insegnante di letteratura. “Dovevo costantemente litigare con mio marito – spiega in un’intervista – diceva che raccontare storie non è una professione”. Nel frattempo è arrivata la rivoluzione, Vafi è diventata madre di due bambini, ha lavorato come operaia in una fabbrica di abbigliamento, a Tabriz è stata una guardia carceraria, a Teheran è finita in un centro di addestramento per le guardiane della moralità femminile e dentro ogni esperienza ha trovato qualcosa da raccontare. Scrive con ironia e disincanto di famiglie dilaniate da verità non dette e sogni di fuga all’estero e da se stessi e punta un riflettore sulle donne che vivono odiando altre donne, quelle sui camioncini per cui qualcosa di te è sempre sbagliato.

 

Sono le guardiane dell’ortodossia rivoluzionaria, sbucano all’improvviso, gridano: “Aggiustati il velo!” e ti strofinano un dito sulle labbra per minacciarti con una traccia del tuo rossetto. Vafi le racconta in “Tarlan” (tradotto in tedesco nel 2015) e la sua voce le riumanizza. A un certo punto la sua protagonista dice: “Meglio una stazione di polizia che niente”, e ha già smesso di essere una nemica, hai imparato tanto cose di lei, anche che avrebbe voluto essere una scrittrice e ti accorgi che quasi inizia a piacerti, perché la poliziotta non realizza il suo sogno, ma resta vitale, in fondo è anche lei una sopravvissuta. E’ la stessa qualità che scorre nella voce delle donne di Shiva Arastui. “Sono stata coinvolta in una rivoluzione – annuncia una delle sue voci narranti – sono stata una studentessa, ho frequentato l’università, nelle piazze, mi sono mescolata ai ragazzi della mia età e non ho trovato il tempo per rimanere a casa”. Potrebbe essere questa la dichiarazione di intenti della rivoluzione delle parole che sta trasformando l’Iran, scrive Farzaneh Milani nel suo “Words not swords” (“Le mie poesie sono le mie spade” recita un verso di Behbehani). “Una donna – scrive Milani, studiosa tra le più acute e sensibili della letteratura iraniana – non ha solo bisogno della stanza tutta per sé che invoca Virginia Woolf, ma anche della libertà di poterla lasciare e di tornarci quando lo desidera”. Ed è la possibilità di muoversi indipendentemente, di entrare e uscire fisicamente e metaforicamente dall’andarouni, la parte più privata delle case persiane, quella a cui gli estranei non possono accedere e varcare i confini del birouni, la parte più esterna, in cui si accolgono gli ospiti, il vento che soffia nelle vele delle scrittrici che stanno segnando la letteratura e la società iraniana.

 

Per chi giudica Teheran dai suoi governanti non cambia mai niente, i carcerieri buoni si alternano a quelli cattivi e l’Iran resta sempre lo stesso, ma basta guardare più a fondo, basta prendere in mano un romanzo per rendersi conto che non grazie alla politica, ma a dispetto della politica, una rivoluzione culturale sta ridefinendo gli equilibri tra grandi e piccoli, uomini e donne, madri e figlie. Seguite la donna che legge troppo di Bahiyyih Nakhjavani o le sciamane di Shahrnoush Parsipour: vecchie tate, vedove e insegnanti che corrono sotto la pioggia e mettono radici in un giardino, oppure prostitute in metamorfosi che diventano mogli, madri e poi fiori di lillà, o ragazze che non si sono mai arrampicate sugli alberi per paura di “strappare la tenda” e invece scoprono che la verginità non è un velo che quando cade ti annienta. “ Ma cosa dici? – dice un’amica a un’altra – E’ un buco. Prima è piccolo e poi si allarga”. Ma è solo misurando la distanza tra le eroine di Parsipour e l’immagine della donna ideale nella letteratura persiana che si apprezza quanto siano singolari e addirittura sovversivi questi caratteri femminili.

 

Una delle parole che ricorre più spesso in farsi per definire una signora degna di questo nome è sangin-e-samet, una persona solenne e silenziosa, che appare, scompare e non si fa notare. Una donna richiusa su se stessa, tutta modestia e discrezione. Per un uomo, invece, non c’è peggior offesa che essere descritto come un zan-zalil, un uomo dominato da una donna. Per squalificare una ragazza da un progetto matrimoniale invece, è sufficiente insinuare che sia una zan-e-zaban-deraz, una donna con la lingua lingua, perché quelle che non tengono la bocca chiusa sono impiccione, zingare, virago. Nei classici della letteratura le donne appaiono come cerbiatti paralizzati dai fari di una macchina. Sono eroine che non si muovono, belle di una bellezza dolce, mite, e addomesticabile. Donne che sanno che è disidicevole parlare d’amore e quando il lettore scopre un segreto è perchè ha rubato un sussurro alle orecchie di una balia, oppure al vento. Tahirih Qurratul Ayn, la prima donna che si è tolta il velo in pubblico, nel 1848, era una poetessa e tutti i suoi versi alludono all’impossibilità di rimanere ferma. Attraversa l’Iran a cavallo, o sul dorso di un mulo. Studia teologia, insegna a leggere alle analfabete. Tutta la sua vita è una sfida alle convenzioni e, quando si palesa in mezzo ad una tenda, unica femmina tra 81 maschi, scoppia un pandemonio, gli astanti si coprono gli occhi, tremano, gridano “eretica”, un uomo si taglia la gola. Tahirih viene braccata, nel 1852 la uccidono, ha 36 anni e mai nella sua vita ha domandato di essere accettata: si è semplicemente appropriata di una spazio che le era negato. Si è tuffata nella piscina.

 

Nelle pagine degli scrittori iraniani più importanti del Novecento, le donne sono una presenza problematica. Capolavori come il “Gufo cieco” di Sadegh Hedayat o “Il principe” di Hushang Golshiri grondano nostalgia per il tempo in cui le donne stavano al loro posto. Nel “Principe”, l’erede di una dinastia in decadenza sposa una donna bella, elegante e riflessiva, che indossa guanti di pizzo e gira sempre con un libro tra le mani. Il principe è innamorato della moglie anche se lo fa soffrire con il suo sarcasmo. Nel grande salone con i ritratti di famiglia alle pareti lei allude di continuo alla grandezza degli avi e alla debolezza del principe. Lei legge attraverso un paio di occhiali con le lenti spesse e, quando si volta a guardarlo, lui è certo che veda solo i suoi fallimenti, finché un giorno, la sua voce e i suoi occhi condiscendenti gli diventano insopportabili. Il principe di ribella. Costruisce un muro intorno alla casa, taglia i fili del telefono e chiude la moglie a chiave. Lei si consuma e poi muore e lui, travolto dal rimpianto, costringe la cameriera a indossare i suoi abiti e i suoi gioielli. Può e deve prendersi tutto – insiste il principe con la cameriera – tutto, tranne gli occhiali, ma la ragazza non resiste, inforca le lenti della moglie del principe e divora i libri proibiti, finché lui la scopre, brucia ogni pagina e, in un crescendo di follia, scompare anche la cameriera. Nella grande casa vuota restano il principe, immobile dentro una vecchia poltrona, e un autista su una sedia a rotelle.

 

Non c’è migliore illustrazione dell’epilogo del “Principe” per descrivere il disagio degli intellettuali dell’epoca di Golshiri e Hedayat: fustigatori delle ingiustizie sociali profondamente ambivalenti, però, dinnanzi alle conquiste delle loro contemporanee. In un trattato del 1962, Gharbzadegi, lo scrittore Jalal-e-Ahmad descrive l’Iran come una nazione malata d’occidente, un morbo che ha eroso anche l’autenticità delle donne iraniane che si fanno largo con le facce truccate e le teste vuote, come se la fine della segregazione sancita dai Pahlavi, nel 1936, non significasse anche altro, per esempio, permettere a sua moglie, la scrittrice Simin Daneshvar, autrice di “Savushun”, il primo romanzo scritto da una donna in Iran, di trasferirsi da sola da Shiraz a Teheran, ottenere nel 1949 un dottorato in letteratura, sposare un uomo incontrato su un autobus (lo stesso Jalal-e-Ahmad), insegnare, mantenersi e frequentare un corso di scrittura creativa a Stanford. In Iran, negli anni Cinquanta e Sessanta, dentro gli uomini moderni che pendevano dalle labbra di Sartre e Camus c’erano ancora tanti piccoli censori a disagio con la libertà, e quando la poetessa Forough Farrokhzad irruppe sulla scena letteraria scrivendo versi, in prima persona singolare, come: “Ho peccato circondata da braccia/ che erano calde e vendicative come il ferro”, nella redazione della rivista Rowshanfekr piovvero lettere di maschi indignati da tutto il paese, perché nessuna prima di lei aveva mai osato tanto.

 

Forough fu insultata e snobbata, dissero che era pericolosa, promiscua, una matta e, dopo la Rivoluzione islamica, le sue raccolte furono bandite. E’ morta nel ’67 a trentadue anni e non ha mai saputo di essere diventata una figura di culto, l’equivalente di un rock star letteraria. Nell’Iran dei mullah che un tempo firmavano petizioni contro di lei, i versi di Forough, risuonano sulle bocche di tutti, non perché, tutto a un tratto, gli eredi di Khomeini siano rinsaviti, ma perché nel frattempo sono cambiati gli iraniani. E se c’è una moltitudine di donne che scrivono c’è anche una moltitudine di uomini che le leggono. Alcuni analisti attribuiscono alla Repubblica islamica meriti che non ha: sostengono che, coprendole, ha liberato donne che, senza velo, sceglievano la segregazione piuttosto che la luce del giorno, ma è una considerazione che vale solo per alcune e, non tiene conto del fatto che quello che ha trascinato le iraniane nel mondo sono stati gli otto anni di guerra con l’Iraq. Gli uomini erano al fronte, c’erano uffici da far funzionare, fabbriche che non dovevano chiudere e, all’improvviso, le donne furono indispensabili al regime. “Poi, quando finì la guerra – spiega l’editrice Goli Emani – molte di quelle donne trovarono il coraggio di raccontare le loro esperienze”. “Non c’è speranza per un cuore che brucia con la febbre dell’usignolo”, dice una poesia di Osip Mandel’stam. E’ la malattia dei poeti e il suo sintomo è l’impossibilità di smettere di cantare. Canti perché non puoi farne a meno, canti anche se potrebbe ucciderti. Secondo Mandel’stam non c’è luogo in cui questa febbre sia più diffusa che in Russia, ma forse non conosceva l’Iran.

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