“Non è istituzionalizzando l’islam che eviteremo attentati”

Lorenzo Vidino, esperto di estremismo a Washington: “Più intelligence contro lo Stato islamico in Europa”

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Forze di polizia a Berlino (foto LaPresse)

Lorenzo Vidino è il direttore del programma sull’estremismo della George Washington University, nonché uno dei massimi esperti italiani di terrorismo islamico. Tra i suoi numerosi interessi accademici c’è quello del jihadismo autoctono in Italia, su cui ha compiuto un’approfondita ricerca. Il caso Amri e i recenti attentati in Europa hanno riproposto la domanda sulla sicurezza dell’Italia, finora graziata dagli eccidi di massa di Stato islamico e affiliati. La sparatoria di Sesto San Giovanni solleva quesiti sul destino del paese, sulle sue capacità di reazione e di prevenzione. Dopo Mohammed Game, il libico che colpì una caserma di Milano nel 2009, secondo Vidino si è visto il vero jihadismo autoctono, “in aumento ma ancora in fase embrionale rispetto agli altri paesi europei, su cui abbiamo 10-15 anni di ritardo”. Ora ne emergono solo alcune dinamiche. “Una scena italiana sul web c’è – racconta al Foglio – solo che ha dimensioni minori rispetto all’estero”. Un fenomeno che viene monitorato e fermato prima che si facciano danni veri. “Si tratta prevalentemente di immigrati di prima generazione nati e cresciuti altrove, ma ci sono anche convertiti e seconde generazioni, come i foreign fighters italiani in Siria”, spiega l’accademico. “Stiamo vivendo una fase di passaggio. Ci sono processi socio-demografici ancora in corso, e le seconde e terze generazioni sono ancora molto ridotte nei numeri.

Inoltre mancano le ‘comunità insulari’ che ci sono in altri paesi”. Il terrorismo non colpisce anche grazie alla risposta italiana. “Esiste, dato importante, un approccio muscolare ma efficace dell’apparato antiterrorismo – dice Vidino – in Europa c’è generalmente un germe che infetta i soggetti circostanti in un gruppo, ad esempio imam o personaggi carismatici. In Italia questi personaggi vengono neutralizzati, spesso tramite espulsioni, uno strumento molto efficace che l’Europa ci invidia”. Il ricercatore pensa che il tentativo di “istituzionalizzazione” dell’islam e l’inserimento degli imam nelle carceri proposti dall’ex ministro dell’Interno Alfano non basti: “Non ci possiamo illudere che sia una soluzione definitiva. Paesi con islam istituzionalizzato sulla carta come ad esempio l’Austria, non sono stati in grado di prevenire la radicalizzazione: lì c’è stato un pieno riconoscimento del ruolo sociale dell’islam con una nuova legislazione, per cui gli imam devono parlare in tedesco ed è stato creato un corso teologico all’Università di Vienna, ma non è bastato a frenare le partenze verso la Siria. Ovviamente non significa che maggior dialogo, inclusione e regolamentazione con le comunità islamiche non aiutino, tuttavia non risolvono tutto”. Vidino ha presieduto il tavolo del Viminale sulla radicalizzazione, che si occupa anche di carceri, uno dei luoghi più fertili per gli estremisti: “Il trend rispecchia la realtà italiana – continua – il problema esiste ma non ai livelli degli altri paesi europei.

 

Cosa deve fare l’Europa per dotarsi di una sua (necessaria) Guantanamo

Solo quando sarà realizzata una vera unione politica degli Stati Europei saranno possibili predisposizioni del tipo di quelle rappresentate da organismi carcerari di tipo comunitario

 

La popolazione musulmana nelle carceri è sproporzionata, ed esistono fenomeni di radicalizzazione con mini-blocchi di persone che si isolano dagli altri detenuti. Si parla di qualche centinaio di soggetti monitorati dal Dap, mentre in Francia sono migliaia. Non si può riuscire a controllare e prevenire tutto, rispettando le libertà civili e considerando che dietro le sbarre molti parlano in arabo”. Il terrorismo in Europa pare prendere sempre più la strada di quello palestinese, con attacchi operati da singoli e con organizzazione e armamenti relativamente ridotti. Secondo l’accademico, normalmente ci sono due dinamiche: “Ora stiamo vivendo una fase principalmente spontaneista con punte di organizzazione. Il metodo principale è un messaggio ‘urbi et orbi’ da parte dell’Isis con vaghi suggerimenti su come attaccare e alcuni soggetti senza affiliazione formale che decidono obiettivi e strumenti. Questa è la dinamica comune che continueremo a vedere nei prossimi mesi, con la crisi dello Stato islamico e la sua perdita di territorio, che compromette la calma operativa che permette di organizzare attacchi”. Tuttavia “esistono eccezioni come Parigi e Bruxelles, dove cellule addestrate in Siria utilizzano esplosivi e armi, pur con alcuni errori, e attaccano seguendo un piano organizzato. La fine dell’Isis aumenterà gli attacchi spontaneistici ma anche il numero di gruppi addestrati che cercheranno di tornare in Europa”. Al loro ritorno troveranno un’Ue che fatica sempre di più a gestire le proprie frontiere e a dare un orizzonte coerente alle sue politiche di sicurezza interna. “Qualche miglioramento c’è stato, c’è però ancora la riluttanza a creare una vera intelligence a livello europeo” sottolinea. “Parte del problema è prettamente “statale” ossia di quantità di risorse devolute all’intelligence. Ci sono paesi che di fronte a una minaccia enorme non hanno devoluto risorse necessarie come il Belgio, o non hanno strumenti giuridici adeguati, come la Germania”.

I summit post attentato, però, hanno partorito almeno qualche topolino: “A livello europeo ci sono stati piccoli passi avanti: cinque anni fa Europol era una barzelletta per la mancanza di strumenti giuridici, ora sta diventando un’organizzazione più operativa. Il passo necessario è trasformarla in una sorta di Fbi che abbia un mandato operativo e non sia solo una banca dati. Manca la volontà politica”. Il problema della sicurezza è poi strettamente intrecciato con la capacità di gestire e controllare i flussi migratori. Rileva Vidino che “gli attentati di Berlino, Parigi e Bruxelles, pur con dinamiche diverse, portano alla luce le falle del sistema europeo: si entra e si esce come si vuole e ci sono difficoltà a espellere”. La storia di Anis Amri è lo specchio di questa situazione, dall’ingresso illegale alla radicalizzazione in carcere, dall’attentato in stile “lone wolf” alla fuga passando per tre paesi europei. Fino al piazzale della stazione di Sesto San Giovanni.

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