Così la guerra in Siria mette a nudo le debolezze della Russia

I timori sull’aereo precipitato, la pista diplomatica autonoma con i ribelli, l’ira per Palmira e l’imbarazzo della portaerei Kuznetsov

Daniele Raineri

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Siria Russia

Il primo ministro russo Dmitry Medvedev e i membri del governo osservano un minuto di silenzio in memoria dell'aereo precipitato (foto LaPresse)

Roma. I media di stato russi come Russia Today e Sputnik tendono a proiettare un’immagine di invincibilità quando trattano l’intervento militare della Russia in Siria cominciato nel settembre 2015, ma non è così. Il paese mediorientale è uno dei teatri di guerra più pericolosi al mondo e le forze russe hanno limiti strutturali che a volte vengono fuori in modo inaspettato e disastroso, come nel caso del Tupolev 154 caduto nel Mar Nero dopo due minuti di volo la mattina di Natale con novantadue passeggeri a bordo – tutti morti. L’aereo trasportava verso la base siriana dell’aviazione russa vicino Latakia il coro dell’Armata rossa, che incarna una tradizione musicale guardata con affetto e rispetto in tutto il mondo, e questo contribuisce ad amplificare la notizia della sciagura. Per i media russi ci sono soltanto due spiegazioni possibili, un guasto tecnico o un atto ostile, ed entrambe scoprono il fianco a critiche. Se si è trattato di un guasto tecnico allora potrebbe essere legato al fatto che il Tupolev decollato da Mosca – con una tappa a Sochi – era entrato in servizio nel 1983 e quindi era ormai obsoleto (le linee aeree di solito calcolano il tempo di servizio utile dei loro aerei tra i dieci e i vent’anni, non oltre i trenta) e se invece si è trattato di un sabotaggio lo scenario è anche peggiore, perché ci sarebbe stata una falla nei servizi di sicurezza in campo militare – quasi impensabile.

 

 

Nel lutto russo per il disastro aereo c’è una ferita al cuore della diplomazia di Mosca

I ricordi strazianti delle vittime del Tupolev precipitato con a bordo parte del coro dell'Armata rossa, a pochi giorni dall’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia

 

L’anno scorso un volo charter con passeggeri russi è stato distrutto da una bomba nascosta a bordo sopra la penisola del Sinai da un infiltrato dello Stato islamico, ma era partito dall’aeroporto turistico egiziano di Sharm el Sheikh. Che la Russia voglia esporsi meno di quanto si pensi alla guerra civile siriana perché ne teme i pericoli intrinsechi è confermato dal fatto che segue una pista diplomatica sua per arrivare a un accordo con i gruppi ribelli, ed è una linea che non condivide con gli alleati, l’Iran e il governo siriano. In questi giorni ci sono negoziati molto discreti nella capitale turca, Ankara, per convincere la fazioni dell’opposizione armata a un cessate il fuoco generale, che non include il gruppo Jabhat Fateh al Sham (erede di Jabhat al Nusra, divisione siriana di al Qaida). Questa trattativa non coincide con la visione del presidente siriano Bashar el Assad, che ha promesso la riconquista “di ogni centimetro del paese”, ma è chiaro che una tregua – invece che la prosecuzione della guerra nelle zone ancora in mano ai gruppi armati, come Idlib e la campagna a est di Damasco – sarebbe molto utile anche ai russi, che in questo momento non riescono a coprire tutti i fronti.

Da poco hanno perso la città-simbolo di Palmira, dove a maggio avevano portato un’orchestra sinfonica a suonare per celebrare la vittoria della civiltà contro la barbarie dello Stato islamico. Palmira è tornata nelle mani del gruppo terrorista per un problema semplice, l’over–stretching: i russi non possono rimediare ovunque alle mancanze dei militari siriani. La ridotta guarnigione lasciata a guardia della città è riuscita a sottrarsi per un soffio alla cattura e il capo dei parà russi, Sanal Sanchirov, è stato ucciso in combattimento. Che i russi abbiano aperto una linea di trattativa con i gruppi ribelli è confermato anche dal finale della battaglia di Aleppo: il loro accordo è stato cambiato, dopo la firma, per mano degli iraniani che non erano soddisfatti e hanno aggiunto richieste. Così la guerra in Siria mette a nudo la fragilità russa – anche se il termine può suonare anomalo. Dai missili balistici Kalibr lanciati dal Mar Nero che finiscono per errore in Iran (4 su 26 secondo il Pentagono, i russi negano indignati) alla missione imbarazzante della portaerei Kuznetsov, che doveva fare da base di decollo per sei bombardieri davanti alle coste siriane ma due sono già caduti in mare, fino al video recente del missile strategico S-300 che brucia sul posto invece che decollare, i russi hanno più problemi tecnico-politici di quanti ne ammettono. 

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