Nel lutto russo per il disastro aereo c’è una ferita al cuore della diplomazia di Mosca

I ricordi strazianti delle vittime del Tupolev precipitato con a bordo parte del coro dell'Armata rossa, a pochi giorni dall’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia

Nel lutto russo per il disastro aereo c’è una ferita al cuore della diplomazia di Mosca

Il coro dell'Armata rossa con Toto Cotugno al Festival di Sanremo del 2013 (foto LaPresse)

Milano. Ora la spaccatura passa tra chi piange George Michael e chi il coro dell’Armata Rossa. L’opinione russa si divide di nuovo, mentre il lutto ufficiale indetto da Vladimir Putin per i passeggeri del Tupolev-154 precipitato nel Mar Nero il giorno del Natale – il “Natale cattolico”, come viene chiamato in Russia, dove la Natività si festeggia secondo il calendario giuliano della chiesa ortodossa di Mosca, il 7 gennaio – interrompe per un giorno la frenesia prefestiva dei regali e delle feste per bambini. I giornali e i tg traboccano di strazianti ricordi delle vittime del disastro, dal generale Valery Khalilov, il direttore dell’orchestra dell’esercito, celebrato per aver riportato nella parata sulla piazza Rossa la “Guerra sacra”, solenne marcia simbolo della resistenza ai nazisti, alla bionda ballerina 25enne Daria Trofimova, che è volata in Siria “soltanto per un’oretta di concerto” contro il parere del marito, che la voleva accanto alla bimba di tre anni e non in una zona di guerra. I social degli oppositori piangono Elizaveta Glinka, la “dottor Liza” che ha aiutato malati terminali e senzatetto, bambini perduti e dissidenti, un’eroina della Russia non allineata, che tra lo sconcerto di molti ha esteso il suo impegno anche in Siria, in un’inevitabile collaborazione con il regime.

 

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Il disastro dell’aereo con a bordo il miglior coro del paese, più una manciata di giornalisti televisivi famosi e alti ranghi dell’esercito, è il secondo choc che l’opinione pubblica russa vive in una settimana, dopo l’omicidio dell’ambasciatore russo in Turchia. E il lutto non riesce a essere nazionale, viene diviso per appartenenza politica. Difficile trovare una tragedia più simbolica degli artisti che volano in Siria per sostenere “i nostri ragazzi” e festeggiare la “Aleppo liberata”: una mossa di soft power che doveva celebrare il nuovo ruolo della Russia, e non a caso a bordo c’era anche il capo del dipartimento della Cultura del ministero della Difesa Gubankov, l’autore della canzone “Uomini educati” che celebrava gli “omini verdi” dell’annessione della Crimea. L’esecuzione dell’ambasciatore Karlov ha colpito al cuore la diplomazia di Mosca che si preparava a negoziare con turchi e iraniani una soluzione del conflitto siriano che l’avrebbe consacrata player autonomo e alternativo in medio oriente.

 

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Poco più di un anno fa le annunciatrici tv russe con un sorriso aggiungevano alle previsioni del tempo anche il bollettino per la Siria. Anche il concerto trionfante di Valery Gerghiev nella Palmira liberata è stato oscurato nelle news dalla perdita della città, e i militari russi non sono riusciti a nascondere il disprezzo per i colleghi siriani fuggiti al primo segno di pericolo. La guerra in Siria non è stata una passeggiata, la Crimea oggi non è più vista come un guadagno, ma un costo, e dai sondaggi di fine anno del Levada-Zentr arriva una sorpresa: al primo posto negli eventi memorabili del 2016 i russi, con una maggioranza del 30 per cento, hanno collocato l’aumento dei prezzi e la svalutazione del rublo. La Siria è solo al quarto posto, dopo la vittoria di Trump e le Olimpiadi di Rio, e la guerra nel Donbass fa da fanalino di coda. La popolarità di Putin resta a livelli altissimi, intorno all’85 per cento, ma l’impressione è che l’equazione “meno ricchezza, ma più gloria” non funzioni più. “Il militarismo e l’espansionismo spaventano, e la gente non vuole avere paura, e inizia a trovare ingiusto che vengano spesi soldi per conquistare posti lontani dai nomi esotici, mentre in patria chiudono gli ospedali”, commenta a Gazeta.ru la politologa Ekaterina Shulman, dell’Istituto delle scienze sociali dell’Accademia dell’amministrazione dello stato. Essere grande potenza ha un prezzo.

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