Nella lotta Rajoy-Aznar c’è il paradigma della destra europea

Il vecchio leader del Partito popolare rompe in polemica con il premier spagnolo. Tecnocrazia contro ideologia e culture war

Eugenio Cau

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Nella lotta Rajoy-Aznar c’è il paradigma della destra europea

Mariano Rajoy con José María Aznar (foto LaPresse)

Roma. Era l’estate del 2003 quando José María Aznar, allora primo ministro spagnolo del Partito popolare, alzò il dito su Mariano Rajoy, il suo numero due al governo, impacciato e leale hidalgo galiziano. Aznar era al culmine del suo potere, e sancì la forza imperiale della sua carica scegliendosi il successore fra tre candidati con il “dedazo”, la scelta con il dito, pratica popolare in certe dittature latinoamericane. Niente primarie o congressi, non ce n’era bisogno. Quando l’indice di Aznar finì su Rajoy, il primo ministro aveva una visione in testa, come l’ha sempre avuta. Scegliere il più fedele dei suoi collaboratori – quello che ha curato le sue campagne elettorali, che non ha mai levato una sola voce dissenziente contro di lui, che non ha mai davvero mostrato desiderio per la successione, che sembra quasi più contento nell’ombra, al suo posto di numero due – significava perpetuare la sua eredità. “Spero di aver scelto per il bene del Pp e per il bene della Spagna”, disse Aznar. Si sbagliava, e da quel giorno il grande rifondatore della destra spagnola non ha fatto che rimpiangere la sua scelta del 2003. Questa settimana, tredici anni dopo, Aznar ha infine rotto i legami con Rajoy e con quel Partito popolare che lui più di ogni altro ha contribuito a portare al successo, dimettendosi con polemica malcelata dalla carica di presidente onorario del partito, detenuta fin dalla fine del suo mandato. Rajoy non solo si è rivelato molto meno leale di quanto sperasse Aznar, ma in poco tempo ha dimostrato di essere il suo complementare e opposto, l’altra faccia della luna, tanto che nella contrapposizione dei due leader del conservatorismo spagnolo si può vedere il paradigma di una divisione che ha solcato tutta la destra europea nell’ultimo decennio.

 

Aznar è stato definito molte volte come un martello pneumatico. Impulsivo, viscerale, un castigliano di sangue focoso. Soprattutto, un ideologo, uno con una visione chiara della Spagna e del mondo. Aznar non si è mai sottratto alle culture war, e anzi ha incendiato la Spagna con le sue battaglie valoriali. Rajoy invece è nell’animo un tecnocrate purissimo, l’ultimo in Europa, sebbene sia un politico di professione. E’ anti ideologico per principio, pensa che un’idea sia giusta o sbagliata per sé, e soprattutto è uno che ha fatto della flemma la sua cifra politica. Rajoy ha ottenuto il suo primo mandato da premier nel 2011 dopo aver attraversato otto anni di zapaterismo fermo al suo posto, fendendo i tentativi di disarcionarlo e aggrappandosi all’apparato. Ha ottenuto il suo secondo mandato a ottobre di quest’anno aspettando per dieci mesi che i partiti avversari crollassero gli uni sugli altri, senza muovere un muscolo mentre Aznar, dalle colonne dei giornali e dai simposi di Faes, il think tank da lui creato, lo pungolava e lo esortava all’azione. Rajoy è la destra di Angela Merkel, pragmatica e attendista (non è un caso che i due leader siano in ottima sintonia); Aznar era la destra ideologica e irruente di George W. Bush, con cui l’allora premier spagnolo si imbarcò in quella guerra in Iraq che costò al Pp le elezioni successive.

 

In quell’estate del 2003, sembrava che l’elezione del delfino di Aznar sarebbe stata una formalità. Il premier era considerato il rifondatore della destra spagnola, colui che aveva preso un partito relitto del franchismo e l’aveva trasformato in una forza moderna e vicente. Ma la guerra in Iraq e gli attentati del marzo 2004 a Madrid cambiarono i destini del paese – e storpiarono per sempre la visione di Aznar. Come Tony Blair nel Regno Unito, Aznar è rimasto per sempre marchiato dall’impopolarità della guerra al terrore, e la sua presenza è diventata tossica nella politica spagnola. Rajoy non ha fatto che facilitare questi processi, complice una temperie politica che sembrava favorire i tecnocrati. Ma ora il vento sta cambiando di nuovo, in tutta Europa sembra essere tornata l’ora dei politici col fuoco nelle viscere. Forse anche Aznar se n’è accorto. 

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  • mauro

    22 Dicembre 2016 - 22:10

    Le destre moderate (fino a prova in contrario sempre a rimorchio delle sinistre) si sono accodate alle sinistre anche in questo, nello sfottere Bush (certo non un aquila) per aver mandato i soldati in Irak. E non per un capriccio, ma in conseguenza dell'attacco dell'undici settembre, un test le cui implicazioni per il futuro dell'Occidente sono state pericolosamente sottovalutate. Invece quello è stato l'unico momento in cui l'slam si è sentito costretto alla difensiva, a casa sua, nelle terre dei califfi, e ha temuto di aver fatto il passo più lungo della gamba; poi è arrivato il premio Nobel Obama e hanno tirato un sospiro di sollievo. Berlino è l'ultimo episodio di una serie che dà ragione a Bush. Che non era un'aquila, ma almeno è stato tra i pochi che aveva capito che lasciar correre, con la scusa che la colpa era soltanto di Ben Laden e di un gruppetto di terroristi, sarebbe stato terribilmente stupido. Come stupida è stata la politica dell'Occidente da dieci anni in qua.

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