Così l’Europa comincia a reagire (piano) alle stragi dello Stato islamico

I governi europei spingono per nuove regole per la polizia e le armi da fuoco e la sorveglianza su internet

Daniele Raineri

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Così l’Europa comincia a reagire (piano) alle stragi dello Stato islamico

Forze di sicurezza a Berlino (foto LaPresse)

Roma. I governi europei adottano leggi e contromisure per reagire alla serie di attentati cominciata nel maggio 2014 (attacco al museo ebraico di Bruxelles, il responsabile era un uomo dello Stato islamico). Le nuove norme riguardano materie come polizia e uso delle armi da fuoco, telecamere nelle strade, sorveglianza su internet e fanno parte di un processo di adattamento che va avanti con lentezza e che è appena cominciato. Ieri i media tedeschi avevano il nome e la foto del presunto stragista di Berlino (presunto, meglio rafforzare il concetto considerato che il giorno prima la polizia aveva preso e poi rilasciato un pachistano che non c’entrava nulla) ma pure in mezzo a una caccia all’uomo su scala nazionale hanno fornito al pubblico soltanto le iniziali del nome e hanno coperto il volto con una pecetta nera, perché la legge tedesca così impone. Così, mentre i media inglesi e italiani mettevano nome e immagini sui loro siti, la Germania offriva una rappresentazione dell’Europa del 2016 presa in mezzo a due forze opposte. Da una parte un’architettura di leggi sofisticate e molto rispettose dell’individuo, dall’altra la necessità di cambiare e di adeguarsi alla minaccia del terrorismo islamista. Il nome e le foto sono poi usciti anche per i tedeschi quando nel pomeriggio la polizia ha chiesto aiuto per trovare il presunto attentatore e ha offerto fino a centomila euro per le segnalazioni: un tunisino di 24 anni, Anis Amri, che aveva già attirato l’attenzione dei servizi di sicurezza tedeschi e che aveva presentato una richiesta per il permesso di soggiorno, già respinta.

 

Ieri il governo tedesco ha approvato la bozza di una legge scritta un mese fa che espanderà la videosorveglianza nelle strade e in posti pubblici come centri commerciali, stadi e parcheggi e così – se diventerà legge – colmerà un ritardo che è tutto tedesco ed è dovuto allo spettro della sorveglianza di massa dei cittadini nella Germania dell’est durante gli anni del comunismo. Sempre ieri un articolo del giornale francese Monde che cominciava “Aux grands maux, les grands remèdes” (a mali estremi, estremi rimedi) ha spiegato che il ministro dell’Interno, Bruno Le Roux, ha presentato al governo una bozza di regolamento più permissiva per i poliziotti in caso di conflitti a fuoco con attentatori. Secondo le leggi in vigore, la polizia francese può rispondere al fuoco soltanto se c’è una situazione di “riposte immédiate”, risposta immediata al fuoco: quelli sparano a voi, o stanno per sparare a voi, e allora voi potete sparare a loro. Secondo la nuova regola invece la polizia potrà sparare anche in caso di “périple meurtrier”, che è la situazione che si verifica quando un attentatore si allontana dal luogo di un attacco e c’è la probabilità che ne commetterà un altro. In pratica, se i poliziotti francesi intercettassero l’automobile di un jihadista in fuga e non c’è altro modo di fermarla, sono autorizzati a sparare senza stare a verificare che le circostanze (legittima difesa) siano dalla loro parte.

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Sembrano sottigliezze, ma sono cambi di legge che i sindacati della polizia francese chiedono con insistenza “da quindici anni”, come hanno detto ieri, e fanno parte del nuovo clima. Da mesi il ministero ha anche fornito alla Brigata anticrimine della polizia e al reparto equivalente della Gendarmerie nuovi fucili, gli Heckler & Koch G36 – che sono fucili d’assalto usati dai militari nelle missioni d’oltremare (del resto i soldati dispiegati nelle strade e nelle piazze a guardia degli obiettivi sensibili in Italia usano l’equivalente nazionale, il Beretta Arx 160). Le leggi che cambiano con più velocità riguardano la sorveglianza su internet. Una proposta discussa a livello europeo il 30 novembre – e che dovrebbe trasformarsi in una direttiva dell’Unione europea – prende a modello una legge francese di quest’anno che è considerata molto restrittiva. La legge permette alle autorità di chiedere ai gestori privati di oscurare i siti di cui sono responsabili senza che prima ci sia il giudizio di un magistrato. Questo vuol dire che il ministero dell’Interno può chiedere il blocco di un sito a sua discrezione, e ci sono già stati errori e incomprensioni imbarazzanti. A ottobre la Orange, un’impresa di telecomunicazioni francese, ha oscurato Google e Wikipedia per gli abbonati per tutta una mattina perché aveva inserito per sbaglio i due siti in una lista di indirizzi pericolosi.

 

Un’altra legge entrata in vigore a giugno inoltre prevede l’arresto per chi visita alcuni siti considerati compromettenti perché diffondono la propaganda dei gruppi come lo Stato islamico – e già venti francesi sono stati incarcerati. Questo approccio fa rizzare i capelli alle organizzazioni non governative francesi che si occupano di internet e libertà d’espressione, che notano come non c’è nessuna prova che gli arrestati che hanno visto siti jihadisti fossero davvero pericolosi o radicalizzati. Nel Regno Unito il 29 novembre è entrata in vigore una legge molto dura che regola la sorveglianza su internet. I gestori dei servizi dovranno conservare per un anno i dati dei clienti: quali siti hanno visitato, quando, per quanto tempo, e questo include anche le app e le visite fatte con i telefonini. Gli archivi non conserveranno le url precise, ma i dati cosiddetti Icr (Internet connection record): in pratica se, per fare un esempio, andate su una specifica pagina del sito del Foglio, il governo inglese potrà soltanto sapere (nel caso facesse domanda al gestore entro un anno) che siete stati sul sito del Foglio, quando e per quanto tempo, ma non su quali pagine specifiche. 

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