C’è un’aria di Sarajevo 1914 nell’attentato di Ankara, e il paragone è politicamente istruttivo

Dall'inconografia, all'equilibrio precario del potere. Corsi e ricorsi storici dall'attentato di Franz Ferdinand alla crisi di oggi in medio oriente

Franz Ferdinand

Franz Ferdinand e la moglie a Sarajevo, poco prima di essere uccisi dall'anarchico Princip

C’è un’aria di Sarajevo 1914 nell’attentato di Ankara. Storicamente, il paragone è infondato. Letterariamente, “esteticamente”, fondatissimo. E politicamente istruttivo. Vediamo. Cominciando dalle immagini. La Sarajevo dell’uccisione di Franz Ferdinand è documentata da fotografie divenute classiche, benché l’immagine più memorabile sia la copertina della Domenica del Corriere illustrata da Achille Beltrame. L’uccisione dell’ambasciatore nella galleria d’arte di Ankara ci è arrivata fortunosamente con una sequenza di immagini formidabile. Nell’eccitazione del momento qualcuno è arrivato a trovare una “straordinaria somiglianza” fra la fotografia di Gavrilo Princip, l’assassino nemmeno ventenne dell’arciduca e di sua moglie Sophie, e il ventiduenne Mevlüt Mert Altintas. Tutti i sei aspiranti attentatori di Sarajevo avevano meno di vent’anni, ciò che impedì alla giustizia asburgica di condannarli a morte: avrebbe provveduto la galera. Princip vi sarebbe morto per una tubercolosi ossea, dopo che gli fu amputato un braccio, dettaglio fra altri, Spielberg compreso, che lo avvicinano al Maroncelli della rosa. Fuori Princip scriveva poesie d’amore, era vergine, ed era così piccolo che era stato scartato dall’esercito serbo. Aveva tenuto un paio di baffetti sottili. Altintas ha preso una stanza d’albergo vicino al luogo del suo attentato, ci ha trascorso la notte, si è rasato con cura prima di uscirne. Princip, dopo aver colpito Franz Ferdinand e Sophie, tentò invano di spararsi, la folla glielo impedì. Un suo compagno, Nedeljko Cabrinovic, alla vigilia dell’attentato era andato a farsi fotografare. “Perché restasse un ricordo di me”. Ai loro giudici dissero tutti che non avrebbero mai pensato di scatenare la guerra: “Se l’avessimo immaginato, non l’avremmo mai fatto”, dissero.

 

Erano serbi, associati in nome della “Giovane Bosnia”, furono aiutati dalla “Mano Nera” serba: non c’è prova che il governo serbo fosse a parte dell’attentato, né che vi avesse avuto parte (anche questo si insinuò) un intrigo di corte asburgico. Fecero da soli, da lettori di Kropotkin e di Mazzini e perfino di Carducci, convinti che “bisogna avere un animo nobile per commettere un attentato”. Dev’esserne stato convinto anche il poliziotto turco, che aveva anche lui deciso di morire dopo la sua vendetta: a lui non l’ha impedito nessuno.

 

Nel giugno 2013, 99 anni dopo Sarajevo, la canottiera dell’arciduca, fino ad allora conservata dai gesuiti, venne esposta nel Museo militare austriaco, impregnata di sangue: l’uniforme di gala era molto meno macchiata. Franz Ferdinand aveva cura del suo aspetto. A volte, per snellirsi, indossava un’uniforme cucitagli addosso per stargli più aderente. Andò così anche a Sarajevo, pare, e si perse tempo prezioso a cercare di sbottonarlo, prima di accorgersi che occorreva tagliare la divisa: intanto, era morto dissanguato. Al suo funerale (“di terza classe”: la povera Sophie era una semplice contessa, esclusa, lei e la sua prole, dalla successione imperiale) assistette anche Sigmund Freud. Commentò, proprio lui, che “c’era qualcosa di losco”. “Qualcosa di losco” si è voluto vedere anche ora ad Ankara. Erdogan ha una risposta pigliatutto: Fethullah Gülen. Anzi due risposte, perché ci sono anche i curdi. Sono solo due delle guerre che va combattendo, troppe per chiunque e per lui, che se ne va gonfiando fino a scoppiare. Alcune le ha già perdute. Quella di Siria, per esempio. Erdogan si era voluto prim’attore della guerra “civile” di Siria, per cacciare Assad e il suo regime alavita e per avvantaggiarsi nella gara all’egemonia sul vicino oriente sunnita.

 

Aveva il vento in poppa e contava sul sostegno americano. Diventò via via più debole, economicamente e politicamente, rinunciò all’Europa che gli aveva socchiuso le porte solo per richiuderle, giocò sempre più d’azzardo. Fino all’abbattimento del Mig russo, che poi avrebbe addebitato, anche quello, alla cospirazione gulenista. Era probabilmente il tentativo di forzare la mano di americani e Nato contro Putin, il gran protettore del regime siriano e della coalizione sciita. Putin rispose a muso duro, Obama no. America ed Europa poi diedero l’impressione di essersi augurate che il colpo militare contro Erdogan riuscisse. Alla spropositata reazione interna Erdogan aggiunse il voltafaccia clamoroso verso la Russia (e Israele). Putin lo accolse benignamente, in una posizione di forza che gli assicurava di non perdere niente. Infatti ha avuto mano libera in Siria fino alla tabula rasa, lui e Assad e i “volontari” sciiti libanesi e iraniani. Erdogan si è rassegnato ad Assad e si è accontentato di una propria mano libera confinata al Rojava curdo-siriano e alla al-Bab contesa ai curdi, abbandonati alla svelta da tutti, o quasi. (Restano, attaccati a un filo, gli americani sulla strada di Raqqa). L’attentato di Ankara rafforza il legame russo-turco, e rafforza la supremazia russa. Tuttavia alla lunga, più o meno lunga, anche la base eccitata e nazionalista dell’Akp chiederà a Erdogan qualche conto di una soggezione alla potenza che fa tabula rasa dei ribelli e della popolazione sunnita in Siria.

 

Quelli in nome dei quali il giovane Altintas ha inscenato il suo spettacolo: “Ricordatevi di Aleppo”. Distante dalla Nato, in bilico con l’Europa – i fuggiaschi in un cambio mercenario e ricattatorio con l’acquiescenza alla liquidazione dei diritti – Erdogan è arrivato a ventilare un’adesione alternativa ad accordi di sicurezza asiatici. Si direbbe che a completare la vittoria di Putin mancasse solo l’arrivo di Trump e l’appalto del dipartimento di Stato alla Russia. E che un simile avvicinamento, per quanto costi a democrazia e libertà civili, allontani di molto il rischio di una conflagrazione mondiale. L’Europa sarà messa ai margini, l’Ucraina in libertà ancora più vigilata, il Vicino oriente ridisegnato da Mosca e Teheran… Altro che Sarajevo 1914. Avrei, sbrigativamente, un paio di obiezioni. La prima ha a che fare con la lezione della Sarajevo 1914: che le scintille incendiano la prateria a condizione che sia già ben secca; che chi fa scoccare la scintilla non ne è mai così consapevole; e che i padroni della prateria a loro volta padroneggiano pochissimo il fuoco col quale giocano.

 

A Sarajevo non “scoppiò”, coi due colpi di rivoltella del maestrino dalle scarpe grosse e la testa infiammata, la guerra mondiale, ma la guerra europea, che solo più tardi si fece mondiale. E che la guerra mediorientale che è già scoppiata da anni, e si è tirata dentro sempre più da vicino alcune delle lontane potenze mondiali, comprese Russia e Usa, equivale alla guerra europea scoppiata nel ’14. E che così avrebbe dovuto essere compresa e trattata da un mondo, e specialmente un’Europa, consapevole di sé. A far finire davvero la guerra mediorientale non potrà essere che qualcosa che somigli alla fine della nostra guerra novecentesca dei trent’anni, approdata all’Unione, che oggi va invece disfacendo. Se no, gli storici a venire non avranno che il piacere della scelta fra le molte immagini aspiranti a valere da scintille per i manuali scolastici. E il giovanotto elegante della galleria d’arte di Ankara potrà figurare accanto alla fotografia del Ponte Latino o della Biblioteca Moresca di Sarajevo.

 

La seconda obiezione la accenno appena, oltretutto perché non saprei argomentarla al di là della sensazione. Gli Stati Uniti di oggi sono al bivio breve fra un massimo di tensione da guerra fredda – il discorso di commiato e di ammonimento di Obama – e un massimo di appeasement. Io non credo alla tenuta dell’intimità improvvisa e travolgente fra l’America di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin. Penso che proprio la sua improvvisata giravolta porti in grembo il suo contrario: l’incidente che incombe sull’esagerazione e l’inettitudine, e che costringerà Trump a tornare ancora più bruscamente alla casella di partenza. Gli Stati Uniti non possono permettersi una diarchia simile, e non solo perché ci sono gli altri, e la Cina ha appena arraffato e restituito affabilmente un drone sottomarino nel Pacifico. Gli Stati Uniti non possono permettersi la divisione del lavoro che affascina Trump, fra il proprio sistema economico e quello politico russo. Noi intaschiamo, loro picchiano duro. Quando la corda sarà stata tirata troppo, per raddrizzarla si rischierà di spezzarla. 

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    21 Dicembre 2016 - 21:09

    Tutto vero. Come il finale tra il drone ed un Trump che torna a casa perché la convivenza annunciata sara' impossibile. Pena il regicidio in casa. Putin oltre i muscoli ha ben poco da mostrare, la Cina invece giocherà la sua partita. Di guerra? No i cinesi pensano prima di agire, loro hanno tutto per pensare Putin no. Ora ha preso qualche osso ma più in la non potrà andare. È un classico, quando si ha poco si cambia gioco e si gioca alla guerra ma mai fino in fondo. La Cina ha tanto ed il suo gioco è quello antico di attendere sulla riva del fiume. A lato ci siamo noi, l'Europa, con le sue inconcludenze, miopie e disastri annunciati. Questo si che è anche grave. Sarayevo fu un pretesto costato caro che dovrebbe insegnare. Non hai dittatori ma a chi ha margini per pensare.

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