Europa e terrorismo. Dobbiamo accettare l’dea che siamo in guerra

Parla Marco Lombardi, esperto di terrorismo dell'Università Cattolica di Milano: "I jihadisti hanno occupato il territorio e le generazioni future". La soluzione è "israelizzare" l'occidente per i prossimi dieci anni almeno.

Polizia a Berlino sul luogo dell'attentato

Dopo l'attentato di lunedì a Berlino sono aumentati i controlli di polizia (foto LaPresse)

La prima domanda che si sono fatti in tanti, lunedì sera, è stata: “Come è possibile che sia successo ancora?”. Cinque mesi dopo Nizza – ma sembravano molti di più – un camion ha deliberatamente travolto delle persone in una città europea uccidendole. “L’Europol e le intelligence di diversi paesi avevano avvertito nei giorni scorsi che questo sarebbe stato un momento critico”, dice al Foglio Marco Lombardi, responsabile di Itstime, centro di ricerca su sicurezza e terrorismo dell’Università Cattolica di Milano, dove insegna, e direttore scientifico del dipartimento C.E.T.RA. della Fondazione De Gasperi. Si poteva dunque evitare la strage di Berlino? “In assenza di una governance politica forte e unitaria in Europa non può esserci intelligence comune – prosegue Lombardi – c’è condivisione delle informazioni tra stati fatta con lo scopo di mettere in sicurezza il singolo paese. Ma siamo di fronte a un tipo di terrorismo diffuso, pervasivo, delocalizzato”. Difficile da prevedere. “Il terrorismo è tale per gli effetti che hanno i suoi attacchi, non per le ragioni che motivano chi attacca”, spiega, e in effetti arriviamo da anni in cui “lo Stato islamico fa propaganda intensa invitando a colpire ovunque e chiunque usando i mezzi della vita quotidiana”.

Sui canali ufficiali dei jihadisti ci sono istruzioni su come guidare un camion su una folla inerme, su come uccidere con un coltello o fabbricarsi una bomba in casa. “E’ un tipo di propaganda che colpisce tutti: islamisti, difensori della umma, sbandati. Sono percorsi di radicalizzazione diversi tra loro ma che si concludono tutti con attacchi su cui lo Stato islamico mette il cappello”. Ai jihadisti interessano soprattutto gli effetti di questi atti, che sono quindi “difficilmente prevedibili se non c’è una catena di comando in cui l’intelligence si può infiltrare”. Questo tipo di attentati è caratterizzato dall’opportunismo, dice ancora Lombardi: “L’idea è quella del massacro senza premeditazione”. Il professore non crede a chi dice che a Berlino sia stato colpito un simbolo cristiano: “Gli attentatori vanno a colpire dove c’è tanta gente, e un mercatino sotto Natale è il luogo ideale per questo”. Detto dell’imprevedibilità di certi attacchi, e lasciato ad altri il compito di definire le strategie militari migliori per colpire lo Stato islamico in medio oriente, chiediamo a Lombardi che tipo di politiche si possono attuare in Europa per limitare i danni: “La minaccia c’è ed è diffusa, al momento una soluzione possibile sarebbe la mediorientalizzazione delle nostre società”. Cavalli di frisia nelle vie del centro di Milano e Roma, posti di blocco e uomini armati disposti nelle nostre città, sul modello israeliano. “Non è un bello spettacolo, ma è una soluzione. E’ però urgente che la politica faccia scelte rapide in questo senso, anche scontentando parte dell’opinione pubblica e ascoltando la parte che è ormai disposta a vivere con questo rischio”.

E’ plausibile che per i prossimi dieci anni almeno si debba convivere con attentati jihadisti in Europa. “Lo Stato islamico ha occupato non solo il territorio, ma anche il tempo: ha conquistato le giovani generazioni, ormai si arrestano ragazzi di quindici-sedici anni, a volte persino dodici, pronti a uccidere”. La domanda da farsi, semmai, è sul tipo di società che abbiamo messo in piedi, chiosa il professore, in cui un dodicenne è attratto da una propaganda che lo vuole trasformare in terrorista. Sul lungo periodo, infatti, “bisognerà individuare politiche che intercettino i percorsi di radicalizzazione, impedendo che vadano a buon fine”. Nel frattempo però bisogna mettersi in testa che la nostra vita quotidiana deve cambiare, è già cambiata. “Bisogna promuovere consapevolezza tra la gente: come ci si può trovare in mezzo a un incendio sapendo come comportarsi dobbiamo essere coscienti che ci potremo trovare in mezzo a un attacco terroristico e sarà vitale sapere come reagire”. In tre parole: consapevolezza del rischio, informazione e formazione. C’è il problema dei rifugiati, però, su cui Lombardi è poco politicamente corretto: “I migranti non sono terroristi – dice – ma i terroristi sono dei migranti”.

Che l’estremismo islamico sfrutti le migrazioni per introdurre “combattenti” in occidente non è una novità. E proprio “la Germania è tra i paesi che meglio analizzano i flussi di ritorno e monitorano gli spostamenti. Ma non c’è dubbio che l’accoglienza tedesca è stata poco controllata: servono più controlli, identificazioni, diritti per chi ne ha le prerogative ma pugno duro per gli altri”. La domanda di tanti, adesso, è cosa aspettarsi nelle prossime settimane: “Il 2016 purtroppo non è ancora finito – conclude Lombardi – e avremo un 2017 in continuità con l’anno che sta finendo. Lo Stato islamico è ormai in 40 paesi del mondo, ha un esercito delocalizzato che combatte questo nuovo tipo di guerra ibrida che è in corso da anni, non geolocalizzata ma a pezzi. Abbiamo paura di ammetterlo, ed è un ritardo culturale grave, ma siamo in guerra”.

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Commenti all'articolo

  • vincenzo.fioren

    21 Dicembre 2016 - 15:03

    "sul tipo di società che abbiamo messo in piedi": beh, quella che stiamo importando, principalmente.

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  • JeanSantilli

    JeanSantilli

    21 Dicembre 2016 - 12:12

    Accettare “l’idea che siamo in guerra”? Fin che si tratta di un’idea, è facile come l’invito “armiamocci e partite”. La guerra è una cosa seria, impegnativa, e si fa in due come l’amore. Il terzo che regge la candela è di troppo. Parliamo invece di un tipo di reazione determinato dal tipo di attacco, che può essere plateale o segreto, terroristico o mafioso. L’invito ad accettare che “siamo in guerra”, come le esibizioni di paracadutisti con fucile mitragliatore per le strade di Parigi o di Palermo, rispondono ad un sentimento irrazionale e tranquillizzano la parte più emotiva della cittadinanza. La reazione utile contro quel tipo di attacco non si vede, ed è per questo più efficace. Purché ci sia, e che il “non siamo in guerra” non diventi un “lasciamo fare”, come succede per lo più con la mafia, quella vera.

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