Quali sono i dossier sul tavolo del prossimo ministro degli Esteri del governo Gentiloni

Libia, Russia, America. Migranti, petrolio, equilibri geopolitici. La posizione italiana è ancora più indebolita dall'instabilità interna. Il prossimo capo della Farnesina si troverà ad affrontare una situazione molto complicata

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Paolo Gentiloni a Tripoli nell'aprile scorso (foto LaPresse)

Ministro degli Esteri da poco più di due anni, Paolo Gentiloni sta per lasciare il dicastero per formare il nuovo governo.  Il suo successore a capo della Farnesina avrà un compito piuttosto complicato, in un momento di grande instabilità nel Mediterraneo e ai confini europei. L'elezione di Donald Trump in America impone un ripensamento del ruolo dell'Europa: con la nomina al dipartimento di stato del numero uno di Exxon Mobil, Rex Tillerson, amico personale di Vladimir Putin e con vari interessi in Russia, la dialettica tra Washington e Mosca diventa più esclusiva e questo ha ripercussioni importanti per la strategia europea sia interna sia estera.

 

 Gentiloni, negli ultimi mesi, si era ritagliato un ruolo fondamentale nella gestione della crisi libica. Il suo volto era diventato quello del sostegno internazionale al governo di Tripoli guidato dal premier designato Fayez al Serraji. Nell'eterno scontro tra Tripoli e l'est della Libia, a Bengasi, il generale Khalifa Haftar sta recupera do posizioni: la Francia, che ufficialmente sostiene il governo di Tripoli, ha puntato anche su Haftar, che aveva già il forte sostegno dell’Egitto  e ora sempre più esplicito della Russiaa di Vladimir Putin. La strategia di Gentiloni – quella di un governo guidato da Serraji, con il riconoscimento anche da Haftar – è debolissima e così anche la presenza italiana, a Misurata, rischia di essere vulnerabile. Il flusso dei migranti, il petrolio, gli equilibri geopolitici: sono molti i dossier ancora in sospeso in Libia, e cruciali per l’Italia che ora si ritrova (per quanto?) con un governo e un capo della diplomazia ad interim.

 

L’altra questione, legata a quella libica, riguarda appunto la Russia e l’America, e il ruolo di Roma. Il governo Renzi aveva lavorato affinché la propria diplomazia fosse considerata equidistante da Washington e da Mosca - anche per questo era stata presa una posizione piuttosto forte contro le sanzioni sulla Siria alla Russia, eppure la propaganda russa durante il referendum costituzionale pendeva dalla parte di Matteo Salvini e del Movimento 5 stelle. Da gennaio, America e Russia forse torneranno a parlarsi direttamente, senza bisogno dell’aiutino europeo. La posizione italiana si fa più complicata perché ancor più indebolita dall’instabilità interna. A questo punto, potrebbe essere lo stesso Gentiloni chiamato a dover gestire gran parte dei dossier.

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