Quel processo in South Carolina che apre le ferite razziali dell’America

A giudizio Dylann Roof, autore della strage di Charleston. Il 17 giugno 2015 nella chiesa africana metodista episcopale Mother Emanuel uccise 9 persone per motivi razziali

Quel processo in South Carolina che apre le ferite razziali dell’America

Un'immagine degli istanti immediatamente successivi alla strage (foto LaPresse)

Roma. Charleston, South Carolina, fin quando la Guerra civile mise fine alla schiavitù, era il principale mercato di compravendita di corpi neri. Una graziosa cittadina, con una cicatrice orrenda. Che non smette di costituire l’epicentro di una questione razziale che la recente elezione di Donald Trump non fa che arroventare, dopo il sostegno offerto alla sua campagna dal Ku Klux Klan (culminato in una marcia di festeggiamento in North Carolina) e dopo la nomina di Jeff Sessions a procuratore di stato, visti i riverberi razzisti del senatore nei trascorsi in Alabama. Pochi giorni fa, sempre a Charleston le cose si sono messe ancor peggio allorché il processo ai danni del poliziotto bianco Michael Slager per l’uccisione del nero Walter Scott è stato sospeso per irregolarità e ora è in attesa d’essere nuovamente istruito, tra lo sconcerto dei media e della black community, in attesa di un chiarificatore atto di giustizia.

Bianco e nero

L’America post razziale è una illusione. E nella corsa per la Casa Bianca la razza sarà centrale. Il presidente Obama pare passato invano, il massacro in South Carolina condiziona Jeb e Hillary.

In questa atmosfera poco serena, comincia un altro procedimento che attira su Charleston l’attenzione del mondo: va in giudizio il 22enne Dylann Roof che il 17 giugno 2015 mise in atto una delle più tremende stragi razziali della storia nazionale. La sera di quella giornata d’inizio estate il ragazzo, pubblicamente già dichiaratosi suprematista bianco diffondendo online un delirante manifesto razzista, nel seminterrato della chiesa africana metodista episcopale Mother Emanuel si unì a un gruppo di studio della Bibbia, composto da fedeli neri. Dopo aver ascoltato per un’ora il dibattito, Roof, gridando slogan razzisti, estrasse una pistola Glock calibro 22 e fece fuoco, uccidendo nove persone, tra cui il pastore Clementa Pinckney e risparmiando soltanto una donna nascosta sotto una scrivania, ammonendola: “Non ti uccido, perché tu possa raccontare quel che è successo”. Contrariamente a quanto è accaduto a seguito di altri episodi d’ingiustificata violenza ai danni di afroamericani, l’attacco di Charleston fu vissuto, all’epoca dei fatti, con uno straordinario contenimento emotivo da parte della comunità locale. Quando la nazione riuscì per una volta a dare voce a un condiviso grido di dolore e a un tangibile richiamo all’unità (culminato nel magnifico discorso di Obama alla veglia per le vittime, il più ispirato sul tema della razza e quello culminato con l’intonazione inattesa di “Amazing Grace”), si pensò fosse il fattore religioso che faceva da sfondo alla vicenda ad attribuirle un particolare valore simbolico e una sensazione di ascendenza verso una migliore e più utile comprensione del problema e delle sue soluzioni.

Le parole d’odio nelle piazze americane e la logica sovrumana del perdono

Supremazia bianca e Pantere nere a Charleston. E’ stata Nadine Collier a pronunciare per prima la parola perdono. “Ti perdono e ho pietà della tua anima”, ha detto a Dylann Roof, il ragazzo ottuso di spazzatura razzista che le ha ammazzato la madre nella chiesa Emanuel A.M.E.

Di fronte a un tale gesto, era impossibile tacere e ne andavano individuate le cause originali: veniva richiesto coinvolgimento e riflessione, prima del perdono, e quindi una collettiva mobilitazione verso la civiltà e l’empatia. “Oggi l’aria non è più quella ecumenica di quei giorni”, scrive il quotidiano di Charleston Post & Courier. E fluiscono veloci le notizie dalla piccola corte cittadina, attribuendo al processo la statura del caso da ricordare nella storia del razzismo in America. Il giudice Gergel ha trovato Roof in grado d’intendere e dunque legalmente perseguibile. E’ stata rifiutata l’offerta di patteggiamento della difesa, pronta alla dichiarazione di colpevolezza in cambio di una sentenza di carcere a vita. Saranno due i procedimenti istruiti contro Roof, uno dallo stato, già in corso, e uno federale a gennaio. Entrambi chiedono la pena capitale. L’ultimo colpo di scena è la richiesta formulata da Roof e garantita dai suoi diritti costituzionali, di difendersi da solo, a dispetto della sua totale ignoranza dei codici (la decisione è stata solo rivista nelle ultime ore: Dylann ha accettato che la prima parte del processo, quella della formulazione, resti appannaggio del principe del foro David Bruck, lo stesso che ha difeso Dzhokhar Tsarnaev, il superstite dei fratelli attentatori alla maratona di Boston). Sarà comunque lui a selezionare i componenti della giuria dopo averli interrogati (con indosso la divisa da detenuto a strisce bianche e nere) e sarà lui a porre domande ai testimoni. Forti i timori di una passerella mediatica che ecciti gli animi. Vietate le fotografie in aula, tanto timore che la temperatura popolare aumenti rapidamente. Intanto emerge che solo il 31 per cento degli afroamericani del South Carolina è favorevole alla pena di morte per Roof, rispetto al 64 per cento dei bianchi. Anche tra i famigliari delle vittime, pochi chiedono la testa del ragazzo. La chiesa afroamericana episcopale ha ribadito la propria opposizione a qualsiasi condanna a morte.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi