Obama incorona la sua strategia antiterrorismo e attacca Trump

Il presidente americano attacca la politica “non interventista” del suo successore ma omette molto degli ultimi otto anni

Mattia Ferraresi

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Barack Obama (foto LaPresse)

New York. Nel suo ultimo discorso sulle politiche antiterrorismo, pronunciato dalla base di MacDill, in Florida, Barack Obama è passato dalla difesa della sua strategia all’attacco preventivo delle politiche del successore, Donald Trump, che sulla gestione del dossier terroristico ha promesso discontinuità con l’attuale linea. Obama non ha citato Trump per nome, ma i riferimenti critici non sono sfuggiti nemmeno ai sordi e hanno a che fare con due aspetti strategici in particolare: la decisione di aumentare la potenza di fuoco dall’alto sullo Stato islamico (tattica nota con l’etichetta popolare di “bomb the shit out of Isis”) e il ripristino degli interrogatori duri che l’Amministrazione Obama ha bandito. A questo il presidente in carica ha aggiunto la critica all’esagerazione della minaccia del Califfato. Un “branco di assassini” non va confuso con “l’avamposto di un nuovo ordine mondiale”.

 

“Invece di offrire la falsa promessa che possiamo eliminare il terrorismo sganciando più bombe, inviando più truppe oppure costruendo muri per separarci dal resto del mondo, dobbiamo considerare la minaccia terroristica in prospettiva, mettendo a punto una strategia intelligente e sostenibile”, ha detto Obama. Il presidente ha poi battuto sui princìpi garantisti e sul rispetto dei diritti umani: “Mi sforzo di ricordare sempre che, come comandante in capo, devo proteggere il nostro popolo, ma ho anche giurato di difendere la Costituzione. Negli ultimi otto anni abbiamo dimostrato che la fedeltà alla nostra tradizione di nazione di leggi rafforza la nostra sicurezza e i nostri valori. Abbiamo proibito la tortura ovunque, in qualunque circostanza, e questa include tattiche come il waterboarding”. Oltre a violare i diritti umani, gli interrogatori duri non producono informazioni utili, garantisce Obama, quindi la sua virata garantista non ha messo a repentaglio la sicurezza nazionale: “Nessuno fra quelli che hanno lavorato con me mi ha detto che la decisione ci ha impedito di raccogliere informazioni”.

 

Nella rappresentazione delle sue politiche antiterrorismo, il primo presidente americano che ha fatto due interi mandati con il paese in guerra – lo ha notato lui stesso – ha omesso diversi fattori, dal fatto che il suo governo è stato il primo ad autorizzare l’uccisione di cittadini americani in paesi stranieri (giustificandoli con un’argomentazione legale secretata), fino alla massiccia campagna con i droni guidata principalmente dalla Cia, in regime di clandestinità. I numeri pubblicati dall’Amministrazione dicono che negli ultimi sette anni la Casa Bianca ha ordinato 473 attacchi con i droni al di fuori dei teatri di guerra, ovvero in Yemen, Pakistan, Somalia e altre zone dell’Africa. In queste operazioni sono stati uccisi fra i 2.372 e i 2.581 combattenti, con un numero di vittime civili che oscilla fra 64 e 116. Sono stime che hanno fatto imbestialire all’unisono tutte le associazioni per i diritti civili, che contestano radicalmente il metodo con cui il governo distingue fra miliziani e civili.

 

Non era semplice, date queste premesse, difendere l’immagine idealizzata della rivoluzione garantista dopo le spedizioni punitive e la giustizia sommaria del cowboy George W. Bush, e per farlo Obama ha semplicemente taciuto gli esempi che non deponevano a favore della tesi preordinata. Fra questi anche il disastroso intervento militare in Libia. Il resto lo ha fatto il contrasto naturale con Trump: la strategia antiterrorismo di Obama diventa così l’immagine di una felice parentesi di democrazia e diritti fra due Amministrazioni diversamente illiberali. La risposta indiretta del presidente eletto alle accuse di Obama è arrivata qualche ora più tardi da Fayetteville, in North Carolina, nell’ultima tappa del tour di ringraziamento per la vittoria. Assieme a Trump c’era anche James Mattis, l’ex generale dei marine che è stato scelto per guidare il Pentagono e che incidentalmente è anche la persona che ha spiegato al presidente l’inefficacia degli interrogatori duri (ieri Trump ha selezionato un altro militare, John Kelly, per il dipartimento della Sicurezza nazionale, decisione applaudita da uomini dell’establishment repubblicano e dai neoconservatori, che ogni giorno devono rimangiarsi un pezzetto del loro “nevertrumpismo”).

 

Trump ha tracciato le linee della sua politica “non interventista” che va a braccetto con un approccio antiterrorismo estremamente aggressivo. L’idea è contrastare lo Stato islamico, che minaccia la sicurezza nazionale americana, con una potenza di fuoco soverchiante, per poi ritirarsi dalla scena. Ad altri spetterà il compito di mettere in sicurezza e stabilizzare. “Smetteremo di fare a gara per rovesciare regimi stranieri dei quali non sappiamo nulla e con i quali non dovremmo essere coinvolti. Dovremmo concentrarci invece sulla lotta al terrorismo e sulla distruzione dello Stato islamico”. Trump rigetta il regime change, l’esportazione della democrazia, il nation building, ma non concepisce queste sue posizioni in contrasto con una postura forte nella campagna antiterrorismo e con l’espansione del budget del Pentagono: “Rafforzeremo il nostro esercito non come atto di aggressione, ma come atto di prevenzione. Perseguiremo la pace attraverso la forza”, ha detto Trump, annunciando la fine dell’èra degli “interventi e del caos”. Così, a ben vedere, mentre Obama faceva il bilancio di otto anni passati a stringere le maglie della rete antiterrorismo mentre l’America diminuiva i suoi impegni sui campi di battaglia, Trump introduceva gli anni che verranno come quelli del disimpegno americano globale e dell’uso deciso ma limitato della forza militare. I due mondi non sono agli antipodi dell’universo geopolitico.

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