Non c’è pace in Ue, neppure col “sollievo” austriaco

L’Fpö, il partito nazionalista di Hofer, non ha vinto ora ma ci saranno altre occasioni: il processo di disintegrazione è iniziato e non si può fermare

Paola Peduzzi

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Norbert Hofer fpo austria

Il leader nazionalista Norbert Hofer, sconfitto alle presidenziali austriache (foto LaPresse)

Milano. Norbert Hofer è “molto triste” per la sua sconfitta alle presidenziali in Austria, sua moglie Verena ha pianto, entrambi speravano che un nuovo ballottaggio – il primo era stato annullato e riorganizzato per un errore nei voti via posta – fosse l’occasione giusta per dimostrare che anche in Austria lo scossone era in arrivo: nonostante il voto della stragrande maggioranza delle aree rurali, della working class e del voto maschile sia andato a Hofer, il candidato dei Verdi Alexander Van der Bellen è il nuovo presidente, il custode del paese in vista delle prossime elezioni – la legislatura si conclude nel 2018 – in cui il partito di Hofer, l’Fpö, è dato in vantaggio. Dalla Francia, Marine Le Pen, che naturalmente sperava nella vittoria di Hofer, fa sapere di essere ottimista, non perde affatto le speranze, lei: l’Fpö non ha vinto ora, ma ci saranno altre occasioni, dice, il processo di disintegrazione è iniziato, e non si può fermare.

 

L’Europa delle élites senza parole

Il vero dramma di Renzi e Merkel? La fine del Great American (European) Speech. I due leader non possono accontentarsi del piccolo cabotaggio, né in caso di disaccordo né in caso di accordo o mezzo accordo (il solito rinvio).

 

Pare invece che Hofer non abbia gradito le ingerenze dell’ex leader dell’Ukip britannico, l’onnipresente Nigel Farage, che su Fox News domenica diceva che Hofer avrebbe organizzato un referendum sull’uscita dell’Austria dall’Unione europea (detta Öxit). Anton Mahdalik, membro dell’Fpö a Vienna, ha dichiarato che l’intervento di Farage “non ci ha aiutato, anzi ci ha ostacolati”, mentre lo stesso Hofer, che aveva già escluso l’eventualità di un referendum sull’uscita, ha detto domenica, subito dopo aver votato: “Vorrei chiedere al signor Farage di non interferire negli affari interni austriaci”. In seguito Hofer ha dato la colpa dell’insuccesso ai media dell’establishment che lo hanno trasformato in una caricatura, ma se il timore di un’alleanza con i paesi dell’est Europa e con la Russia di Vladimir Putin sia indicato come la causa principale della sconfitta (non l’immigrazione, che non è stata alta quest’anno in Austria), Hofer e l’Fpö contano in futuro riscatto, “da soli contro tutti abbiamo preso 2,2 milioni di voti”, il 46,7 per cento, “un grande successo anche se abbiamo perso”, ha detto Mahdalik.

 

L’Europa intera ha tirato un sospiro di sollievo con l’esito elettorale austriaco, poco prima di ritrovarsi di nuovo nel caos con le dimissioni del premier italiano, Matteo Renzi, dopo la disfatta al referendum costituzionale. Si tratta di una scelta italiana sulla Costituzione italiana, dicono i leader di Bruxelles, cercando di scansare gli effetti collaterali della dipartita di Renzi. La tenuta dei partiti tradizionali nelle urne austriache risulta molto meno rassicurante alla luce della sconfitta di Renzi, ancor più dopo la vittoria della Brexit nel Regno Unito e quella di Donald Trump in America. Provare a dare una dimensione locale a una questione globale appare come l’ultimo disperato tentativo di non dare il giusto peso a un processo di disintegrazione che riguarda tutto il continente. Con le elezioni olandesi, francesi e tedesche previste per il prossimo anno, e con l’attivazione del negoziato sulla Brexit, i cosiddetti “argini” al populismo devono trovare una nuova formula politica convincente. Al momento è tornato alto – ironia – l’entusiasmo della politica tradizionale attorno alla Merkel, che si candiderà per il suo quarto mandato e che risulta il più saldo, se pure acciaccato, tra i leader europei.

 

In Francia, si sta organizzando la candidatura del premier socialista Manuel Valls, che come prima cosa dovrà convincere il suo stesso partito di essere un’alternativa valida sia alla Le Pen sia al candidato della destra François Fillon. Ma se le destre, con alterne vicende e con decisioni a tratti opache, stanno provando a darsi un’identità, le sinistre sono attaccate su due fronti: uno è interno, dolorosissimo, come dimostra il caso italiano. Uno è esterno: i partiti populisti stanno dando la caccia agli elettori della working class, da sempre la base elettorale dei partiti di sinistra. E la caccia per ora sta andando bene.

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