L'ideologo di Trump castiga la squadra di governo

Il direttore della rivista Chronicles, Chilton Williamson, smaltisce un’oncia di collera accumulata negli ultimi giorni: le nomine che Trump ha fatto finora “sono pessime”, dice

Mattia Ferraresi

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Donald Trump con il presidente dell'assemblea Paul Ryan (foto LaPresse)

New York. Appena prima di dire, con soddisfazione estrema, che dopo Donald Trump lo scenario della destra non sarà più lo stesso, il direttore della rivista paleoconservatrice Chronicles, Chilton Williamson, smaltisce un’oncia di collera accumulata negli ultimi giorni. Perché il divario fra le promesse e la realtà si vede già: le nomine che Trump ha fatto finora, dice Williamson, “sono pessime”, l’idea che “stia considerando Romney e Giuliani è terribile, sono totalmente orripilato dalla scelta di Mattis al Pentagono, lui che è il generale preferito dai neocon, e mi rammarico molto del ritorno prepotente di Wall Street che si è presa il dipartimento del Tesoro”. Williamson lo spiega chiaramente: “Ho paura che l’establishment del Partito repubblicano abbia già assorbito la carica rivoluzionaria di Trump, che doveva essere lo strumento per devastare il Partito repubblicano”. Il presidente eletto è una “forza negativa”, un distruttore, “ma del resto concepisco la politica come una forza negativa: dovrebbe servire innanzitutto a togliere di mezzo ostacoli e impedimenti, non a fare prescrizioni”, dice Williamson, che ha sostenuto Trump innanzitutto come antagonista al vasto programma globale che chiama “l’avanzata del liberalismo”.

  

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“Trump non è un conservatore, ma non è quello il suo problema né in questo consiste il suo valore. Il presidente è una reazione a un’ideologia fluida in cui tutto si equivale. Non ha vinto le elezioni per le sue proposte sui dazi commerciali o per la critica al globalismo, e nemmeno per il muro. Pensi che anche lui accetta senza battere ciglio il dato assurdo sugli 11 milioni di clandestini, che circola invariato da almeno quindici anni, mentre tutti gli studi seri, fatti anche dal Congresso, dicono che gli illegali in America sono fra 30 e 40 milioni. Trump non sa queste cose, e se le sa non gliene importa molto. Ma ha vinto perché ha trasmesso l’idea che si possa credere in qualcosa, e il contenuto specifico di questo ‘qualcosa’ non conta poi tanto. L’idea stessa di poter lottare per qualcosa era considerata eversiva e pericolosa dall’establishment che non crede in nulla se non nella propria conservazione”. Rappresentanti dell’establishment economico come Steve Mnuchin (prossimo segretario del Tesoro) e burocrati di partito come Reince Priebus (capo di gabinetto) sono una manna per il Partito repubblicano, “che non è altro che una delle due ali dell’establishment”.

 

Williamson parla dalla sua casa di Laramie, nel Wyoming, ma nelle ultime tre settimane ha girato per l’Europa, raccogliendo in prima persona le sensazioni sul “cambiamento di vento epocale che caratterizza questa fase politica”, e ripercorrendo a mente fredda ai successi dei movimenti populisti e identitari, dalla Brexit al No al referendum costituzionale in Italia, l’intellettuale rimette a fuoco il giudizio su Trump: “Forse sono troppo duro sulle nomine, ma credo tuttavia fosse lecito aspettarsi nomi diversi. In ogni caso, questo non cambia il giudizio storico su Trump, che è uno spartiacque epocale. Non sarà importante per le scelte politiche che farà, ma per la possibilità che offre a tutti di uscire dal perimetro dell’establishment. Prima non potevamo scegliere, adesso possiamo”, dice Williamson, il quale arruola senza indugio anche Bernie Sanders fra gli agenti del cambiamento buono e populista: “Anche lui ha spaccato il suo partito, e questa è una cosa ottima per chi, come me, non fa distinzioni sostanziali fra due sigle che rappresentano la stessa squadra”. A Chronicles da decenni lavorano, da posizioni minoritarie, per rompere l’incantesimo di un movimento conservatore che è costruito sulle medesime premesse ideologiche di quello progressista, ma non s’illudono che un solo uomo al comando possa cambiare il sistema: “Non è il compito di Trump riformare la politica americana, il suo compito è diventare un simbolo, trasmettere la speranza che sia possibile smantellare il sistema liberale”.

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