Fidanzata connection

Quando alle “fake news” si avvicinano le mogli, succede un caos. La storia di Louise Linton

Paola Peduzzi

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Louise Linton

Louise Linton (foto di Wikipedia)

Milano. Il tormento delle “fake news” non si ferma più, non sai più di cosa fidarti, spulci gli account Twitter con sospetto, rituitti con ansia, ti perdi nella lettura di articoli pensosi su quel che è una notizia, e soprattutto quel che non lo è, ti imbatti nell’avvincente tema “mettiamo i tweet nei titoli?”, sapendo che, con l’arrivo del tuittarolo Trump alla Casa Bianca, un’opinione dovrai prima o poi formartela, e intanto ingurgiti notizie vere, notizie false, impressioni, battute con avida disperazione. Se alle fake news si avvicinano le mogli, poi, il caos è assoluto, una signora Brunetta s’inventa una nuova identità e si ricomincia da capo con le analisi sui disastri dei social e della realtà virtuale e di quella aumentata, che non si capisce bene come funziona ma sarà un flagello.

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Capita anche in America che una moglie (in realtà è una compagna, anche piuttosto recente, ma ci siamo capiti) finisca in un filone “fake news”, con l’hashtag accusatorio e in questo caso anche un ebook da vendere. Si tratta di Louise Linton, che dal 2015 è la fidanzata di Steven Mnuchin, il neo segretario al Tesoro nominato da Trump: Linton è scozzese, ha 35 anni, è molto bella e molto bionda (sì un giorno ci si occuperà della bionditudine del trumpismo), fa l’attrice – ha recitato con Tom Cruise e Robert Redford – e la produttrice, e ha scritto un libro sul suo “gap year” in Zambia. E nonostante Linton sia la connection tra il lussuoso Mnuchin e Hollywood, nonostante la passione qui sia il cinema non la letteratura, è proprio questo libro che già dal luglio scorso è diventato uno scandalo, finito sui tabloid britannici e sui social. Il racconto dell’esperienza africana di Linton pare sia nelle migliori delle ipotesi romanzato, in quella più accreditata un “fake”.

Louise Linton ha scritto “In Congo’s Shadow”, un’autobiografia che è stata commercializzata come “il memoir di un’intrepida teenager che ha abbandonato la sua vita tra i privilegi in Scozia” (viveva in un castello, dice abitato dai fantasmi), “la storia dell’innocenza perduta di una giovane audace ragazza e del suo viaggio dolceamaro nel cuore dell’Africa”, che si è trasformato in un incubo al pensiero di quel che i ribelli del Congo avrebbero potuto fare “a una magra muzungu bianca con lunghi capelli da angelo” (muzungu è il termine che si usa nella zona dei grandi laghi africani per indicare una persona di origini europee). La Linton era andata in Zambia per aiutare un popolo poverissimo, ma si era ritrovata di fronte “ad atti di violenza, incontri ravvicinati con leoni, elefanti, coccodrilli e serpenti”, e si era anche presa la malaria. Malattie, bestie feroci, guerra: la giovane autrice è stata massacrata per il suo approccio “da bianca”, c’è chi le ha detto che mancano giusto Mowgli e Tarzan nel libro e poi c’è tutto, e che questo genere “da viaggio nella giungla” è quasi offensivo (i tweet erano del tenore: ce l’abbiamo anche noi internet, qui nella giungla, e questo libro non parla di noi). E’ stato poi lanciato l’hashtag #LintonLies in cui molti hanno analizzato passaggi del libro rivelando manipolazioni (anche paesaggistiche e atmosferiche: la giungla e i monsoni che non ci sono), errori e bugie, soprattutto sulle descrizioni dei ribelli del Congo che hanno invaso lo Zambia e nei quali la Linton si è imbattuta.

Molti abitanti dell’area raccontata dall’autrice hanno detto che non era vero nulla, che non si sentiva uno sparo da quelle parti da anni, che figurarsi se della gente in fuga in un bosco, che scappa da una guerra, ha tempo di star dietro a una ragazza europea che chissà cosa ci faceva lì. Insomma, la risposta internettiana al libro è stata molto dura, pur se in parte circostanziata, e la Linton ne è uscita a pezzi quando il Telegraph ha pubblicato un estratto e tutti i tabloid si sono occupati della faccenda. La Linton non era abbastanza famosa dal giustificare tanta attenzione – aveva recitato in ruoli minori, in un film sulla principessa Kate, in “Csi: New York” e in due film horror – ma il suo compagno Mnuchin era già il tesoriere della campagna elettorale di Trump, e quindi la storia era gustosa. Scusandosi della brutta impressione lasciata dal memoir, la Linton ha ritirato il libro da Amazon (si era autopubblicata) e ha cercato di non parlarne più, fino a quando ora ha scoperto che, tra visibilità e tormenti mediatici, le fake news si mordono la coda l’una con l’altra. 

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