Perché il generale intellettuale Petraeus vuole scalare la Trump Tower

L'ex direttore della Cia sente che questa è l’ultima chiamata per rientrare nel giro che conta

Daniele Raineri

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Petraeus

David Petraeus (foto LaPresse)

Roma. “Ho incontrato Petraeus – e sono rimasto impressionato”, ha scritto lunedì su Twitter il presidente eletto Donald Trump alla ricerca di un buon nome per il ruolo di segretario di stato nella sua Amministrazione. Aveva scritto la stessa cosa domenica scorsa di un altro generale, James “Cane Pazzo” Mattis, ricevuto per parlare di un altro posto – capo del Pentagono – e poi per ora messo in attesa. Il flirt con il mondo militare continua adesso con l’amico e superiore di Mattis, il generale David H. Petraeus, protagonista di una parabola stellare di successi sul campo in Iraq, diventato direttore della Cia con il presidente Obama e poi finito con mestizia a rimuginare su uno scandalo sessuale che ha troncato le voci su una sua possibile carriera politica e una sua corsa alla presidenza (che avrebbe portato senz’altro a una campagna diversa da quella a cui abbiamo assistito).

La saga “The generals” e la scelta di Trump

La risposta di un militare è solo una: “Yes, Mr President”. Ma Trump a chi farà la domanda d’assunzione? La storia di chi si posiziona, ora c’è anche Petraeus, e l’eredità dei generali-intellettuali alle prese con il terrorismo.

Petraeus sente che questa è l’ultima chiamata per rientrare nel giro che conta: non può correre per la Casa Bianca, ma Trump pare disposto a trascurare i peccati personali e a offrirgli un posto per cui è senza dubbio tagliato, con la sua passione professorale per gli scenari complessi e per le intricatezze della geopolitica. Il mondo di queste settimane, con crisi in pieno corso a Mosul e Aleppo tra gruppi estremisti, milizie sciite, civili da proteggere, alleati sunniti e interferenze iraniane è il genere di scenario in cui Petraeus si è mostrato più abile. Quando il Foglio lo ha incontrato nel suo ufficio di Baghdad, nel lontano 2007, sforò volentieri i quaranta minuti a disposizione per l’intervista per spiegare su una grande mappa a muro grazie a una penna laser verde le sfumature della strategia per diminuire la violenza in Iraq. La lezione durò più di un’ora. Da una settimana Petraeus manda segnali di disponibilità, manco tanto sottili: prima un’intervista con il canale panarabo al Jazeera in cui diceva che in Siria “la priorità è battere lo Stato islamico”, e soltanto dopo Assad, anche se i due attori violenti “non possono essere separati”. Un riferimento chiaro alle parole pronunciate da Trump in campagna elettorale, che invitavano a concentrarsi sullo Stato islamico e non su Assad.

Poi è arrivato un pezzo più esplicito su Politico in cui l’ex generale si dichiarava pronto a mettersi al lavoro, “se chiamato”. Subito dopo è stato invitato a un colloquio con Trump. Il generale potrebbe essere la carta a sorpresa per il presidente eletto, che al momento è impantanato tra due opzioni per la carica di segretario di stato: Mitt Romney, paludato uomo d’establishment che ha fatto campagna contro il candidato repubblicano ed è detestato dal clan della Trump Tower, e Rudolph Giuliani, che però nel campo della diplomazia ha da offrire soltanto la sua cieca lealtà al neo presidente. Petraeus ha posizioni che non quadrano molto con la futura Amministrazione: per esempio, nel 2012 fu fautore di un programma per armare di più i ribelli siriani contro gli estremisti che però fu bloccato da Obama. Se fosse nominato, è probabile che proverebbe a esercitare il suo magistero sul presidente per portarlo sulle sue posizioni. 

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