Tom Price è il flagello dell’Obamacare, ma anche un artista del deal

Trump ha scelto un tecnico duttile per revocare la riforma, ma c’è chi lo presenta come un fanatico pro life

Mattia Ferraresi

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tom price

Tom Price

New York. Sono pochissimi i repubblicani che negli anni si sono emancipati dalla critica politico-ideologica all’Obamacare e hanno disegnato modelli credibili per una riforma sanitaria alternativa. Uno di questi è Tom Price, deputato della Georgia che Donald Trump ha scelto come prossimo segretario alla Sanità.

 

Dal 2009, nel mezzo del dibattito sulla riforma obamiana, Price promuove il suo Empowering Patients First Act, un disegno di legge che espande la libertà di scelta dei pazienti attraverso un sistema di crediti fiscali. Nella visione di Price, ad esempio, anche chi è tutelato da Medicaid e Medicare, le coperture per indigenti e anziani, dovrebbe avere la possibilità di scegliere altre forme di assicurazione, beneficiando di agevolazioni. E’ anche favorevole a facilitare l’accesso nel sistema assicurativo dei pazienti che hanno una condizione medica pre-esistente, idea in linea con lo spirito dell’Obamacare. Fra tutti i candidati per la posizione, Price, che è un ortopedico e per oltre vent’anni ha diretto una clinica privata, è uno dei più qualificati, e la scelta di affidare a un profilo in qualche modo tecnico il dipartimento è un segnale dell’effettiva volontà di smantellare e ricostruire la struttura dell’Obamacare. La missione di revocare completamente la riforma è fra l’arduo e l’impossibile anche a detta di molti repubblicani, ma distruggere alcuni pilastri e modificare l’assetto è possibile sfruttando gli ordini esecutivi, mentre per completare l’opera Trump avrà bisogno dell’appoggio del Congresso. Anche il presidente eletto è in cerca del suo “big fucking deal”, per citare la colorita espressione con cui il vicepresidente Joe Biden accolse il passaggio della legge di Obama, e la riforma sanitaria è un catalizzatore di preoccupazioni che abbracciano l’intero arco della destra, dalla lotta al centralismo di Washington fino all’avversione all’aborto e ai contraccettivi obbligatori. I commentatori liberal presentano Price come una specie di oltranzista della logica del mercato applicata alla sanità oppure come la parodia di un attivista pro life, ma Price non è nessuna delle due cose.

 

Il suo piano sanitario prevedeva inizialmente, al posto dei crediti fiscali, un sistema di deduzioni più gradito ai conservatori fiscali ortodossi, e si è dimostrato duttile anche quando i suoi avversari lo accusavano di voler lasciare milioni di americani senza copertura. Adesso l’accusa è più specifica: vorrebbe lasciare senza copertura quei milioni che hanno dato la vittoria a Trump. Quando il Partito repubblicano ha deciso finalmente di mettere nero su bianco un piano alternativo a quello di Obama, lui ha trovato un compromesso con i colleghi: “Non metterò paletti a parte quello che il sistema così com’è non funziona”, ha detto durante i negoziati con Paul Ryan, lo speaker della Camera che ha preceduto Price come capo della commissione budget. Di lì a poco il partito ha presentato una proposta di riforma intitolata “A Better Way” che conteneva diversi elementi del piano di Price. Il rapporto fra il nuovo segretario alla Sanità (che al momento ricopre una delle cariche cruciali a Capitol Hill) e Ryan sarà un elemento rilevante da osservare nella dinamica politica della destra, sia per l’altissimo valore simbolico e politico di un’eventuale revoca dell’Obamacare, sia perché il dipartimento gestisce un budget da oltre mille miliardi di dollari. Il raggio di azione delle politiche sanitarie è molto più vasto di quello disegnato da una semplice riforma.

 

Per quanto riguarda contraccezione e aborto, è certamente vero che nei suoi undici anni al Congresso Price ha ottenuto voti altissimi dalle associazioni pro life e bassissimi da quelle avversarie (Naral gli dà “zero”, il voto che spetta ai massimi nemici del corpo delle donne) ma è altrettanto vero che quando era senatore statale in Georgia ha votato a favore di un dispositivo che rende obbligatoria l’inclusione di contraccettivi nelle coperture sanitarie: “La questione qui è se lo stato federale debba decidere la copertura assicurativa”, facendone un fatto di federalismo più che di sacralità della vita. “Gli stati decidono” è la formula che ripete da mesi il presidente eletto, pro life per dovere elettorale ma sostanzialmente disinteressato alla questione se non per quel che riguarda la lotta al centralismo. A luglio Price aveva dichiarato: “Penso sia importante che Washington non sia a capo della copertura sanitaria. Il mio problema con l’Obamacare è che è costruito sulla premessa che Washington sappia cos’è meglio”. 

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