Il progetto sul “Food Waste” della Commissione europea è una prova generale di “Big Society”

Nuove misure presentate martedì su rifiuti, riciclaggio, date di scadenza. Una deregolamentazione liberale per dimostrare che la Commissione può fare la differenza anche sulle piccole cose

spreco alimentare

Bruxelles. Una piccola iniziativa sullo spreco alimentare potrebbe spingere la Commissione di Jean-Claude Juncker verso la Big Society cara ai Tories britannici sul punto di lasciare l'Unione? “Dobbiamo essere coscienti che i governi hanno risorse e strumenti limitati”, spiega al Foglio il commissario europeo responsabile per la Salute e la sicurezza alimentare, Vytenis Andriukaitis, che sta per lanciare una piattaforma contro il “Food waste”. Ogni anno nell'Ue si sprecano 88 milioni di tonnellate di cibo per un valore di 143 miliardi, secondo le stime dell'esecutivo comunitario. La piattaforma dovrebbe riunire tutti gli attori – istituzioni pubbliche europee, nazionali e locali, industrie di produzione agro-alimentare, catene di distribuzione, ong e organizzazioni caritatevoli – con un unico obiettivo: rendere più efficienti i meccanismi di recupero del cibo. Lo prevedono gli Obiettivi sullo sviluppo sostenibile appena approvati dall'Onu: “Entro il 2030 dobbiamo dimezzare lo spreco alimentare”, dice Andriukaitis. La Commissione ha anche lanciato un pacchetto sull'economia circolare, che aspira a massimizzare il riciclaggio e ridurre al minimo i rifiuti. Il “Food waste” rappresenta una “grande occasione”, secondo il commissario: è un settore che promette “innovazione, posti di lavoro, crescita”. Ma, come nella Big Society, non è lo stato il principale attore: serve “una grande rete” in cui “tutti, operatori economici e sociali o semplici cittadini, siano parte di questo gioco”, dice Andriukaitis. “Senza possibilità di creare reti di cittadini, senza la possibilità di istituzione una catena di attività a livello della gente comune, non abbiamo alcuna possibilità di avere successo”.


Andriukaitis non risparmia esempi su come ciascuno possa contribuire a ridurre gli sprechi alimentari: mense pubbliche e private, ristoranti, supermercati, scuole, ospedali, case di cura, singoli individui. Non si è lontani dalla descrizione che faceva della Big Society David Cameron, l'unico leader europeo a farne la sua bandiera elettorale. Un immenso cambiamento culturale in cui le persone, nella vita quotidiana, a casa propria, nei propri quartieri, sul posto di lavoro, non devono per forza rivolgersi a funzionari pubblici, alle autorità locali o centrali per trovare risposta ai propri problemi, ma si sentono libere e abbastanza forti da poter sostenere se stesse e la comunità in cui vivono”, diceva il premier. Sul “Food waste” l'esperimento è su scala limitata. Ma “possiamo vedere ovunque quanto cibo stiamo sprecando. Ecco perché dobbiamo capire che dobbiamo avere una grande rete di attori”. La distribuzione di cibo ai più poveri rappresenta uno degli strumenti preferiti per ridurre gli sprechi, in particolare in alcuni paesi come Italia e Francia. Nei paesi scandinavi, alcuni giovani imprenditori hanno lanciato il “From waste to taste”: un servizio di ristorazione e catering che produce piatti con cibo scaduto o gettato.


Una delle soluzioni previste dal piano d'azione di Andriukaitis riguarda l'etichettatura sulla scadenza dei prodotti alimentari. Il commissario sostiene che è necessario un cambiamento culturale dei consumatori, perché il marchio “da consumarsi preferibilmente entro” non significa che il prodotto sia scaduto, ma che le sue qualità non sono più preservate al massimo. “Se su una bottiglia d'acqua c'è scritto da consumarsi entro l'11 dicembre, non significa che non si può bere il 12 dicembre”. Per Andriukaitis, le date di scadenza sono diventate in alcuni casi “strumenti di marketing” che servono all'industria a “vendere più prodotti”. Per il commissario “spetta ai consumatori scegliere cosa comprare”. Ma per evitare gli abusi, la Commissione intende ritoccare le regole sulle etichette rimuovendo alcuni prodotti dalla lista che prevede l'obbligo di indicare la data di scadenza. Sarebbe una piccola deregolamentazione liberale che dimostra l'opposto di quanto predicato da Juncker sul “big on big” e “small on small”: il valore aggiunto della Commissione non è di risolvere grandi crisi, ma di cambiare in positivo la vita della gente con piccole cose.

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Commenti all'articolo

  • Giorgio Giorgis

    28 Novembre 2016 - 18:06

    I prodotti alimentari devono rispettare la normativa atta a preservare la salute dei cittadini/consumatori. Questo non vuol dire che i prodotti debbano riportare in etichetta la lista degli ingredienti e in che forma ciò vada fatto. Poi sta ad ogni produttore decidere se e come informare i propri consumatori, conscio di quanto questa informazione possa essere funzionale all'atto d'acquisto dei propri prodotti. Questo farebbe uno stato liberale, eliminando istituzioni inutili preposte a decidere e modificare cosa e come vadano riportate le informazioni sulle confezioni, eliminando il compito di controllo sulle "diciture legali" da parte di altre istituzioni. E soprattutto ridando ai produttori la discrezionalità di decisione di cosa sia importante per il consumatore del suo prodotto (per es.: invece della tabella nutrizionale con tutte le sue voci, usare lo spazio in etichetta per descrivere la particolarità di un suo ingrediente).

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