La Cuba che verrà

Raúl, l’uomo solo al comando, vuole lasciare nel 2018. E si è già aperta la guerra per la successione a Fidel

La Cuba che verrà

Fidel Castro, durante un comizio all'Havana del 2006 (foto LaPresse)

Roma. Sono nove i giorni di lutto decretati per la morte di Fidel Castro, durante i quali le sue ceneri saranno portate in giro per l’isola, i media continueranno ossessivamente a martellare la sua epopea, e soprattutto sarà severamente vietato vendere alcolici. Una “Ley Seca”, che secondo i maligni funzionerà anche per impedire che qualcuno si metta a brindare alla “morte del tiranno”, proprio come stanno facendo i dissidenti a Miami. Se però il popolo dell’esilio canta e balla, i grandi nomi del Dissenso in realtà appaiono tutt’altro che euforici. “Arrivano giorni complicati”, “la paura si sente nell’aria”, è per esempio l’impressione della nota blogger Yoani Sánchez. “Ci sarà una lotta per il potere, ci sarà più repressione” è il pronostico del Premio Sakharov Guillermo Fariñas. “Fidel era un simbolo, arcaico, ma un simbolo”, prova a sintetizzare Juanjo Bernal, della Commissione Cubana di Diritti Umani e Riconciliazione. Non solo dunque continuava a rappresentare un puntello formidabile del regime, malgrado avesse ormai formalmente lasciato ogni incarico da otto anni.

 

Con i suoi scritti e attraverso l’impatto dei suoi fedeli, secondo molti analisti, continuava a condizionare le riforme volute dal fratello. Adesso Raúl è dunque solo, ma è a sua volta troppo anziano, e ha promesso che lascerà tutti gli incarichi entro il febbraio del 2018. Chi sarà dunque il “Terzo Uomo del regime” dopo Fidel e Raúl? Tra i due fratelli c’è un’importante asimmetria. Fidel ha avuto infatti almeno dieci figli da cinque madri diverse, ma li ha tutti estromessi dal giglio magico del potere. E questo soprattutto dopo la delusione avuta dal primogenito Fidel Ángel Castro Diaz-Balart “Fidelito”, che era responsabile dell’agenzia nucleare e poi fu rimosso per incapacità manifesta. Per non parlare di Alina Fernández-Revuelta, che è addirittura scappata in esilio.

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La vera storia di Cuba è quella dei perseguitati dal regime, non quella che che ci hanno raccontato gli estimatori di Fidel in occidente.

 

D’altronde, anche le compagnie di Fidel sono sempre rimaste nell’ombra. Al contrario Vilma Espín, moglie di Raúl Castro, fu lei stessa una leader della Rivoluzione, per 47 anni potente presidentessa della Federazione delle Donne Cubane. E dei quattro loro figli, ben tre hanno già un ruolo importante. Innanzitutto il cinquantunenne Alejandro Castro Espín: colonnello dell’esercito, cultore di geopolitica e autore nel 2009 di un libro di critica agli Stati Uniti che ispirato probabilmente dalla saga di “Guerre Stellari” è stato intitolato “L’Impero del Terrore”. Nel 2015, durante le conversazioni tra Barack Obama e Raúl al Settimo Vertice delle Americhe, il giornale ufficiale dell’Havana Granma lo indicò come coordinatore del consiglio di Difesa e sicurezza nazionale, accreditando così le voci che lo indicavano da tempo come responsabile dell’intelligence, e regista occulto del disgelo con gli Stati Uniti. Sui media è finita più spesso la primogenita di Raúl Castro, Mariela, che oggi ha 55 anni ed è una nota sessuologa, nonché attivista lesbica e responsabile del Centro nazionale di Educazione sessuale (Cenesex). A parte correggere la truce immagine omofoba che il regime aveva avuto in passato, Mariela ha viaggiato in lungo e largo anche negli Stati Uniti, divenendo una specie di pr della famiglia.

 

E’ invece fuori dai giochi la terzogenita di Raúl, Nilsa, il cui compagno è finito in galera per corruzione. E poi ci sarebbe la quartogenita Deborah, che in teoria, da sola conta poco. Ma suo marito è il generale Luis Alberto Rodríguez López-Callejas, 56 anni, responsabile della Gaesa, cioè quel Grupo de Administración Empresarial che rappresenta la proiezione delle Forze armate in campo economico, e che è la più potente holding dell’isola caraibica. Le sue trecento imprese rappresentano infatti il novanta per cento dell’export, il sessanta per cento del settore turistico, il venticinque per cento dei servizi e il sessanta per cento delle entrate di valuta, e sono le principali beneficiarie dell’apertura economica di Cuba al resto del mondo. Fratello dell’intelligence, sorella delle Public relations e cognato della Holding descrivono un Triumvirato, che ben potrebbe sostituirsi al “Terzo Uomo” singolo. Ma qui entra in gioco un meccanismo misterioso, per cui da una parte Raúl ha privato brutalmente degli incarichi tutti i possibili eredi designati da suo fratello – Carlos Lage, Felipe Pérez Roque, Otto Rivero, Hassan Pérez, Carlos Valenciaga – dall’altra, però, all’ultimo congresso del Partito comunista, Alejandro Castro Espín è rimasto a sorpresa tra i non eletti, sconcertando tutti i cubanologi. Insomma, a parte poche eccezioni, ai vertici dell’Havana resta saldo un pugno di veterani della Rivoluzione, coetanei dell’ottantacinquenne Raúl.

 

Il vicepresidente e numero due del Partito, José Ramón Machado Ventura, per esempio, che ha 86 anni, e il ministro delle Forze armate Leopoldo Cintra, che di anni ne ha 75. E poi il capo di Stato maggiore Álvaro López Miera (73), il vicepresidente del Consiglio di stato e del Consiglio dei ministri Ramiro Valdés (84). Sono stati loro a stoppare la troppo rapida ascesa dei tre rampolli di Raúl? Come che sia, al momento come più presumibile “Terzo Uomo” viene indicato il vicepresidente Miguel Díaz-Canel, cinquantaseienne ex ministro dell’Educazione, che più sbiadito non si potrebbe. Un compromesso tra Veterani e Rampolli di Raúl, in attesa di definire i rapporti di forza? 

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