Il troll e la lügenpresse

Dal litigio sterile con il New York Times agli insulti a porte chiuse, Trump ha una strategia per logorare a colpi di tweet il quarto potere. E distrarre il pubblico.

Il troll e la lügenpresse

“Quando si tratta di avere a che fare con i media non è matto. Sa come un tweet diventa un titolo”, ha scritto David Folkenfilk, esperto di media della Npr

New York. L’incontro fra Donald Trump e i vertici del New York Times è stato cancellato con un tweet di prima mattina, poi il presidente eletto ci ha ripensato e lo ha rimesso in agenda, non prima però di aver dato al quotidiano “failing” la colpa di aver tentato di cambiare “i termini e le condizioni dell’incontro all’ultimo minuto”, compiacendosi contestualmente, sempre via Twitter, di eventi completamente scollegati, tipo il record di lamentele che il Times ha ricevuto dai suoi lettori per la copertura squilibrata della campagna elettorale, circostanza esposta qualche giorno fa dal “public editor” del quotidiano. Trump non perde occasione per mostrare la sua abilità nel genere “già che ci siamo”. Inopinatamente, è arrivato l’happy ending con il punto esclamativo: “L’incontro con il New York Times sarà oggi alle 12:30. Non vedo l’ora!”. Il giornale, com’è ovvio, dà una versione opposta dell’accaduto.

E’ stato Trump mercoledì sera a chiedere che fossero cambiate le regole già fissato per il faccia a faccia: un primo breve incontro off the record con l’editore, Arthur Sulzberger, e alcuni rappresentanti dell’azienda, poi una seduta più lunga a registratori accesi con la direzione del giornale e una selezione di reporter ed editorialisti. Il presidente eletto, dice il Times, voleva mantenere soltanto la parte a microfoni spenti, e quando il giornale ha rifiutato la modifica lui ha reagito in modo aggressivo. Non c’è molto di nuovo sotto il sole, se non che Trump usa da presidente eletto una strategia mediatica pressoché identica a quella che usava da candidato anti establishment e di rottura. I media sono sempre “crooked” e il New York Times è sempre “failing”, anche se dall’inizio della campagna ha guadagnato oltre quarantamila abbonati: l’importante è alimentare la sfiducia nei confronti dell’odiato giornalismo mainstream e creare spazi di ambiguità in cui ciascuno può vedere un po’ ciò che vuole. Dove i critici di Trump vedono una scandalosa violazione del diritto di cronaca, i sostenitori vedono la meritata punizione per il potere che depista e circuisce il popolo americano da generazioni.

La sterile querelle con il Times, durata poco più di tre ore, è un caso di scuola. L’antagonismo social di Trump non ha cambiato le regole né l’esito dell’incontro, ma alimenta presso il suo popolo l’impressione che il combattivo Trump non accetti supinamente le condizioni poste dall’establishment che il Times rappresenta, qualunque cosa voglia dire. Mettersi nella posizione di non poter essere categoricamente smentiti è un’accortezza che il Trump presidente usa di più rispetto al Trump candidato: chi potrà davvero confermare chi è stato a ritrattare sulle condizioni dell’incontro? E anche in presenza di prove, la mentalità cospirazionista con la quale Trump ha creato una connessione emotiva indissolubile tende a vedere ovunque raggiri e complotti orditi in modo raffinatissimo dal potere costituito, che manipola e falsifica anche l’inconfutabile. La pistola fumante non dimostra nulla. La stampa è sempre “lying”, foriera di menzogne, e durante la campagna è stato rispolverato il termine tedesco “lügenpresse”, inquietante recrudescenza nazista ripescata dalla falange della alt-right. Quando sabato duecento sostenitori della destra nazistoide americana si sono ritrovati a Washington fra saluti romani, teste rasate e “sieg heil” a sentire il discorso trionfale del loro ideologo di riferimento, Richard Spencer, la “lügenpresse” è diventata un trending topic su Twitter. Creare tempeste in un bicchiere d’acqua con i media ha anche l’effetto non secondario di distrarre da questioni sostanziali che emergono ogni giorno.

David Folkenfilk, esperto di media della National Public Radio, ha notato che la piccola ma rumorosa rissa con il New York Times ha oscurato almeno altre due rivelazioni giornalistiche di giornata: l’incompatibilità costituzionale delle proprietà straniere di Trump (New York Times) e le violazioni della legge sull’arricchimento personale nell’amministrazione delle sue opere filantropiche (Washington Post). “A prescindere dai suoi sentimenti feriti e dalle sue intenzioni, ha almeno parzialmente  distratto l’attenzione da altre rivelazioni problematiche”, ha scritto Folkenfilk, che aggiunge: “Significa che quando si tratta di avere a che fare con i media non è matto. Sa come un tweet diventa un titolo”. Lunedì aveva dato un’altra prova della padronanza di quest’arte ambigua invitando ad un incontro a porte chiuse i rappresentanti dei maggiori network televisivi. I partecipanti, come si conviene in questi casi, avevamo promesso di non rivelare il contenuto della conversazione, ma un feroce resoconto del New York Post – il primo a fiondarsi sulla notizia –  basato sui resoconti di fonti anonime ha dipinto l’incontro come un’imboscata, un “cazzo di plotone d’esecuzione”, come ha detto uno degli astanti. Secondo questa versione, Trump ha demolito e umiliato tutti i presenti, alcuni dei quali hanno rivolto domande puntuali al presidente eletto, ma per il resto hanno assistito in modo mansueto e ordinato alla loro stessa esecuzione. Una fonte riporta: “Trump ha iniziato dal capo della Cnn Jeff Zucker, dicendo ‘odio il tuo network, tutti alla Cnn sono dei bugiardi e tu dovresti vergognarti”. Poi ci sono le lamentele per quella giornalista troppo animosa, le accuse a quell’altra giornalista tifosa che ha pianto quando Hillary ha “perso” un dibattito, gli improperi contro i cameraman che lo riprendono in modo da valorizzare il doppio mento. La curiosità è che gli osservatori liberal che fino a qualche ora prima consideravano il New York Post la cloaca del giornalismo tabloid, un foglio la cui sola ragione di esistere è la calunnia di registro popolaresco verso gli avversari del suo proprietario, lo squalo Rupert Murdoch, è diventato all’improvviso fonte affidabile e bastione del primo emendamento. La tesi che circolava di più, e che ha l’aria di un complotto ma di segno opposto rispetto a quelli trumpiani, è che tutto sia stato orchestrato dal presidente eletto, che invita giornalisti, li vincola al silenzio e poi passa sottobanco un resoconto fittizio a uno dei giornali più urlati in circolazione per lisciare il pelo nel verso giusto al suo elettorato hardcore, quello che invoca da anni il linciaggio dei “maintream media”. Nel frattempo la Cnn dava una versione molto diversa dell’accaduto, in linea con l’“excellent meeting” descritto dalla consigliera Kellyanne Conway. A compensare ci ha pensato il direttore del New Yorker, David Remnick, che ha raccolto testimonianze fra i presenti e ha scritto che il comportamento di Trump oscillava fra il “totally inappropriate” e il “fucking outrageous”. A questo affronto alla stampa libera, Remnick aggiunge le imboscate, sempre via Twitter, che Trump ha fatto al Saturday Night Live (“one-sided”, “biased”, “nothing funny at all”) e allo spettacolo di broadway “Hamilton”, dove il vicepresidente Mike Pence è stato fischiato dal pubblico e ha ricevuto una ramanzina a sfondo razziale dagli attori sul palco. In attesa del prossimo happy ending e della prossima battaglia.

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