Il genero di Trump

Molto più di un consigliere, Jared Kushner è il garante (rassicurante) della fedeltà al clan

Mattia Ferraresi

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Jared Kushner

Jared Kushner con Melania Trump e Ivanka Trump (foto LaPresse)

New York. Il mondo di Donald Trump è fatto di cerchi concentrici. In quelli più esterni domina la logica del pragmatismo e dell’opportunità, nei più interni quella della lealtà famigliare. ha nel fine settimana il presidente eletto abbia incontrato nel suo golf club del New Jersey Mitt Romney, l’uomo originariamente scritturato dal Partito repubblicano per smascherare il Trump “falso” e “imbroglione”, e che perfino il governatore Chris Christie, passato dal protagonismo all’umiliazione e poi all’oblio, sia ritornato in superficie. Sono manovre contraddittorie ma previste nel manuale dell’artista del deal.

 

Lo stratega del Partito repubblicano Mike Murphy descrive l’universo di Trump come “la tana di un serpente dove la gente di solito muore, ma anche quando muore può essere resuscitata se si apre un vuoto di potere”. La flessibilità da negoziatore avulso dall’ideologia che il presidente adopera nella composizione della sua squadra allargata è bilanciata dall’assoluta rigidità quando si tratta della gestione del cerchio magico, manipolo famigliare dove la fedeltà è l’unico elemento che conta. Per questo il genero Jared Kushner, quintessenza della lealtà trumpiana, è diventato il perno della transizione verso la Casa Bianca. Il 35 enne marito di Ivanka consiglia e ordina su tutti i fronti, una sua parola può uccidere e resuscitare, come sa bene Christie, usato quando serviva e poi gettato nel fango come vendetta per quella volta in cui ha indagato e fatto finire in galera il padre di Jared, immobiliarista del New Jersey.

The big genero

Jared Kushner, marito di Ivanka: da soprammobile di famiglia a eminenza grigia nell’universo di Trump. E’ stato lui a decretare la fine dell’esperienza di Paul Manafort, manager della campagna elettorale, e prima di Corey Lewandowski.

Anche nel clan di origine del giovane genero del presidente eletto vige la regola che gli sgarbi non si dimenticano, e alla prima occasione si pagano caro. Nel team della campagna elettorale di Trump, Kushner è stato il punto fermo: cambiavano i manager e gli affiliati, le strategie e i sondaggi, ma il giovane Jared era sempre lì, incastonato in una logica dinastica simile a quella delle grandi famiglie politiche che l’elettore di Trump sommamente disprezza. Si dice che la sua caratteristica più apprezzata sia quella di incoraggiare e spingere in avanti anche quando tutto sembra remare contro.

 

All’uscita della famosa registrazione che secondo molti avrebbe fatto naufragare il candidato repubblicano, i vari Giuliani, Christie e gli altri consiglieri formali hanno dettato manovre di prudenza strategica, suggerendo che Trump si cospargesse la chioma di cenere. Jared si è attenuto allo spartito dell’incoraggiamento, dicendo che il popolo lo amava ancora e l’incidente non avrebbe azzoppato la sua corsa. Così Trump ha offerto una una vaga ammenda senza traccia di ammissione di colpa e ha archiviato lo scandalo prima ancora che diventasse tale. Anche quella volta Jared ci aveva visto giusto. Se fino al giorno delle elezioni il genero si vedeva, eventualmente, come consigliere occulto e azzimato kingmaker, ora sta valutando con gli avvocati la praticabilità di una nomina formale alla Casa Bianca. Come proprietario del New York Observer e di un impero ereditato e accresciuto sgomitando e calpestando avversari, secondo la legge della giungla del real estate, le regole sul conflitto di interessi potrebbero tagliarlo fuori, ma pare che la rinuncia al salario pagato dal contribuente e il trasferimento della ricchezza in un blind trust possa aggirare l’ostacolo.

 

Si vedrà. Ciò che è chiaro è che Jared è un punto di Archimede per sollevare il pianeta di Trump, lui che con la figlia Ivanka è diventato la metà della power couple di ultima generazione più importante di New York. Essere graditi a Jared è diventato un prerequisito per essere inclusi nella squadra di governo: senza soddisfare quella condizione la trattativa non parte nemmeno. Lo sanno bene Reince Priebus e Steve Bannon, nominati rispettivamente capo di gabinetto e “chief strategist”, che nel corso dei mesi hanno stabilito una relazione di fiducia con il giovane, il quale ha sussurrato il suo gradimento per i due all’orecchio del presidente eletto. Lui, ebreo osservante, ha difeso Bannon presso i consiglieri del suocero anche quando sono fioccati racconti e indizi sulle tendenze antisemite di Bannon, sospettato di essere vicino alle teorie nazistoidi della alt-right. L’antico modus operandi adottato da Trump prevede sempre la presenza del poliziotto buono e di quello cattivo: anche il senatore Joe McCarthy aveva assunto un consigliere ebreo, Roy Cohn – poi diventato perno del potere newyorchese e avvocato di Trump – per schermarsi preventivamente dalle accuse di antisemitismo. Per rispetto nei confronti di Jared, l’annuncio delle nomine è stato rimandato dopo la fine dello sabbath. 

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