Cosa pensano gli uomini messi da Trump alla Cia e alla Sicurezza nazionale

Oltre alla vicinanza con il Cremlino, ci sono anche un’ostilità programmatica contro l’Iran e una strizzata d’occhio a Erdogan

Daniele Raineri

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Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. “A me sembra che siano ingrassati”, disse nel 2013 dopo una visita nel carcere speciale di Guantanamo a proposito dei detenuti che stavano facendo lo sciopero della fame. Michael “Mike” Pompeo è un deputato repubblicano con un amore sperticato per le dichiarazioni di sfida e da venerdì ha accettato il posto di direttore della Cia nell’Amministrazione Trump che partirà a gennaio. Durante la campagna aveva sostenuto in modo tiepido la candidatura di Donald – preferiva Marco Rubio, poi si è arreso all’evidenza – ma è amico fidato del vicepresidente Mike Pence, di cui è stato sparring partner durante la preparazione del dibattito in tv tra candidati vicepresidenti. Poche ore prima della notizia della nomina ha scritto su Twitter (il capo della Cia è su Twitter, sì) che “mi aspetto di annullare l’accordo disastroso con il paese che è il più grande sponsor del terrorismo al mondo”, e si riferiva al patto tra Amministrazione Obama e Iran sul programma atomico.

 

Pompeo è stato nell’esercito, si è laureato prima all’Accademia militare di West Point e poi in Legge a Harvard e ha fondato un paio di imprese, una che si occupava di parti di ricambio per aerei civili e militari, la Thayer, e una seconda che oggi fa affari nel settore petrolifero. In politica ha fatto parte della commissione Intelligence ed è una delle voci più forti contro l’appeasement con il governo iraniano – per esempio ha sponsorizzato una mozione contro il trattamento subìto dai marinai americani catturati dagli iraniani perché avrebbe violato la Convenzione di Ginevra – e questo lo accomuna a un’altra nomina significativa di venerdì, quella del generale Michael Flynn a consigliere per la Sicurezza nazionale. Flynn è coautore di un libro intitolato “Il campo di combattimento: come possiamo vincere la guerra globale all’islam radicale e ai suoi alleati” assieme a Michael Ledeen, un pensatore americano associato al movimento neoconservatore già conosciuto fra le altre cose per il motto “Faster, please” che auspica un cambio di regime in Iran: più in fretta, per favore. Così, mentre l’attenzione sulla fase iniziale dell’Amministrazione Trump si concentra sui rapporti forti con la Russia di Vladimir Putin, questo secondo e fortissimo leitmotiv sembra essere un po’ trascurato: l’ostilità acuta e programmatica contro l’Iran.

 

Come sarà possibile conciliare questa posizione della nuova Casa Bianca con il presunto clima di rinnovata intesa con la Russia, che dell’Iran è un alleata solida in medio oriente, non è ancora dato sapere. L’ex direttore dell’intelligence militare Flynn, come scrivono i giornali americani, arriva alla nomina trascinandosi dietro alcune controversie. Venerdì il direttore dell’intelligence nazionale, James Clapper, si è dimesso in anticipo di nove settimane sul cambio della guardia ufficiale, e il motivo è che fu lui a fare pressione su Flynn perché lasciasse l’incarico nel 2014 – dopo due anni, era stato nominato da Barack Obama nel 2012. E’ possibile che Clapper non volesse essere costretto a incontrare di nuovo Flynn, questa volta nelle vesti di chi deve preparargli la strada. Oltre all’ovvia intimità con il Cremlino, l’ex generale ha da poco svelato un’altra tendenza sorprendente, a favore del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Flynn lavora per uno studio olandese, l’Inovo BM, che fa da lobbista a Washington per conto del governo turco e l’8 novembre, il martedì delle elezioni, ha pubblicato sul sito The Hill un editoriale in cui chiede che Washington smetta di offrire protezione a Fethullah Gülen (un religioso turco che oggi vive in Pennsylvania, arcinemico di Erdogan, accusato di essere dietro al golpe fallito del 15 luglio; l’Amministrazione Obama non conferma le accuse) e lo ha paragonato a Osama bin Laden. Daniele Raineri

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