Dolori da Brexit. La tendenza di May per il dettaglio e la scommessa durissima

Un memo brutale fa infuriare il premier a caccia di una sintesi tra libero commercio e “dimenticati”.

Theresa May

Theresa May (foto LaPresse)

Milano. Liberalismo e globalizzazione continueranno a garantire il futuro migliore per il mondo, ma dobbiamo gestire le conseguenze svantaggiose di queste due forze, per far sì che poi i benefici funzionino per tutti. Theresa May, al suo primo appuntamento alla Mansion House di Londra come premier inglese, lunedì sera, con un vestito lungo rosso e le braccia scoperte, ha pronunciato un appello globale, rilanciando il Regno Unito come “il campione del commercio libero” ma allo stesso tempo ricordando che il paese deve mettersi nelle condizioni di gestire “i limiti del liberal consensus”. La battaglia, per ogni leader politico, non soltanto per il premier britannico, è tutta qui: coniugare una vocazione globale di lungo corso con la ribellione dei “dimenticati” nei confronti dell’establishment. La May si augura di incontrare al più presto il neo presidente americano, Donald Trump, e allo stesso tempo deve posizionarsi rispetto a quella che ormai viene definita “la special relationship unica”, quella fra Trump e il suo “surrogato” inglese Nigel Farage (il loro incontro a New York tutto sorrisi e porte d’oro è già leggendario. Il leader ad interim dell’Ukip pare abbia ammesso di essere stato talmente su di giri da aver detto a Trump, dopo qualche birra: “L’Ukip è il partito di governo grazie all’intervento di un’amica, la Regina, e mia moglie è l’ex miss Germania e una modella di Playboy”). Tra le pieghe di questo nuovo conservatorismo che si va formando tra Inghilterra e America, May deve trovare non soltanto una formula di revisione del liberalismo ma anche una che permetta al Regno Unito di sopravvivere al di fuori dell’Unione europea. Ma ieri, mentre ancora si discuteva della pulsione “free trade” della May, in un contesto in cui sta vincendo il protezionismo di qui e di là dall’Atlantico, è circolato un memo – “Brexit Update”, datato 7 novembre, il Times lo ha visionato – che dice: non c’è ancora alcun piano sulla Brexit.

 

A chi spetta l’ultima parola

Il Parlamento inglese può ribaltare la decisione sulla Brexit approvata incautamente da un referendum popolare. In Italia un referendum può (e dovrebbe) confermare una riforma fatta dal Parlamento dopo 35 anni.

 

Il memo è circolato a Whitehall ma il governo sottolinea di non aver avuto alcun ruolo in merito: non lo ha commissionato, non lo ha visionato, non c’entra nulla. Anzi, l’attacco è più diretto perché la May, che non si capacita – ha detto il suo portavoce – di come un documento senza credibilità possa finire sulle prime pagine dei giornali, sostiene che l’autore del memo è un dipendente della società di consulenza Deloitte, che non è mai entrato a Downing Street da quando è entrato in carica il nuovo governo. Tutto irrilevante, insomma, secondo il premier. Ma il report fornisce elementi non nuovi eppure più brutali della media: il governo sta lavorando a un’infinità di combinazioni per la Brexit – cinquecento – e un lavoro del genere finirà per coinvolgere 30 mila funzionari. Che la Brexit non fosse una passeggiata l’avevamo intuito, ma il memo va dritto alla causa del problema: la tendenza di May a “scendere in ogni dettaglio per decidere da sola su ogni aspetto” non è sostenibile nel lungo periodo. Se il premier a marzo vuole attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il tempo non è tantissimo, e al momento la fase di sintesi non è nemmeno all’orizzonte: ogni dipartimento sta stilando i suoi obiettivi per la Brexit, e tratteggiando le conseguenze, scenario per scenario. Ma questo approccio “bottom up” non prevede al momento nessuna “priorità e non ha collegamenti con una strategia complessiva per il negoziato”. Ci sono anche molti scontri dentro al governo, e questo è il dato politicamente più doloroso per la May, che in pubblico continua a ripetere che non c’è una Brexit buona e una cattiva, che non c’è una divisione tra i ministri, ma è in atto una discussione che porterà alla definizione di un “modello britannico” di partnership con l’Ue, in cui gli interessi inglesi siano salvaguardati. Il memo invece conferma una spaccatura che esiste ormai da mesi: i tre brexiteers da una parte, Boris Johnson, David Davis e Liam Fox, il team internazionale, e il cancelliere Philip Hammond con Greg Clark, ministro per il Business, dall’altra. Proprio ieri, parlando a un quotidiano della Repubblica ceca, il ministro degli Esteri Johnson ha detto che il Regno Unito potrebbe uscire dal mercato unico – è la prima volta che un membro del governo dichiara questa cosa in modo tanto esplicito. Naturalmente Johnson aggiunge che la decisione sarà comune nel governo, ma il livello d’allerta si è alzato molto nelle ultime ore.

Al contempo Farage si lamenta perché il governo non vuole approfittare del suo status di amico speciale di Trump per creare subito un legame diretto con la prossima Casa Bianca. Non si tratta soltanto di una faida interna tra i conservatori e l’Ukip, quella rincorsa che ha caratterizzato la campagna referendaria sulla Brexit, ma di una questione ideologica molto importante, che avrà ripercussioni non soltanto per il Regno Unito e non soltanto per l’America: per tutti. Quando May dice che il libero commercio è vitale per il suo paese e per il mondo, quando parla ai businessmen di Londra – che certo non sono una platea molto conciliante – dicendo, di fatto, che la Brexit è un’opportunità globalizzante e non un elemento di maggiore protezionismo, dice una cosa molto diversa rispetto alla visione che Farage – e forse Trump – ha della Brexit. Laddove l’uscita dall’Ue rafforza per l’Ukip e per molti dei sostenitori della versione più dura della Brexit la cultura nazionalista del paese, il governo May esclude l’opzione protezionista dal suo ideale di uscita dall’Ue. Anzi, va a caccia di accordi commerciali su cui trovare in fretta un’intesa, perché quelli sono fondamentali se si vuole abbandonare il mercato unico. Come questa vocazione liberale – per quanto cauta – possa conciliarsi con una retorica assistenzialista e paternalista per i “dimenticati” in patria è la grande scommessa di May. Che secondo Farage, Trump (forse) e il Labour è già perduta.

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