I pacifisti a tripla mandata

Abbiamo avuto cinque anni per vedere. E duecentomila morti dopo, amate così a occhi chiusi la “pace” da non volere l’uso della forza per fermare il massacro.
I pacifisti a tripla mandata

Un bambino nel quartiere di Tariq al-Bab della città di Aleppo, in Siria, il 23 settembre scorso (foto LaPresse REUTERS/Abdalrhman Ismail)

Ieri ho ascoltato una puntata di “Tutta la città ne parla” su Radio 3 in cui si discuteva di Aleppo, della nostra indifferenza, del nostro amore per la pace. E’ vero, amiamo a occhi chiusi la nostra pace. Non è vero, non siamo indifferenti. Esattamente nelle ore in cui il mattatoio di Aleppo culmina nei crimini di guerra di Putin e Assad contro inermi ostaggi del fanatismo jihadista “noi” barrichiamo le nostre frontiere mentali e fisiche, rispondiamo ai sondaggi che non vogliamo più saperne di Schengen, votiamo per tenere alla larga i fratelli e le sorelle dei bambini dissepolti dalle macerie. Altro che indifferenti, siamo impressionati da quelle cifre – ancora due milioni di sopravvissuti nella città massacrata, e le bombe e i gas e il cibo e le medicine e l’acqua sporca non li ammazzeranno tutti, e gli scampati vorranno venire da noi! Cinque anni: ci siamo presi tutto il tempo per vedere e ragionare, e ora sappiamo come arginare la risacca che ce li fa arrivare addosso, i vivi e i morti. Ci chiudiamo a tripla mandata. Altro che indifferenza. Sdegnato, Flavio Lotti – la Tavola della Pace, la Marcia della Pace, il mestiere della pace, tutto ciò che volete sentirvi dire della pace – deplorava la nostra cinica impassibilità di fronte ai nostri simili che agonizzano e invocano invano l’aiuto del mondo. “No alle bombe”, è scritto sui suoi cartelli. Nell’agosto 2014, quando gli sgherri dell’Isis da Mosul conquistata col gesso salivano sul monte Sinjar per completare l’opera dello sterminio degli yazidi e dei cristiani e degli altri fuggiaschi e arrivavano fino alle soglie della curda Erbil, finalmente gli americani e la loro pletorica coalizione decisero che fosse troppo e bombardarono le postazioni dell’Isis e salvarono quell’avanzo di popolo disperso di orfani e vedove. Qualcuno di noi, quelli che hanno rinunciato a proclamare dai balconi che amano la pace e aborrono la guerra, aveva invocato sempre più disperatamente quell’intervento, qualunque intervento interrompesse la strage, il genocidio. Flavio Lotti, Emergency, e tanti altri che hanno il petto grave di medaglie non di rado meritate, chiamavano a mobilitarsi e manifestare per sventare quell’intervento.

 

“No ai bombardamenti!”. I bombardamenti erano quelli implorati dalle prede inermi del califfato, gli uomini sfuggiti fortunosamente alle esecuzioni di massa del giugno di Mosul, quelle di cui sono piene le fosse oggi riscoperte, le donne e le bambine sfuggite alla schiavitù allo stupro alla compravendita dei miliziani jihadisti, le vecchie e i vecchi che piangevano di essere rimasti vivi. I bombardamenti erano il soccorso, benché tardivo e misurato – non si voleva vincere, solo limare un po’ le unghie ai tagliagole. I nobili pacifisti – nobili davvero, ci credono davvero, quando si mobilitano per lasciare indisturbato il genocidio di Ninive e quando si mobilitavano per lasciare indisturbato il genocidio di Srebrenica – chiamano guerra il soccorso, e credono sinceramente di opporsi alla guerra quando si oppongono al soccorso. Noi agiamo, dice Lotti, noi rivendichiamo che il mondo smetta di fabbricare e spacciare armi, è questa la nostra risposta al martirio di Aleppo. Formidabile risposta. Speriamo che arrivi fin là. “Io non sono pacifista, sono contro la guerra”, dichiara Gino Strada – che, lui e i suoi, va ammirevolmente a curare le ferite del mondo – con una tale sincerità che si crederebbe che sia il solo a essere contro la guerra e gli altri, noi, in favore della guerra, delle guerre. Trova scandaloso che le Nazioni Unite non abbiano ancora votato la proibizione universale della guerra. In realtà qualcosa del genere c’è, c’era già nella povera Società delle Nazioni: lui vuole che sia tassativa. 

 

“Vietata la guerra”. E se qualcuno la fa, che cosa facciamo? Gli fischiamo dietro, lo multiamo? Galli della Loggia, che, benché spaesato sul contesto mediorientale, ieri avvertiva che non è il mercato delle armi a provocare le guerre, ma (almeno) viceversa, figurava come un guerrafondaio. Bene, votiamo il disarmo universale: riusciremo a farlo simultaneo o avremo cura di cominciare, una mezz’ora prima, da Kim Jong Un? Che i curdi si battano e valorosamente e dalla parte giusta sono disposti più o meno volentieri ad ammetterlo tutti: ma anche i più incantati sostenitori del valore delle curde e dei curdi del Rojava parlano più volentieri del confederalismo democratico sperimentato colà che della combinazione fra il loro valore militare e l’apporto aereo degli americani e dei francesi. Senza il quale Kobane sarebbe ancora in mano all’Isis, più o meno come le città italiane di settant’anni fa in cui pure si battevano arditamente e immaginavano un mondo giusto i partigiani. Quei centellinati interventi della coalizione hanno arginato e poi lentamente ricacciato l’Isis, intanto lasciandolo infuriare e usare il proprio tracotante trionfo abbastanza a lungo per stendere i propri tentacoli sul pianeta intero. L’interventismo catastrofico dell’esportazione della democrazia con le armi ha fatto immaginare a Obama che il ritiro, come una moviola, valesse a rimediare. La Siria è l’esempio più perverso e colossale nella storia contemporanea dei disastri dell’omissione di soccorso. Cinque anni fa Assad scatenò una violenza ottusa e spietata contro i ragazzi delle sue scuole e i suoi sudditi che volevano farsi cittadini. Tre anni fa Assad violò provocatoriamente la solenne Linea Rossa fissata da un Obama renitente e illuso che non l’avrebbe mai davvero superata. Assad è un criminale all’ingrosso ma non è stupido: aveva capito bene Putin e aveva capito bene Obama. Forse aveva capito bene anche il pacifismo e il Papa. Tre anni fa in Siria era già troppo tardi. (Dunque, tragicamente, non è mai troppo tardi).

 

Tre anni dopo i morti ammazzati sono 200 mila, forse 300 mila più di allora, i profughi milioni più di allora, l’Europa disfatta e sull’orlo di un creativo fascismo (l’avete visto, spero, l’incomparabile filo spinato del giorno d’oggi), la guerra per delega fra le potenze mutata nel ricatto del confronto diretto fra Russia e America. Che generosa, accorata mobilitazione unì papi e pacifisti e benefattori del genere umano per sventare misure parzialissime e svogliatamente ventilate contro i depositi di armi chimiche e le basi di partenza degli elicotteri coi barili bomba di Assad. Spiegando perché il Movimento nonviolento non aderisce alla Marcia del prossimo 9 ottobre, pur apprezzando e sollecitando la partecipazione di tanti, soprattutto giovani, che cercano davvero di rompere l’indifferenza e stare dalla parte giusta, Mao Valpiana ha segnalato che la novità di quest’anno è il cambiamento del nome, da Marcia della Pace a Marcia della Pace e della Fraternità, e che in compenso nella sua promozione non una parola viene dedicata alla Siria. So che cosa mi direbbero, indignati, i tre pacifisti che fossero arrivati a leggere fin qui queste mie del resto ennesime righe: Vorresti forse che persone che aspirano alla pace e hanno orrore delle guerre e della violenza marciassero nella notte con la loro fiaccola e con uno striscione che rivendichi l’impiego della forza per metter fine ai massacri e alle persecuzioni? Sì, vorrei. Anche delle bombe? Sì, anche delle bombe, sepolcri imbiancati. E sappiano i miei amici, compresi i bravi autori di Radio 3, che sono respinti da quello che penso e dico, che io a mia volta non so darmi ragione di che pensano e dicono loro, quelli del Vietnam. Allora avevamo ancora il modello delle brigate internazionali, della guerra di Spagna: siamo molto vecchi, infatti. Poi siamo cambiati, per fortuna. Loro sono così cambiati che riescono a tirare avanti senza invocare una polizia internazionale a protezione di chi soccombe, nel momento in cui soccombe. Che cosa sono diventati i miei amici… Era già angoscioso vedere che cosa erano diventati, tanti miei amici, negli anni di Sarajevo assediata. Vent’anni dopo, Aleppo, Mosul… Gli amici se li porta il vento, e ha soffiato alla nostra porta, ci ha portati via.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    02 Gennaio 2017 - 22:10

    Ancora un passettino, Sofri, ancora un passettino su certi amici e su un certo pacifismo.

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