Che succede se arrivi alla Fiorentina da Pyongyang? Storia incredibile di mr Choe

Questa storia inizia sulla strada che porta da Perugia ad Assisi. Anzi no, questa storia inizia a Firenze, nei campi di allenamento dei giovani talenti della Fiorentina. O forse dovremmo iniziare da più lontano, da Pyongyang, la capitale della Corea del nord.
Che succede se arrivi alla Fiorentina da Pyongyang? Storia incredibile di mr Choe

Choe Song-Hyok ai Mondiali under 17

Questa storia inizia sulla strada che porta da Perugia ad Assisi. Anzi no, questa storia inizia a Firenze, la città del presidente del Consiglio Matteo Renzi, nei campi di allenamento dei giovani talenti della Fiorentina, nel mondo di quei calciatori che non lo sono ancora ma che sognano di diventare professionisti. O forse dovremmo iniziare da più lontano, da Pyongyang, la capitale della Corea del nord.

 

Sabato 5 marzo scorso a Lavagna, in Liguria, alle 11 del mattino si gioca la ventiquattresima giornata del Campionato primavera. A sfidarsi ci sono la Virtus Entella e la Fiorentina. Durante il secondo tempo, la Fiorentina fa entrare per circa quindici minuti un calciatore asiatico. Di lui nessuno sa niente: i giornalisti che seguono la primavera della Fiorentina, i tifosi, gli appassionati. Nessuno. Lo si deduce anche dal fatto che gli articoli datati 5 marzo sulla partita contro la Virtus Entella (violanews.com, fiorentina.it) – partita peraltro vinta dalla Fiorentina per 4 a 2 – nulla dicono sul giocatore asiatico entrato in campo. Tre giorni dopo, l’ufficio stampa della primavera della Fiorentina fa un annuncio: il diciottenne nordcoreano Song-Hyok Choe (Choe è il cognome, Song-Hyok è il nome) è stato tesserato dai Viola. Ha dovuto aspettare i diciotto anni, in base all’articolo 19 del regolamento della Fifa sul trasferimento di calciatori minorenni. Choe è nato l’8 febbraio del 1998. Secondo la Lega calcio, contattata dal Foglio, Choe avrebbe firmato con il club viola un contratto da giovane di serie (disciplinato dall’articolo 33 delle Norme organizzative interne della Figc). Il contratto “è stato depositato nei primi giorni di marzo 2016”, dice la Lega, quindi in tempo per far esordire Choe nella partita della Fiorentina contro la Virtus Entella.

 

Ma chi è Choe Song-Hyok? Incontriamo a Roma un professionista del settore, Giulio D’Alessandro, giovane talent scout con una passione per i calciatori asiatici. Sul suo sito, dalessandroscouting.com, mette tra le migliori promesse tre giocatori nordcoreani: Choe Song-Hyok, Han Kwang-Song e Pak Yong-Gwan. D’Alessandro ci spiega il suo lavoro: “Osservo attentamente le partite, soprattutto dei giovani. Studio i giocatori, e se mi piacciono li contatto, e provo a contattare qualche squadra che potrebbe essere interessata”. Giulio attualmente lavora per una squadra di calcio lettone e, come osservatore indipendente, riesce quasi sempre a piazzare un suo pupillo, magari raggiungendolo su Facebook. Con i nordcoreani, però, qualcosa non funziona: “Mi contattò tempo fa un agente croato che era interessato ai calciatori nordcoreani. Cercai di parlare con la Fundación Marcet spagnola, dove si sono allenati per un periodo Choe e Han, ma fu impossibile parlare con loro o con i manager”. Secondo D’Alessandro, Choe e Han sono due ottimi giocatori di calcio: “Choe è più individualista, mentre Han è ai livelli dei talenti europei”. Ma anche fisicamente? “Sì, Choe forse un po’ più piccolo della media, ma non Han. Lui è stato messo tra i migliori 50 giovani calciatori del mondo. Vedi, la nazionale maggiore nordcoreana è un disastro, ma la formazione programmata dei giovani sta funzionando, anche come risultati”. Quanto può arrivare a costare un giocatore come Choe? “Cinquantamila, forse anche centomila euro”. Secondo alcune fonti, il responsabile del settore giovanile della primavera dei Viola, Valentino Angeloni, insieme con il tecnico Vincenzo Vergine, avrebbero messo gli occhi anche su Han Kwang-Song, che però è nato l’11 settembre del 1998, e deve aspettare ancora sei mesi prima di essere tesserato da una squadra.

 

Tutti e tre i calciatori citati sopra sono nati nel 1998, provengono dalla stessa squadra di Pyongyang, ma hanno un’altra cosa in comune: già dal 2014 frequentano l’Italia. Perugia, per l’esattezza, dove ha sede la società sportiva dilettantistica Italian Soccer Management. Si legge sul sito: “La Ism è un’Accademia di calcio internazionale, con base a Perugia, specializzata nella ricerca e formazione di giovani talenti. L’Accademia offre agli atleti, provenienti da tutto il mondo, l’opportunità di allenarsi con la metodologia e programmazione dei migliori club professionistici italiani”. E infatti la Ism organizza “programmi internazionali di scouting accessibili ad atleti di calcio fino a 18 anni che hanno la qualità per giocare in Europa e in Italia”. L’Accademia di calcio è legata a una società a responsabilità limitata, la SportX, con sede a Corciano, in provincia di Perugia. La SportX è nata nell’ottobre del 2014, e si occupa di “commercio al minuto e all’ingrosso di articoli sportivi […] di prodotti merceologici alimentari e non”, e varie altre attività legate all’organizzazione del futuro dei giovani campioni, da qualunque parte del globo arrivino (consulenze legali, costruzione immagine, visti, eccetera). L’amministratore unico della SportX è Lorenzo Flamini, classe 1989. Nella proprietà figura un 20 per cento di capitale che appartiene a Franco Parlavecchio, un tempo segretario del Pd di Perugia. I due compaiono poco nelle notizie online legate alla Italian Soccer Management. Il 40 per cento della società è di proprietà di Alessandro Dominici, che sui giornali italiani è finito proprio nel 2014. Dominici faceva parte della delegazione italiana in Corea del nord guidata dal senatore di Forza Italia, Antonio Razzi, e dal segretario della Lega nord, Matteo Salvini, che si è svolta dal 25 agosto al 31 agosto del 2014. E’ lì che inizia la collaborazione tra l’accademia di calcio perugina di Dominici e la DPR Korea Football Association, la Federazione nordcoreana di calcio. Come tutte le istituzioni di Pyongyang, la Federazione calcistica dipende dal governo di Kim Jong-un. Ma i rapporti tra l’Ism e Pyongyang sono talmente stretti che a gennaio il segretario generale della Federazione, Kim Jong-Man, ex calciatore, ha visitato i campi umbri. Lì, infatti, periodicamente, un gruppo di calciatori nordcoreani studia e si allena: dormono al Convitto nazionale di Assisi, la mattina studiano la lingua, e il pomeriggio si allenano. Dominici – che il Foglio ha tentato di contattare più volte senza ricevere risposta – nel novembre del 2015 sarebbe volato fino in Cile a seguire la Nazionale nordcoreana under 17 impegnata nei Mondiali di categoria.

 

La sconfitta italiana del 1966

 

Una delle foto più emblematiche del viaggio calcistico in Corea di Razzi e Salvini è quella del leader della Lega che stringe la mano all’ormai settantaquattrenne Pak Doo-Ik. Suo fu il gol che permise alla nazionale nordcoreana di eliminare l’Italia dai Mondiali del 1966, nella città inglese di Middlesbrough. Una sconfitta umiliante (per noi) ma celebre per la Corea del nord, che con quella vittoria arrivò ai quarti di finale. Nick Bonner, uno dei fondatori della più famosa agenzia turistica che opera al Nord, Kyoro Tours, dice al Foglio: “Il calcio è lo sport più popolare in Corea, da giocare e da guardare – la tv di Pyongyang trasmette ogni tanto partite internazionali. La Nazionale femminile è molto forte e rispettata anche all’estero”. Bonner nel 2002 ha prodotto il documentario “The Game of Their Lives”, scritto e diretto da Daniel Gordon, e conosce bene l’ambiente calcistico nordcoreano: “In Corea del nord uno sportivo che raggiunge risultati è spesso ricompensato con un appartamento, un’automobile, cose simili. Non sarà mai ricco, ma gli darà uno status vantaggioso”.

 

Come funziona, però, per un calciatore che gioca all’estero? Sappiamo che nessun nordcoreano che lavori fuori dai confini può tenere per sé tutto lo stipendio. Ce lo ricorda anche lo studio “Human Rights and North Korea’s Overseas Laborers: Dilemmas and Policy Challenges”, pubblicato nel maggio del 2015 dal Database center for North Korean Human Rights. Secondo il report, l’indottrinamento e la sorveglianza valgono a maggior ragione per i nordcoreani che si trovano all’estero, ai quali basterebbe entrare in un’ambasciata sudcoreana per ricevere un nuovo passaporto (o in una questura per chiedere asilo politico). Secondo il report, ai nordcoreani vengono negati i contatti con la stampa e le relazioni con i colleghi stranieri vengono limitate al momento del lavoro effettivo. Sono precluse le comunicazioni con la Corea, se non parzialmente, e per corrispondenza. Vietati, naturalmente, sono anche i social network e l’accesso a internet. Soprattutto, non appena arrivano in territorio straniero, ai nordcoreani vengono confiscati i documenti – in questo modo, se si allontanano dal luogo di lavoro, non possono provare la propria identità. Per quanto riguarda il contratto di lavoro, solitamente l’azienda locale contatta le autorità nordcoreane (nel caso del calcio, per esempio, la Federazione). In media, il 70 per cento dello stipendio resta all’autorità, mentre il 30 per cento al dipendente. Da questo 30 per cento, però, bisogna togliere i soldi che ogni nordcoreano paga per mantenere il Partito: “Questo tipo di vita, completamente isolati dal mondo esterno, non può essere definita ordinaria e non è molto diversa dalla vita di un campo di detenzione”. La questione dei diritti umani per i nordcoreani all’estero non è di poco conto. Ettore Centanni, dell’ufficio stampa della primavera della Fiorentina, contattato dal Foglio, dice di non conoscere l’attuale status del calciatore Choe: “Non so dire nulla sul contratto, so che vive negli alloggi dei Viola, ma non so se vive con qualcuno”. Eppure, c’è sempre qualcuno che controlla i nordcoreani all’estero. Lo conferma un articolo su Repubblica di Benedetto Ferrara del 18 marzo, che scrive: “Il futuribile fenomeno nordcoreano è stato affidato a un tutor, che lo segue e cerca di tradurre il suo scarso inglese in un faticoso italiano. Nel frattempo la società lo ha blindato: assoluto divieto di interviste, ma solo eventuali dichiarazioni post partita e solo su argomenti calcistici”. Nel caso di Choe, il tutor potrebbe essere Jong Sang-Hoe, team manager della Nazionale under 16 della Corea del nord, la stessa che si è allenata a Perugia più di una volta per almeno sei mesi. Centanni conferma al Foglio che Choe non parla l’italiano, e anche per questo i suoi contatti con i giornalisti sarebbero stati limitati. Choe, però, ha frequentato la scuola d’italiano, altri giornali sportivi scrivono che parla italiano e chi lo ha visto giocare dice che sembra capire bene le indicazioni del mister, Federico Guidi.

 

Le difficoltà di fare affari, seppur sportivi, con la Corea del nord, non sono soltanto un dilemma legato ai diritti umani. Le ultime sanzioni economiche disposte contro la Corea del nord dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aggiungono alla lista dei beni di lusso sotto embargo anche le attrezzature sportive. E’ sempre più difficile, quindi, avere relazioni con Pyongyang, soprattutto se si verifica un trasferimento di denaro (sappiamo che ogni centesimo che passa per il governo nordcoreano va a finire nel programma nucleare). Questo non è il caso di Choe, calciatore non ancora professionista e con un contratto a titolo gratuito.

 

I tre talenti calcistici transitati in Italia provengono tutti e tre dalla stessa squadra, il Chobyong sport club di Pyongyang. Marco Bagozzi, autore di un libro sul calcio nordcoreano e curatore della pagina Chollima Football Fans, dice al Foglio che “il Chobyong è una delle più celebri squadre nordcoreane per quanto riguarda la crescita dei giovani talenti: non è un caso che negli ultimi Mondiali under 17 erano ben 10 i giocatori provenienti da quel vivaio, e le nazionali nordcoreane che hanno recentemente vinto i Campionati asiatici under 16 (2010 e 2014) e under 19 (2010) hanno pescato a piene mani nelle squadre del gruppo sportivo”. Ma cosa altro si sa di quella squadra, se perfino le informazioni sui media nordcoreani sono pochissime? “Nelle file del Chobyong è cresciuta una leggenda come Hong Yong-Jo, capitano della nazionale mondiale del 2010, oltre a giocatori come Ri Jun-il, Choe Chol-Man, An Il-Bom e Ri Myong-Jun”, dice Bagozzi. Però la parola Chobyong, in coreano, significa milizia, militari, soldati. Una fonte del Foglio, che per i suoi legami con il governo di Seul preferisce restare anonima, dice che una società sportiva con un nome così non può che appartenere all’Armata popolare nordcoreana – peraltro, l’unica istituzione di Pyongyang in grado di sostenere economicamente la vita all’estero di studenti nordcoreani. Il 10 marzo scorso Andrea Attanasio su Tuttosport scriveva: “Song è stato scoperto da Vincenzo Vergine responsabile del settore giovanile, che lo ha seguito per lungo tempo e ha portato a termine l’affare con il club del Chobyong quando il ragazzo ha compiuto 18 anni”. Non è stato possibile risalire al tipo di “affare” menzionato da Tuttosport. La Federazione italiana giuoco calcio, contattata dal Foglio, dice che l’iter seguito per il calciatore Choe ha avuto esito positivo – quindi la richiesta al club di appartenenza, eventuale richiesta di transfer alla federazione di provenienza, eccetera. La Figc, però, non ha potuto confermare il club di provenienza di Choe, tantomeno se sia stata effettuata una transazione economica tra la Fiorentina e il Chobyong.
L’unico altro calciatore nordcoreano acquistato da una squadra europea si chiama Pak Kwang-ryong. Pak ha firmato nel giugno del 2011 per giocare con il Basilea, portato in Svizzera da Karl Messerli, “l’agente dei nordcoreani”, come lo chiamano gli svizzeri. Messerli cura l’immagine del calcio nordcoreano in Europa (suo il primo contatto con la Legea italiana per la sponsorizzazione della Nazionale nel 2010) ed è stato il primo a notare Pak, che prima di venire in Europa – blindatissimo – giocava per il Wolmido, la squadra del ministero della Cultura di Pyongyang. Ma nel 2011 le sanzioni contro la Corea del nord non erano limitanti come oggi.

 

Il calcio è da sempre considerato un efficace strumento diplomatico, ma un calciatore nordcoreano, per una squadra europea, rischia inconsapevolmente di diventare un problema, più che un talento.

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