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42 morti dello Stato islamico

In una base italiana la Nato fa le prove generali prima dell’attacco in Libia

L’“esercitazione” degli ufficiali italiani a Solbiate Olona. Washington colpisce Sabratha ma lascia spazio agli europei

di Daniele Raineri | 20 Febbraio 2016 ore 06:15

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Un'immagine dei bombardamenti a Sabratha

Milano. Nella base Nato di Solbiate Olona in provincia di Varese alcuni ufficiali italiani sono arrivati ieri alla seconda settimana di un’importante esercitazione “di rifinitura” che prelude a una missione militare in Libia contro lo Stato islamico. A quanto risulta al Foglio, l’esercitazione ha una durata complessiva di tre settimane e finirà venerdì 26 febbraio. Non si tratta di manovre militari effettuate armi in pugno, come si potrebbe intendere per la parola “esercitazione”. Piuttosto, queste tre settimane servono da prova generale e da ultimo test per gli ufficiali, se ci fosse la chiamata del governo a intervenire in Libia. Il paese nordafricano è uno scenario complesso, offre numerose variabili che vanno studiate, risolte e provate in anticipo e inoltre gli italiani si coordineranno con altri paesi della Nato.

 

Pare che questa prova degli ufficiali italiani nella base Nato di Solbiate Olona sia tenuta d’occhio con molta attenzione dagli ufficiali americani, che considerano indispensabile un intervento con truppe di terra in Libia. Come raccontato ieri dal Foglio, l’Amministrazione Obama non intende aprire in Libia un quarto fronte di guerra (dopo Iraq, Siria e Afghanistan) e lascerà che a farlo siano i paesi europei, che sono anche i più interessati a stabilizzare la situazione a Tripoli (o perlomeno a tentarci). Per ora si attende la condizione necessaria: un invito formale da parte del governo di accordo nazionale, creato su iniziativa delle Nazioni Unite, che però non esiste ancora davvero – i suoi componenti mettono piede in Libia di rado.

 

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La base di Solbiate Olona ospita il comando Nato della Forza di reazione rapida (Rapid Deployable Corps), vale a dire quel contingente di forze miste che la Nato può proiettare all’estero in caso di necessità. La base è la sede di numerose esercitazioni di questo tipo, ma è chiaro che questa con scenario Tripoli ha un significato speciale. In queste settimane fioccano indiscrezioni su un imminente intervento militare internazionale in Libia per appoggiare il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite – che per ora esiste soltanto sulla carta – nella guerra contro lo Stato islamico.  A dicembre il quotidiano inglese Times ha pubblicato un articolo in cui si scriveva che mille soldati britannici, incluse le forze speciali, sono già pronti per partecipare a una missione militare in Libia che sarà a guida italiana e che conterà tra i cinquemila e i seimila soldati.

 

Tra i partner possibili dell’Italia, oltre alla Gran Bretagna, ci sono i francesi – che a giudicare dall’attivismo in Libia potrebbero voler bruciare i tempi. La settimana scorsa è uscita una notizia, non confermata, a proposito della presenza di 180 militari francesi in una base vicino a Tobruk. Due settimane prima era circolato un rumor sulla collaborazione di Parigi ad alcuni raid aerei compiuti senza fare annunci dall’Egitto contro le postazioni dello Stato islamico a Sirte – ma anche in questo caso non c’è stata una conferma ufficiale. Pure la Germania potrebbe partecipare a una missione militare e la cancelliera Angela Merkel ha offerto un contingente per addestrare soldati libici, ma in Tunisia e non in Libia.

 

Il raid di ieri è stato uno di quei bombardamenti sporadici che l’Amministrazione Obama è disposta a fare in Libia, lasciando il grosso ancora da fare sul terreno ai paesi europei. Uno strike d’opportunità: l’intelligence ha ricevuto informazioni che non poteva non sfruttare. Due jet hanno colpito prima dell’alba una fattoria a poca distanza da Sabratha, una cittadina sulla costa libica a metà strada tra la capitale Tripoli e il confine tunisino, e distante solo pochi chilometri dall’impianto del gas di Mellita, controllato dall’italiana Eni. Secondo il sindaco di Sabratha, Hussein Dawadi, il bombardamento ha ucciso 42 combattenti dello Stato islamico – di cui molti stranieri –  e nessun civile. L’obiettivo del raid era Noureddine Chouchane, conosciuto anche come “Sabir”, un tunisino che è ritenuto l’organizzatore dei due grandi attentati dell’anno scorso in Tunisia, contro il museo del Bardo e contro i resort turistici di Sousse. Chouchane, che aveva la passione del kickboxing, in passato aveva lavorato anche in Italia ed era poi tornato in Tunisia dove si era unito al gruppo islamista Ansar al Sharia. Secondo la nota diffusa ieri dal Pentagono, “Sabir” aveva un ruolo centrale nel traffico dei combattenti tunisini in arrivo e in partenza dalla Libia.

 

Il gruppo cui apparteneva Chouchane, Ansar al Sharia, ha un rapporto ambiguo di rivalità strategiche e alleanze tattiche con lo Stato islamico che cambiano di città in città. A Sabratha, Ansar al Sharia grazie alla sua presenza discreta e tollerata ha fatto finora da schermo allo Stato islamico, nel senso che ha permesso alle autorità locali di fare finta di nulla. E’ probabile che il raid americano cambierà questa percezione, che non fu scossa a dicembre, quando per poche ore i combattenti sfilarono in città. Il New York Times dice che l’intelligence necessaria a lanciare il bombardamento è stata raccolta anche grazie alla presenza sul terreno di squadre delle forze speciali americane e inglesi.

 

Secondo Jamal Zubia, il sulfureo coordinatore dell’ufficio media di Tripoli che poche settimane fa cacciò dalla città l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Kobler, gli uomini dello Stato islamico si erano riuniti per ascoltare il discorso di un importante leader religioso, ma non ha dato un nome. Una fonte del Foglio in Libia dice che la casa bombardata appartiene ad Abdul Hakim al Mushawat, un libico del Gruppo islamico di combattimento migrato in Afghanistan e poi tornato nel paese dopo la rivoluzione del 2011.

 

Lo Stato islamico aveva da tempo spostato alcune delle sue attività a Sabratha, tenendo però un profilo più discreto che in altri luoghi, come per esempio nella capitale del gruppo, Sirte. Non ha il controllo della città, ma ha un campo d’addestramento nei paraggi e usa il posto come uno scalo per il viavai di armi e volontari con la Tunisia e forse anche con il Marocco (tre giorni fa è stata arrestata una cellula dello Stato islamico di dieci persone in Marocco e l’accusa sostiene che le loro armi sono arrivate dalla Libia). A novembre le forze di sicurezza della vicina Zuwara arrestarono due uomini che in macchina stavano trasportando cinque cinture esplosive verso la Tunisia e spiegarono al Foglio che dal punto di vista locale si trattava di una non-notizia, un fatto poco straordinario: il traffico di armi e uomini tra il confine e gli estremisti nascosti a Sabratha è continuo. Ieri una “fonte occidentale” ha detto al New York Times che c’è la possibilità che il bombardamento abbia impedito un attentato nei paesi vicini o in Europa.

 

Lo Stato islamico in Libia si prepara all’intervento internazionale. Secondo fonti locali i combattenti hanno ridotto al minimo la loro presenza nelle strade di Sirte, che sarebbe il bersaglio più scontato in caso di raid aerei, e si sono dispersi – si dice che si sarebbero trincerati nella zona di Dhirrar, a sud dell’abitato. Altri combattenti si sarebbero sparpagliati più a sud ancora, in direzione del Sahel. In generale, i combattenti tengono alto il ritmo degli attacchi contro le infrastrutture del settore energetico, gas e greggio, per togliere al governo libico (qualsiasi forma prenderà infine) la fonte principale di incasso. A est, in Cirenaica, lo Stato islamico è impegnato in un’offensiva per riprendersi la città di Derna, da cui era stato cacciato nel giugno scorso, e regolare i conti con le milizie islamiste locali, prima che il conflitto s’allarghi.

© FOGLIO QUOTIDIANO


ARGOMENTI NATO , BOMBARDAMENTO LIBIA , LIBIA , STATO ISLAMICO , ESERCITO ITALIANO

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