Scalia, ovvero quello che manca alle destre

Scalia l’ho sentito ridere, sulla terrazza dell’Hassler, a Roma, dell’unicità delle carriere di inquirenti e giudicanti nel sistema italiano. Dico ridere: non era nemmeno sarcasmo, era stupefazione per le condizioni grottesche di un processo che è “unfair” per definizione, per statuto.
Scalia, ovvero quello che manca alle destre

Antonin Scalia (foto LaPresse)

Scalia l’ho sentito ridere, sulla terrazza dell’Hassler, a Roma, dell’unicità delle carriere di inquirenti e giudicanti nel sistema italiano. Dico ridere: non era nemmeno sarcasmo, era stupefazione per le condizioni grottesche di un processo che è “unfair” per definizione, per statuto. Era un’occasione privata, un pranzo; e la fragorosa risata del supergiudice americano si confondeva con il tono di ovvio compatimento per la giustizia italiana diffuso tra i commensali. Di Antonin Scalia, ora che è morto e se ne scrive a profusione, ora che inizia la battaglia per la sua successione in un’America incarognita dallo spirito partigiano (nominato da Reagan, lui era stato votato dal Senato con 98 voti a 0), di Scalia tutti ricordano cose importanti. Era un cattolico senza complessi, deve aver riso anche della battuta di Francesco sui fedeli che fanno figli come conigli, lui che ne aveva 9 e diceva di esserseli giocati con sua moglie, la prolifer Maureen McCarthy, alla “roulette vaticana”. Era un originalista costituzionale, credeva non già che si dovessero interpretare le intenzioni dei Padri fondatori che hanno prodotto la Costituzione liberal-democratica più antica del mondo, ma più semplicemente il testo scritto e tramandato secondo tradizione legale. Amava la Costituzione morta, come diceva, non le truffe ricavabili da quella viva e in cambiamento perenne. Era uno che amava vincere, determinare le maggioranze che fanno le sentenze (gli è accaduto e non raramente), influenzare la cultura e la visione politico-costituzionale del suo paese (lo ha sempre fatto, infallibilmente), ma accettava di perdere: famose le sue opinioni in dissenso, tra le altre quelle a suo tempo da noi pubblicate sulle nozze omosessuali o le prescrizioni dell’Obamacare in materia di polizze assicurative (“è come se il governo ti ordinasse di comprare al supermercato i broccoli”).

 

Era un gigante, ora dicono, del pensiero giuridico conservatore. Era un uomo di mondo, che sollecitava al confronto e al compagnonnage quanti erano diversi da lui come la sodale liberal Ruth Bader Ginsburg, quanti erano diversi nelle policies, nelle scelte o visioni evolutive che si radicano nel tempo e nella modernità; ma il suo wit, il suo spirito, la sua disponibilità avevano il limite testuale, legale, della carta fondamentale delle libertà americane e dell’autogoverno. Se ne intuiva la violazione per ragioni politiche, di attivismo politico, se intravedeva la pretesa di assoggettare il credo universalista dei fondatori dell’America non a un testo tramandato e letto con attenzione ma all’opinione di un gruppo di giudici, allora diventava spietato, ricorreva all’insulto elegante, non le mandava a dire. Era universalmente rispettato, con l’eccezione di qualche giornalista babbeo, sia per la severità del rigore giuridico sia per la leggerezza brillante, il tono ironico e sarcastico delle cose che scriveva con una prosa non ottusa dal professionalismo, aperta, capace di comunicare a tutti quanto è e deve essere di tutti.

 

Aveva qualcosa in comune con Leopold von Ranke, grande storico dell’Ottocento che pretendeva si raccontassero e leggessero i fatti “come sono realmente accaduti”, e punto; così Scalia voleva che la legge fosse applicata alla luce di un testo costituzionale letto “come era stato effettivamente scritto”, e punto.

 

[**Video_box_2**]Dare questo spessore ambizioso e anacronistico a una cultura giuridica che ha sconvolto e irrorato l’America per trenta lunghi anni (Scalia era lì alla Corte suprema dal 1986) è stato già in sé un capolavoro, un capolavoro di scorrettezza politica tanto più sapido in un’epoca in cui trionfano le concezioni evolutive cosiddette, e dunque manipolabili, esposte al pregiudizio ideologico e politico, dei diritti e dei doveri del cittadino. L’amore esclusivo del diritto genera com’è noto anche contraddizione e follia, e Scalia fece sentenziare il diritto di bruciare la bandiera americana in nome della libertà di espressione e si batté per il diritto di sostenere l’illegalità della sodomia omosessuale alla luce della legge: era e non era quel che si dice un libertario, dipendeva dal testo della Costituzione. Comunque, al di là delle avventure di un colossale ingegno, la sua ermeneutica si sostanzia di questa asserzione, che è basilare per la tenuta di una società pluralistica e immigrata, con una società civile divisa e finanche dispersa dalla libertà di iniziativa individuale e dai suoi sviluppi: “Testi e tradizioni sono fatti da da studiare, non convinzioni da dimostrare”.

 

E’ stato osservato che la radicalizzazione indotta dai Tea Party, ultimo stadio di una rivolta popolare contro l’establishment che celebra oggi clamorosi e ambigui fasti nelle elezioni presidenziali, è dipesa anche dall’originalismo costituzionale di cui Scalia fu maestro e banditore. Può essere, ma un maestro come Scalia va misurato su una scala diversa da quella della lotta politica, è l’archetipo di un modo colto, intelligente, spiritoso e insieme severo di essere conservatori. E’ stato quello che manca a tante destre a tante latitudini, Europa compresa. Fu honnête homme, il tipo di uomo di cuore e uomo di mondo che si affermò nel Seicento in Francia, ma il legame con la Costituzione americana gli impedì di essere troppo conforme al suo tempo, che intendeva semmai conformare lui ai criteri di vita e di governo tramandati. Che tipo.

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