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Esclusiva: una manciata di Forze speciali italiane è in Libia

Le spinte americane, i primi bombardamenti aerei, la guerra sul petrolio. Perché il piano dei jihadisti parte da Sirte. Storie dal nostro confine con lo Stato islamico. Reportage del Foglio

di Daniele Raineri | 03 Dicembre 2015 ore 06:29

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Il capo di un'unità di forze speciali libiche a Tripoli (foto Daniele Raineri)

Zuwara, dal nostro inviato. Una fonte che chiede di essere definita soltanto come “western official” dice al Foglio che l’Italia ha mandato pochi uomini delle sue Sof in Libia per preparare un possibile intervento militare. Sof è un acronimo inglese che sta per Special operations forces e indica le forze speciali. Secondo la fonte, si tratterebbe di una manciata di operatori che si muove vicino a Zuwara e a Sabratha, due piccole città sulla costa della Libia che stanno tra la capitale Tripoli e il confine con la Tunisia. I militari si appoggiano ai servizi segreti italiani, che sono presenti in pianta stabile in quella zona a causa della presenza delle infrastrutture di Eni che, tra le altre cose, sono una questione di sicurezza nazionale. Questa nuova missione fa parte di un cambiamento importante: dalla tutela del settore energia si passa alla preparazione di un intervento.

 

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La presenza italiana coincide con le operazioni in Libia di forze speciali americane e inglesi, che secondo quanto rivela un articolo pubblicato domenica scorsa sul New York Times, sono impegnate a raccogliere informazioni sullo Stato islamico.

 

Nel paese arabo circolano rumors più o meno infondati sulle attività in incognito di militari stranieri – e questa non è una novità, è piuttosto una costante del paesaggio libico, carico di sospetti. A fine settembre il presidente del Congresso nazionale di Tripoli, Nuri Abu Sahman, ha accusato le forze speciali italiane di avere teso un’imboscata a “un trafficante di uomini di Zuwara”e di averlo ucciso  – notizia che si rivelò una bufala in poche ore, ma che rende il clima che si respira in Libia.

 

Le forze italiane candidate a questi incarichi di ricognizione sono due. Una è il Comando subacqueo incursori, Comsubin, che ha familiarità con quel tratto di costa.

 

Nel settembre 2011 gli uomini del Comsubin arrivarono al largo di Sabratha a bordo della nave San Marco, quando la rivoluzione era ormai alle ultime battute (Gheddafi, nascosto a Sirte, sarebbe stato catturato e ucciso il mese seguente) e la Libia aveva riattivato i contratti con Eni. Durante quell’operazione i cecchini del reparto coprirono altre squadre che scesero dagli elicotteri sulle piattaforme Eni – per ispezionarle e dichiararle “pulite” da eventuali mine e trappole esplosive. Più di recente, a marzo di quest’anno, sui giornali è arrivata l’indiscrezione che un contingente di incursori del Comsubin è partito dalla base del Varignano a la Spezia a bordo di una nave, questa volta la San Giorgio, per stazionare di nuovo davanti a quella zona, in corrispondenza dell’impianto di Mellita.

 

Come dicono anche fonti del Foglio a Zuwara, alcune aree della vicina Sabratha – è poco più a est – sono infestate dallo Stato islamico. A luglio il gruppo – che si nasconde dietro la presenza di altre fazioni islamiste – ha avuto la tentazione di uscire dall’ombra e dichiarare la propria presenza in via ufficiale, ma poi ha soprasseduto per non provocare reazioni militari e così perdere la rotta strategica d’accesso alla Tunisia. Mentre a Sirte lo Stato islamico produce e mette su internet materiale di propaganda, distribuisce dolci per celebrare l’attacco di Parigi e annuncia l’istituzione di tribunali islamici, a Sabratha preferisce per ora tenere un basso profilo. Da quei cento chilometri di strada litoranea che vanno verso i checkpoint di confine passano tutte le operazioni clandestine che lo Stato islamico lancia nel paese vicino, dall’attacco al museo del Bardo alla strage in spiaggia di Sousse. Martedì scorso la Tunisia ha chiuso la frontiera tra i due paesi per bloccare il traffico di uomini e di esplosivi, dopo che su un bus nel centro della capitale Tunisi un attentatore suicida ha fatto una strage di guardie presidenziali – un corpo scelto e specializzato nella lotta agli islamisti.

 

La Libia è al centro di operazioni di sorveglianza e di raccolta di intelligence da parte dei paesi occidentali. Il 26 settembre un drone Predator americano è precipitato per un guasto nell’area di al Fatayah, appena a sudest di Derna, lo Stato islamico lo ha trovato e subito ha messo tre foto su internet. Il giorno prima il drone aveva sorvolato Sirte, secondo alcuni testimoni. Il 16 novembre anche alcuni jet francesi hanno sorvolato Sirte, tre giorni dopo il massacro di Parigi. Il 13 novembre due aerei americani hanno ucciso un comandante iracheno, Abu Nabil al Anbari, secondo il Pentagono. Un pezzo del New York Times di pochi giorni fa cita una non meglio specificata fonte che afferma che “l’America ha incrementato il numero dei bombardamenti in Libia”. Ne parla al plurale, lasciando intendere che le missioni aeree in Libia contro l’Is erano già cominciate.

 

 


Secondo il Pentagono, l’uomo in questo video del 14 febbraio è il capo iracheno Abu Nabil al Anbari, mentre partecipa all’uccisione di ventuno copti su una spiaggia della Libia


 

 

Come si lavora oggi in Libia

 

Questo articolo è il frutto di conversazioni con i comandanti di alcune brigate di Misurata, le famiglie fuggite da Sirte diventata capitale dello Stato islamico in Libia, i parenti di alcuni soldati caduti combattendo contro il gruppo estremista, il direttore Ismail Shukri e un ufficiale (che preferisce restare anonimo) dell’intelligence militare di Misurata, un “western official”, alcuni ufficiali delle forze speciali e della polizia di Tripoli e uomini della sicurezza locale a Zuwara – che è una città sulla costa famosa fino a poco tempo fa come “capitale del contrabbando”. Due osservazioni. In Libia si vive con un senso di attesa: tutte le parti sanno che questa situazione di stallo che si è creata non potrà trascinarsi ancora a lungo e che questi mesi sono un preludio, anche se non si è capito con precisione a cosa. La seconda nota riguarda il controllo sui media: il 2011 arabo in cui si poteva accedere a chiunque e dovunque è un ricordo lontano, oggi anche la Libia è un paese diviso in cui ogni notizia può essere un capo d’accusa e un corpo contundente da scagliare contro la fazione rivale. Per ogni intervista ci vuole una lettera di autorizzazione e talvolta un’automobile con un paio di uomini dell’autorità locale scorta i giornalisti stranieri, il che da una parte è un bene – considerato che lo Stato islamico ha un forte network di intelligence in molte città del paese – altre volte ha il sapore di una restaurazione, di un ritorno al passato.

 

 

Prendere il controllo del petrolio

 

La strategia dello Stato islamico in Libia punta a una espansione progressiva a est e a sud di Sirte, la capitale di fatto (capitale lo è dalla primavera, ma la notizia è scoppiata sui media grazie a un pezzo del New York Times che ha rivelato l’arrivo di comandanti iracheni). A ovest la strada verso Tripoli è comunque sbarrata dalla presenza di Misurata, che è la città-stato più forte di tutto il paese dal punto di vista militare, quindi in quella direzione gli uomini dello Stato islamico possono oggi arrivare al massimo al checkpoint autostradale di Abu Ghrein (dove ai giornalisti non è più consentito accedere). A est di Sirte invece comincia una lunga striscia di costa che arriva fino ai due porti d’imbarco del petrolio, Sidra e Ras Lanuf, che servono tutto il paese quando non sono chiusi per scontri. Il gruppo estremista si è già proteso in quella direzione e a giugno ha conquistato Harawa e Nowfaliya, a 50 chilometri dai terminal. Questo è un punto trascurato: quasi non ha combattuto per avanzare, lo ha fatto soprattutto negoziando con i clan locali, ai quali ha anche spiegato che l’opa armata dello Stato islamico sul settore energetico della Libia prevedeva, entro il mese di Ramadan (che quest’anno corrisponde all’incirca a luglio) la conquista della cosiddetta Mezzaluna del petrolio, ovvero di quella catena di pozzi petroliferi che descrive una curva di trecento chilometri nel deserto a sud del golfo di Sidra. A febbraio e marzo lo Stato islamico ha lanciato alcuni assalti mordi-e-fuggi ad alcuni  pozzi petroliferi molto isolati, nella zona di al Ghani a sud di Sirte, costringendone undici alla chiusura per “forza maggiore” – che è una clausola invocata dai produttori per non pagare penali ai clienti. In questi raid contro i siti petroliferi sono state uccise undici guardie, alcune decapitate, e sono stati sequestrati tecnici occidentali.

 

Il modello strategico dello Stato islamico in Libia è quello già adottato in Siria e in Iraq: puntare ai pozzi del petrolio. E’ quello che hanno fatto nell’estate del 2014, quando nel giro di poche settimane hanno preso possesso degli impianti nella provincia siriana di Deir Ezzor e hanno occupato la più grande raffineria dell’Iraq a Baiji (che nel frattempo hanno perduto). Lo Stato islamico ha però un problema: sfruttare il petrolio libico, che è portato fuori dal paese via nave, è ancora più difficile che in Siria e in Iraq, dove in queste settimane gli aerei americani e russi stanno facendo strage di autocisterne. Per ora, sembra, puntano più che altro alla possibilità di condizionare il settore: di minacciare, di interferire, di imporre una propria forma di controllo. Una persona in contatto con combattenti dello Stato islamico nell’area di Sirte dice che alla domanda sul perché attaccassero i pozzi di petrolio un leader locale del gruppo ha risposto che è per arrestare il flusso di ricavi in denaro verso quello che loro considerano uno stato non islamico”, secondo un’intervista commissionata dal think tank International Crisis Group nella zona di Harawa.

 

Tre giorni fa Christiane Amnapour ha intervistato per la Cnn il ministro della Difesa francese, Yves le Drian, che le ha detto – come d’uso – che i libici devono a tutti i costi formare un governo di unità nazionale perché è l’unica soluzione possibile. Si rende conto che ci vorrà molto tempo? Sarete costretti a bombardare Sirte?, ha chiesto lei. “Quel momento potrebbe essere molto più vicino di quanto pensa – ha risposto le Drian –  Se lasciamo che Daesh si sviluppi, raggiungeranno con rapidità i pozzi di petrolio a sud”.

 

La strategia è stata confermata dallo stesso comandante di tutto lo Stato islamico in Libia, presentato a settembre sull’undicesimo numero della rivista del gruppo, Dabiq, con il nome di Abu Mughirah al Qahtani: “La Libia ha una grande importanza per la Umma islamica perché è in Africa subito a sud dell’Europa. Contiene anche un pozzo di risorse che non si asciugherà mai. Tutti i musulmani hanno diritto a queste risorse. E’ anche un varco d’accesso al deserto africano che s’allunga verso molti paesi africani. E’ importante notare che le risorse libiche sono una grande preoccupazione per l’occidente infedele, che fa conto sulla Libia per molti anni a venire, specialmente per quanto riguarda il petrolio e il gas. Il controllo dello Stato islamico sopra la regione porterà ad alcune bancarotte economiche, soprattutto per l’Italia e poi per il resto dei paesi dell’Europa”.

 

Sulla costa libica si dice anche – ma non c’è alcuna prova – che lo Stato islamico abbia stretto un patto di non aggressione con Ibrahim al Jadran, il trentenne leader locale che controlla con un piccolo esercito di ex ribelli i terminal del petrolio. In pratica Jadran pagherebbe per non essere disturbato, come in un racket su scala gigante. La ridda dei rumors su Jadran vuole che suo fratello Osama sia un comandante del movimento jihadista Ansar al Sharia e che sia stato ferito in un bombardamento oppure che sia passato allo Stato islamico, il che darebbe adito ad ancora più illazioni. Di certo lo Stato islamico ha lodato Osama, definito “un uomo di parola”, per avere assistito con cure mediche alcuni combattenti feriti del gruppo, e a giugno Osama è stato avvistato nell’ospedale di Sirte (uno degli edifici a maggiore concentrazione di Stato islamico della città). Ricapitolando: lo Stato islamico che sogna il controllo del petrolio libico avrebbe un accordo sottobanco con l’uomo che controlla l’area delle raffinerie e dei terminal per esportare quel petrolio, un leader che nel 2014 ha  firmato un contratto da due milioni di dollari con un’agenzia di Washington che si occupa di lobbying al Congresso, la Dickson e Mason,  per curare la sua immagine e che però ha un fratello impegnato nel jihad. C’è chi vedrebbe nella relativa tranquillità di Jadran proprio un sintomo del suo patto con il diavolo. Però mercoledì 28 ottobre lo Stato islamico ha attaccato un varco d’ingresso del porto petrolifero di Sidra. Una colonna di macchine è arrivata quasi fin sotto al perimetro esterno, gli aggressori hanno sparato sulle guardie per piazzare una autobomba aprire un secondo varco – ma tre sono stati ammazzati e il raid è fallito.

 

Ancora più significativo è quello che sta succedendo a Agedabia, la capitale del territorio di Jadran, una città piccola ma curciale per il controllo sul petrolio libico. Lo Stato islamico sta applicando il manuale per la conquista occulta già applicato con successo altrove: i suoi sicari stanno eliminando possibili oppositori in anticipo, con una serie infinita di uccisioni preventive. Una fonte del Foglio dice che ogni giorno ci sono cadaveri di gente assassinata nelle strade, che lo Stato islamico a volte piazza  checkpoint volanti e che circola un rumor sulla prossima nomina di un emiro nigeriano per la città. Secondo i media libici, il gruppo sta spostando le armi pesanti verso Adjabiya.

 

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Fedele al motto “baqiya wa tatamaddad”, resistere ed espandersi, per ora lo Stato è ancora inchiodato alla fase “baqiya”, e non riesce a passare a quella “tatamaddad”. Lo dice anche, oltre ai rivali di al Qaida, un rapporto di 24 pagine firmato da esperti delle Nazioni Unite e uscito due giorni fa, secondo cui il tentativo dello Stato islamico di espandersi in Libia è ostacolato dalla mancanza di combattenti, il gruppo stenta a ottenere il sostegno dei libici ed è ancora considerato un soggetto estraneo. “Lo Stato islamico in Libia ha tra i 2.000 e i 3.000 combattenti”, scrivono gli esperti del Consiglio di Sicurezza: ancora troppo pochi per un’offensiva che si sviluppa su trecento chilometri di costa. A questo proposito, una fonte dice al Foglio che è sbagliato considerare Sirte come il luogo dove più si concetrano i combattenti dello Stato islamico: in realtà stanno più a est, nei dintorni di Harawa, per offrire un bersaglio meno ovvio in caso di bombardamenti.

 

Lo Stato islamico è, tuttavia, tra i fattori che mettono a repentaglio il settore energetico della Libia. Secondo un rapporto del International Crisis Group che è stato reso pubblico oggi (ci ha lavorato anche una ricercatrice italiana, Claudia Gazzini, dalla Libia): “Dopo quattro anni di guerra civile il settore energetico corre verso la disintegrazione completa, con il rischio del collasso economico per il paese e di una nuova ondata di rifugiati per l’Europa”.

 


Un’esecuzione dello Stato islamico nell’area di Bengasi, in un video messo su internet il 15 settembre . L’orologio è portato sul polso destro, come molti seguaci di Abu Bakr al Baghdadi


 

 

Combattere gli estremisti con gli islamisti

 

Il capo delle forze speciali di Tripoli è giovane, tracagnotto, arriva su un fuoristrada all’appuntamento fuori dal muro di cinta dell’aeroporto Mitiga di Tripoli, che è l’unico funzionante dopo che quello internazionale è stato distrutto negli scontri dell’estate 2014. Toglie dal cellophane un passamontagna nuovo e lo indossa perché non vuole che il suo volto vada a finire in una fotografia, e chiede anche di evitare di scattare fotografie a meno che non siano a campo così stretto da risultare, in pratica, immagini astratte in stile Magritte (ecco: una sedia). Il fatto è che nella base dentro l’aeroporto sono nervosi, hanno capito che lo Stato islamico ha studiato le immagini sui siti di news e sui social media, ha disegnato mappe e ha fatto sopralluoghi prima di lanciare un assalto all’aeroporto lo scorso 18 settembre. Dopo quei combattimenti nel centro della capitale, la presenza in Libia dello Stato islamico è stata per la prima volta riconosciuto anche dal governo “di salvezza nazionale” di Tripoli, che per quasi un anno aveva tentennato sull’argomento. “Sono arrivati alle sei di mattina di venerdì, che è il giorno di festa, e sapevano con precisione dove fare un buco con l’esplosivo nel muro di cinta – spiega il comandante – poi sono entrati in quattro, hanno sparato un razzo Rpg contro la porta della prigione dentro la nostra base – che a sua volta è in un angolo dell’aeroporto – hanno portato fuori il loro emiro (si dice: un libico con passaporto canadese) gli hanno consegnato una veste esplosiva da indossare e un fucile d’assalto”. Liberare i compagni imprigionati è un classico nelle fasi preliminari della fondazione dello Stato islamico. Nel 2012 e 2013 il gruppo in Iraq è riuscito a tornare ai livelli di prima del 2010 (che fu l’anno della grande crisi) proprio grazie a una campagna di assalti ale prigioni, da Tikrit a Abu Ghraib. Nel caso di Tripoli, l’emiro era quello che a gennaio aveva ordinato un attacco in grande stile contro l’hotel Corinthia – che un tempo era uno dei migliori della capitale, ora a mesi di distanza è tornato ad aprire al pubblico la hall e il ristorante, ma non ospita più. Morirono dodici persone.

 

Il capo delle forze speciali ha una faccia simpatica pur sotto il passamontagna. Spiega che dopo il disorientamento iniziale i suoi uomini hanno reagito, i cecchini hanno preso posizione per impedire la fuga ai cinque, gli altri si sono fatti sotto.“Sono morti tre dei nostri uomini migliori, ma abbiamo ucciso i quattro intrusi e nessuno di loro era libico: un marocchino, un tunisino, due sudanesi”. E’ un altro segno, ma non c’era bisogno, che il paese sta diventando il collettore del reclutamento islamista nello smisurato bacino africano che dal Sudan a est arriva fino alla Mauritania, a ovest. Alla sera nelle vie di Tripoli c’è stata una parata di celebrazione della vittoria, con i carri armati e le bandiere. A gennaio, dopo l’attacco dello Stato islamico all’hotel, la tv libica aveva parlato di “ex gheddafiani” e il governo aveva citato non meglio definiti “nemici della rivoluzione”. Il primo ministro Omar al Hassi aveva negato che la responsabilità fosse dello Stato islamico – a dispetto del fatto che il gruppo avesse fatto uscire una rivendicazione quasi in diretta. Il problema che prima non era nemmeno nominato ora è ammesso.

 

Accanto al capo in divisa mimetica, una di quelle mimetiche urbane nere e bianche che spiccano invece che confondersi, siede un uomo in abiti civili che talvolta suggerisce in arabo all’orecchio del comandante le cose migliori da dire. Uno dice: “Guardate cosa è successo a Parigi, ormai non è più una cosa che riguarda soltanto la Libia”. L’altro dice: “Guardate cosa è successo a Parigi, ormai non è più una cosa che riguarda soltanto la Libia”.

 

Il nome del reparto è Rada, che in arabo vuol dire “Deterrenza”, prima erano specializzati nella lotta ai narcotrafficanti. Prima ancora però erano il cosiddetto battagliona Nawasa, una forza di islamisti molto rigidi che molti a Tripoli incolpano per la degenerazione del dopo 2011. Sotto la guida di Abdel Raouf Kara, il battaglione imponeva l’osservanza delle regole islamiche più strette nelle strade, come per esempio il divieto per le donne di girare senza un accompagnatore. Anche se spesso agli occhi occidentali i gruppi come quello di Kara si confondono con lo Stato islamico e sembrano la stessa cosa, sul campo sono nemici mortali – come dimostra l’incursione lanciata contro la loro base. Se l’Europa sorveglia lo Stato islamico in Libia, può permettersi di escludere dai suoi interlocutori le forze come Rada?

 


Uomini dello Stato islamico a Sirte, in un video messo su internet il 31 luglio. In questa inquadratura è usata una tecnica cinematografica giudicata “non banale” dagli esperti per dare importanza al soggetto in primo piano e sfuocare volutamente i combattenti alle sue spalle


 

 

Libici o stranieri?

 

La donna racconta al Foglio che prima di scappare da Sirte è andata a fare una chiamata in un call shop e che vicino a lei c’era un combattente tunisino dello Stato islamico, parlava con una donna che doveva essere sua moglie e diceva: “Ormai controlliamo Sirte come la controllava Gheddafi”, e questo vuol dire che lo Stato islamico ha un controllo totale sulla città,che un tempo fu feudo di Gheddafi. La donna spiega che questo dominio è ottenuto anche grazie a raid improvvisi contro chiunque è sospettato di fare parte dell’opposizione al gruppo. Come la sete di petrolio, come l’assalto alle carceri, anche questo fa parte di un protocollo operativo già visto in Iraq e in Siria. Lo Stato islamico quando arriva di soppiatto in una città e infiltra i suoi gruppi di fuoco stila una lista di potenziali disturbatori da eliminare – vedi cosa sta succedendo a Adjabiya – e l’opera di “purificazione” continua anche dopo che la conquista totale è compiuta. Chi contravviene allo spirito dello Stato islamico incorre nel generico crimine di “rottura dell’unità dei ranghi” ed è punibile. “A Sirte se vengono a catturare un uomo soltanto in un singolo appartamento prima circondano il palazzo intero, piazzano cecchini sui tetti di fronte, creano un cordone di sicurezza nelle strade tutto attorno fino a un chilometro di distanza in modo che il bersaglio non possa scappare, se sfugge alla squadra che lo cerca sarà preso ai posti di blocco”. Lo Stato islamico applica di regola una quantità di forza che non lascia la possibilità di compiere gesti di ribellione. Sirte, dice un avvocato libico che è scappato pochi mesi fa, è oggi un posto sorvegliato, la gente non scende più in strada appena fa buio, passa il tempo al chiuso, si muove lo stretto indispensabile, va a fare la spesa e poi torna a casa. “In città è rimasto soltanto il 30 per cento della gente rispetto a prima, soprattutto chi non ha i mezzi per trovarsi una sistemazione altrove”.

 

A sentire i racconti di chi ne è fuggito, Sirte non pare un modello attraente di rinascita all’islam, e come spiega il New York Times in un reportage straordinario uscito domenica il gruppo potrebbe considerare Sirte come una “fall back option”, uno spazio di sicurezza dove ritirarsi se le cose vanno male in Siria e in Iraq. Questa cosa, dicono a Misurata, è già cominciata. Una fonte dell’intelligence militare libica assicura che è già arrivato uno degli ideologi più conosciuti del gruppo, il giovane imam Turky al Binali, del Bahrain, autore delle biografie autorizzate di Abu Bakr al Baghdadi e del portavoce Abu Mohammed al Adnani. Nel luglio 2013, quando al Binali appoggiava lo Stato islamico in segreto, scrivendo sotto un falso nome, visitò Sirte per un ciclo di conferenze religiose che avrebbero dovuto far intuire qual era la direzione che lui e la città avrebbero preso. In una foto iconica, al Binali mostra il canale di scolo stradale di Sirte dove Gheddafi cercò invano scampo dagli inseguitori e dalla morte nell’ottobre 2011.

 

Il New York Times dice che i leader stranieri, iracheni e sauditi,  hanno preso il controllo, alcuni libici sostengono che la leadership ha un volto locale. Come si conciliano queste due versioni?

 

Forse lo Stato islamico sta facendo in Libia come fece in Iraq negli anni dopo la morte del fondatore, il terrorista giordano Abu Musab al Zarqawi. Per non spaventare troppo i combattenti iracheni, già accusati di servire comandanti venuti da fuori, lo Stato islamico mise un iracheno alla testa del gruppo, il comandante Abu Omar al Baghdadi, ma di fatto al vertice c’era una diarchia, perché Baghdadi (da non confondere con il successore) condivideva il potere con un egiziano, Abu Hamza al Muhajir (conosciuto anche come: Abu Ayyoub al Masri). Gli americani per lungo tempo credettero che fosse un trucco subdolo e che Baghdadi fosse impersonato da un attore, assoldato per recitare i comunicati jihadisti e zeppi di citazioni coraniche dettati dall’egiziano. Dovettero ricredersi, Baghdadi esisteva davvero. Forse in Libia accade lo stesso, il leader in assoluto più visibile è l’ubiquo Hassan al Karamy, sempre così in prima fila nella propaganda. In fin dei conti, il nucleo originario dello stato islamico in Libia è formato da una fazione scissionista di Ansar al Sharia e da centinaia di libici tornati dalla Siria, i reduci del battaglione al Battar. E il primo capo, morto a maggio nella conquista dell’aeroporto di Sirte, era Abu Ibrahim al Misrati, quindi un libico di Misurata. I comandanti stranieri si tengono defilati.

 

Il New York Times (sì, ha pubblicato un reportage zeppo di informazioni) dice che in Libia è arrivato, su una barca, Abu Ali al Anbari. Nel nord della Siria negli anni scorsi si parlava molto di al Anbari, perché da prima dell’aprile 2013  Baghdadi gli aveva conferito l’incarico di trattare con i gruppi della ribellione siriana, prima che cominciasse l’ostilità aperta e mortale di oggi. Anbari girava le basi, risolveva gli attriti, preparava le fondamenta di quello che è venuto dopo. Sembra bizzarro che sia stato spostato dalla Siria alla Libia, ma è questo – si sostiene – il senso dell’operazione: ricreare a Sirte lo stesso livello di organizzazione che potrebbe essere distrutto a Raqqa (a Misurata si sente confondere il suo nome con quello dell’altro Anbari, Abu Nabil, quello ucciso). Secondo la pubblicazione specializzata Intelligence Online, al Anbari, che è un ex ufficiale dei servizi di sicurezza di Saddam Hussein, si occupa della supervisione delle cellule dello Stato islamico spedite in Europa, in Libano e nel Golfo a compiere attacchi in grande stile di rappresaglia contro i civili. Se è vero, le barche che arrivano in Libia sono più pericolose di quelle che partono.

 

© FOGLIO QUOTIDIANO


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