Il Pacifico è tutt’altro che pacifico, il bullismo della Cina fa paura

“Le regole internazionali per gli investimenti vanno rispettate. E c’è bisogno di sorvegliare il rispetto di certe regole, non lasciare che si indeboliscano”. L’ambasciatore giapponese in Italia, Kazuyoshi Umemoto, risponde così alla domanda del Foglio sul destino della Banca d’investimento a guida cinese.
Il Pacifico è tutt’altro che pacifico, il bullismo della Cina fa paura

Roma. “Le regole internazionali per gli investimenti vanno rispettate. E c’è bisogno di sorvegliare il rispetto di certe regole, non lasciare che si indeboliscano”. L’ambasciatore giapponese in Italia, Kazuyoshi Umemoto, risponde così alla domanda del Foglio sul destino della Banca d’investimento a guida cinese, la Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), alla quale hanno aderito già molti alleati degli americani nel Pacifico (comprese Australia e Corea del sud), e diversi paesi europei (compresa l’Italia). L’Aiib, che sfrutta l’improrogabile necessità di infrastrutture nel quadrante asiatico, è un’idea del 2013 ma solo pochi giorni fa è stato dato il via alle adesioni internazionali. Eppure per Pechino creare un concorrente alle organizzazioni internazionali a trazione americana è una mossa politica, prima che economica. Un successo di propaganda, un modo per ribadire l’egemonia cinese in Asia (Zhonghua minzu, la Cina prima di tutto).

 

E’ per questo che Pechino inizia a fare paura. Il primo a non dormire sonni tranquilli è il presidente americano, Barack Obama: la sua politica coordinata tra compromesso e contenimento cinese è fallita; il suo pivot asiatico, se non è morto, non si sente molto bene. Il secondo paese preoccupato dall’ascesa geopolitica cinese è il suo vicino più prossimo, il Giappone. La domanda fondamentale è una: ci si può fidare della Cina? Wait and see, dicono gli analisti nipponici. “Adesso vi faccio io una domanda. Se la Russia fosse stata economicamente più forte di adesso, e avesse creato una banca d’investimento per l’Europa, l’Italia avrebbe aderito senza pensarci?”, dice Matake Kamiya, professore di Relazioni internazionali alla National Defence Academy giapponese – l’accademia militare, se il Giappone avesse un esercito – in Italia per intervenire al seminario “Gli scenari geopolitici ed economici nell’Area del Pacifico occidentale”, organizzato lunedì scorso alla Camera dall’ambasciata giapponese e dalla Fondazione Italia-Giappone. Kamiya è un esperto di relazioni internazionali e di politica estera giapponese. Non parla a nome del governo, ma in qualche modo porta in Europa un’interpretazione di quella che è oggi la politica estera del governo di Shinzo Abe. Per Kamiya, il nemico numero uno del Giappone, e di tutta l’area del Pacifico, è la Cina: “La questione centrale oggi è se Pechino diventerà una potenza orientata allo status quo o una potenza revisionista. In altre parole, la Cina farà leva sul suo potere in rapida crescita per sfidare l’esistente ordine internazionale liberale, aperto e basato sulle regole?”. Il nuovo ordine mondiale a guida cinese è il numero uno di tre possibili fattori di destabilizzazione, insieme con la Corea del nord e i crescenti nazionalismi nei paesi del nord-est asiatico – ma il primo è, ovviamente, quello prevalente. E la discussione non si limita alle stanze dei bottoni. Michael Pillsbury, ex consigliere della Difesa americano, analista e uno dei più celebri sostenitori della politica inclusiva con la Cina, nel suo recente libro “The Hundred-Year Marathon: China’s Secret Strategy to Replace America as the Global Superpower” spiega di aver cambiato idea. Motivo? I falchi cinesi hanno convinto la leadership di Pechino a sostituire l’egemonia americana.

 

[**Video_box_2**]L’anno chiave per capire dove sta andando la Cina nel suo rapporto con la comunità internazionale è il 2010, spiega Kamiya. E’ tra il 2009 e il 2010, infatti, che la comunità internazionale inizia ad assistere a un “crescente numero di incidenti nei quali la Cina agisce in modi che possono essere considerati come tentativi di cambiare lo status quo attraverso coercizione e assertività, senza portare sufficiente rispetto alle regole esistenti”. Questo nel linguaggio diplomatico. Tradotto nella lingua di tutti i giorni si direbbe bullismo. Nel 2010, spiega Kamiya, la collisione del peschereccio cinese Minjinyu 5179 con due pattugliatori giapponesi, al largo delle isole Senkaku – quindi formalmente nelle acque territoriali nipponiche – cambiò tutto. Tokyo reagì alla violazione cinese con l’arresto del comandante Zhan Qixiong, Pechino per ritorsione bloccò l’esportazione verso il Giappone di elementi di terre rare e tenne in ostaggio alcuni cittadini giapponesi che lavoravano in un’azienda in Cina. Tutto per quei sette chilometri quadrati chiamati Senkaku dai giapponesi (e per i giacimenti di gas scoperti da poco), fino al 1971 ignorati da Pechino. Da allora cambiò la percezione della Cina anche nei suoi più fidati alleati nell’Asia orientale: all’Asean del 2011 a Bali, quando l’America, con il segretario di stato Hillary Clinton, chiese ai paesi membri di risolvere attraverso il diritto internazionale le controversie territoriali, quasi tutti i paesi un tempo alleati della Cina approvarono la posizione americana. “Cambiò anche il sentimento riguardo la presenza dei militari statunitensi nel Pacifico”, dice Kamiya: “A meno che l’attitudine e l’atteggiamento della Cina verso l’esterno non comincino a trasformarsi positivamente, un reale miglioramento delle relazioni tra la Cina e i suoi vicini non verrà raggiunto”.

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