La tattica disperata di Bersani

La sinistra e la scommessa impossibile di capitalizzare il No al referendum

Bersani

Pier Luigi Bersani (foto LaPresse)

Pier Luigi Bersani ha ereditato da Massimo D’Alema il vezzo di immaginarsi un futuro in cui tutti gli altri si muovono secondo il desiderio e l’interesse di chi fa le previsioni. Così vede la situazione che si creerebbe all’indomani di una vittoria del No come un idillio in cui tutti saranno più sereni, disposti a collaborare fraternamente per approvare due leggi elettorali nuove (una che vale per il Senato). Matteo Renzi può restare al suo posto, seppure un po’ acciaccato, se lo desidera, altrimenti si troverà un premier traghettatore scelto dal Quirinale. Persino i mercati se ne staranno buoni, contenti che per un anno non si vada a votare.

 

Perché la sinistra Pd ha scelto di giocare la carta della spallata a Renzi

La vittoria del No renderebbe la diaspora inevitabile e trasformerebbe Bersani in un nuovo Fini. Paradossi: il recupero di influenza di Forza Italia passa per la distruzione del sistema dell’alternanza.

 

Questa favoletta è pura fantapolitica, e se davvero Bersani si immagina così il panorama post referendum c’è da dubitare delle sue doti di realismo. Renzi, se anche perdesse il referendum raccogliendo più del 40 per cento dei voti, sarà in grado di gestire la fase successiva almeno nel partito, e sicuramente non la farà passare liscia a quelli che hanno preferito contrapporsi alla scelta della maggioranza appellandosi direttamente agli elettori. Dall’altra parte i vincitori saranno i grillini e i leghisti, che non hanno alcun interesse a lasciare che la situazione si decanti in una lunga pausa gestita da un governo del presidente. Inoltre, la crisi di fiducia nella stabilità italiana renderà difficile reperire gli investimenti esteri necessari per la ricapitalizzazione delle banche in affanno. Nessuno degli elementi del quadro arcadico descritto da Bersani resiste a una osservazione attenta.

D’altra parte è un’incognita anche la sorte di Bersani, che, senza un particolare impegno vendicativo dei renziani sconfitti, si troverà a fare i conti con una base del partito che, soprattutto nell’area ex comunista, non sopporta l’indisciplina autolesionista. Resta da capire perché una persona che ha alle spalle una vasta esperienza politica si faccia prendere da questa sindrome irenistica, da questa aspettativa di serenità e di convergenza come seguito di una fase di scontro tra i partiti e nei partiti. Ma forse si tratta solo di una mossa tattica, che permetterà poi di addossare agli altri la responsabilità delle inevitabili lacerazioni. Insomma una tattica disperata.

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Commenti all'articolo

  • giorgio.coen

    20 Novembre 2016 - 15:03

    Bersani era un perdente fin dalla nascita, non vi e' da fidarsi per incapacità e pregiudizi. Crede che essere nella sinistra sia una scelta onesta credibile e quanto basta. la realtà e' più complicata ed esistono fuori dei lupi pronti a divorarti.

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