Chi sono i (tanti) liberi professionisti che lavorano in Italia

Ecco di cosa si parlerà al Congresso nazionale di Confprofessioni a Roma 

Chi sono i (tanti) liberi professionisti che lavorano in Italia

Al direttore - Un popolo di santi, poeti, navigatori e... professionisti. L’Italia è il paese con il maggior numero di liberi professionisti in Europa: solo quelli iscritti a un albo professionale superano la quota di 1,5 milioni, pari al 19 per cento di tutti i professionisti censiti nei 28 paesi dell’Unione europea. In altri termini abbiamo 24 liberi professionisti ogni mille abitanti e il loro numero continua a crescere a un ritmo di oltre il 22 per cento. Ogni anno, cioè, oltre 250 mila persone scelgono la strada della libera professione, che in Italia è diventata un vero e proprio “polmone” del mercato del lavoro. Ma a quale prezzo?

  

Partiamo dai dati del “Rapporto 2017 sulle libere professioni in Italia e in Europa”, curato dall’Osservatorio libere professioni di Confprofessioni, che verrà presentato oggi a Roma, in occasione del Congresso nazionale dei professionisti italiani, per fotografare una realtà economica in mezzo al guado, sospesa tra la “proletarizzazione” del ceto medio e l’affermazione di un nuovo modello sociale digital-oriented. Cercare di attribuire una definizione comune al variegato mondo dei professionisti appare un esercizio retorico che, al massimo, serve solo ad alimentare i luoghi comuni che accompagnano ancora oggi lo stereotipo del professionista. Il profondo processo di trasformazione sociale ed economico degli ultimi dieci anni, complice anche la più grave crisi economica dal dopoguerra a oggi, ha modificato radicalmente l’universo delle libere professioni, determinando una massiccia stratificazione territoriale, generazionale e reddituale in una categoria che fino al secolo scorso (poco più di 15 anni fa) appariva assai più omogenea e, comunque, meno esposta alle incertezze del ciclo economico.
La realtà professionale oggi è tutt’altra cosa e deve fare i conti con un mercato iper competitivo che, dopo anni di deregulation, ha declassato le prestazioni professionali a categoria merceologica; dove il primo grado di valutazione negli appalti della Pubblica Amministrazione è il massimo ribasso; dove le competenze, secondo taluni giudici, hanno solo un valore simbolico; dove le inefficienze della burocrazia vengono scaricate sistematicamente sulle spalle dei professionisti. Ed è proprio in questa cornice che emergono tutte le contraddizioni della professione. Le profonde differenze tra nord e sud, il gap di genere e il “precariato” dei giovani, la significativa contrazione dei redditi (-20 per cento in dieci anni) sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno socio-economico, spesso sottovalutato dalla politica ma che incide profondamente nei meccanismi della crescita economica e dell’occupazione del nostro paese. Basti pensare all’exploit del welfare contrattuale negli studi professionali per avere il polso dei mutati bisogni socio-assistenziali dei professionisti e dei loro dipendenti in un paese dove tutto ha un prezzo, fuorché la professionalità. Non è un caso che nel corso del 2017 il Parlamento abbia approvato ben cinque provvedimenti normativi dedicati ai liberi professionisti: alcuni indigesti, come lo split payment; altri assolutamente condivisibili, come il Jobs Act del lavoro autonomo; altri ancora, come l’equo compenso, appesi al filo di una convergenza politica da trovare nell’ultimo miglio dell’attuale legislatura. La straordinaria produzione legislativa di quest’ultimo anno ci porta probabilmente verso una nuova centralità delle libere professioni nell’agenda politica del paese e l’ormai imminente campagna elettorale ci permetterà di valutare il peso delle professioni nei diversi programmi dei partiti politici, anche se i tempi della politica non coincidono quasi mai con i ritmi del cambiamento del mercato dei servizi professionali.

  

E’ l’altra faccia della medaglia del mondo delle professioni, quella che ci proietta verso il futuro, verso le opportunità che si aprono con le tecnologie digitali proprio per orientare il mondo del lavoro autonomo e professionale su innovativi percorsi di crescita. Già oggi il digitale ha moltissime applicazioni legate alle attività professionali: dai dispositivi medici per il monitoraggio a distanza dei pazienti, all’utilizzo dei droni da parte dei geometri per raccogliere e analizzare dati di una superficie; dai programmi basati su tecnologie cognitive impiegati negli studi legali per consultare l’intero corpo normativo e riportare il passo più coerente o l’interpretazione più attuale della norma, ai software che consentono ai notai l’acquisizione digitale della firma autografa e la possibilità di stipulare una scrittura privata autenticata. Sono queste le nuove frontiere di una professione che comincia a muovere i suoi primi passi verso una digital-strategy che rivoluzionerà il lavoro e l’organizzazione di uno studio professionale.

*presidente di Confprofessioni

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