Quattro problemi, quattro cause e una strategia per l'economia

Carlo Cottarelli*

L’esplosione del populismo ha cause profonde, ma ciò che serve sono le riforme strutturali e non soluzioni semplicistiche

E’ in corso una buona ripresa economica globale che, almeno in Europa, va un po’ al di là delle aspettative della maggior parte degli economisti. Ma i problemi e le fragilità restano importanti e le tensioni sono evidenti dal forte malcontento dell’elettorato che alimenta fenomeni come l’astensionismo e quello che, forse semplicisticamente, chiamiamo “populismo”. Cominciamo dai dati. Nelle sue ultime previsioni pubblicate a luglio il Fondo monetario internazionale prevedeva per quest’anno una crescita dell’economia globale del 3,5 per cento, in accelerazione rispetto al 2016. Un dato che resta più basso di quello che aveva caratterizzato il periodo precedente la crisi: tra il 1999 e il 2007 il mondo era cresciuto a un tasso del 4,5 per cento. Ma in quel periodo la crescita era sospinta da politiche macroeconomiche e finanziarie che poi contribuirono a un eccessivo indebitamento e alla crisi. Non è quindi un termine di confronto rilevante. Se invece confrontiamo il tasso di crescita degli ultimi 2-3 anni con quello medio dei decenni precedenti il 2000, allora ci accorgiamo che i tassi di crescita che stiamo sperimentando ora sono in linea con la media del passato: la crescita globale era stata del 3,6 per cento tra il 1969 e il 1999. Insomma, il mondo dopo il boom della scorsa decade e la crisi che ne era seguita, ha ripreso a crescere a tassi normali. Dov’è il problema allora?

  

Un primo problema sta nel fatto che il mondo occidentale non cresce come una volta. Se la crescita media del mondo è simile al passato, il tasso di crescita nei paesi avanzati è significativamente più basso di quello dei decenni passati: i paesi avanzati sono cresciuti nel triennio 2015-17 a un tasso del 2 per cento, contro il 3,1 per cento nel periodo 1970-1999. Un secondo problema è che la crescita nei paesi avanzati non solo è più bassa, ma beneficia un numero inferiore di persone rispetto al passato. La distribuzione del reddito che era diventata più equilibrata tra l'inizio del XX secolo e il 1980, è diventata molto più squilibrata nel corso degli ultimi tre o quattro decenni. Terzo problema: la perdita di reddito da parte della classe media è stata accompagnata da un aumento dell’indebitamento. Questo ha esposto le famiglia dei paesi avanzati a maggiore rischio in caso di aumento dei tassi di interesse. Quarto problema: l’ascensore sociale si è bloccato, anche negli Stati Uniti. Uno studio di due economisti della University of Massachusetts mostra che la probabilità di salire nella scala sociale si è notevolmente ridotta tra il 1993 e il 2008 rispetto ai decenni precedenti. E’ più difficile che in passato per chi nasce povero diventare ricco. Insomma, il modello occidentale sembra perdere colpi: meno crescita, più disuguaglianza, più debito, niente ascensore sociale. Quali sono le cause di questi problemi? Ne citerei quattro.

  

Primo un calo del tasso di fertilità nei paesi avanzati, in cui attualmente è al sotto del livello (intorno a due) necessario per mantenere la popolazione costante in assenza di immigrazione. Il fenomeno è più marcato in Italia, Giappone e Germania, ma è diffuso. Un rallentamento della crescita della popolazione comporta meno crescita per il pil complessivo, a parità di produttività. Il calo della popolazione nei paesi avanzati non si è per ora materializzato grazie all’immigrazione. Ma l’immigrazione, soprattutto quella irregolare da paesi con culture diverse da quelle dei paesi occidentali, porta con sé tensioni sociali che sono evidenti a tutti compreso nel nostro paese.

  

Seconda causa è la globalizzazione, ossia l’integrazione nel commercio mondiale di paesi come la Cina e l’India. Sono entrati nel mercato globale paesi ricchi di lavoro e poveri di capitale e quindi c’è stato un aumento nell’offerta di lavoro rispetto alla disponibilità di capitale con la conseguente riduzione della quota del reddito che andava al lavoro.

  

La terza causa è il minore impatto che, negli ultimi anni, l’innovazione tecnologica ha avuto sul tasso di crescita della produttività. Le cause di questo minore impatto non sono ovvie. Alcuni hanno sostenuto che è tutto un problema di misurazione: i metodi tradizionali di misurazione del pil non catturerebbero gli effetti dell’informatizzazione. Altri, come l’economista americano Robert Gordon, e tendo a concordare con lui, pensano invece semplicemente che l’innovazione tecnologica che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni non è per nulla comprabile alla rivoluzione tecnologica che si verificò tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX secolo.

  

La quarta causa è la crescita, ormai ipertrofica, del sistema finanziario. Per esempio, la quota dei servizi finanziari nel pil statunitense è cresciuta del 2,8 per cento nel 1950 all’8,3 per cento poco prima della crisi del 2008-09. La finanziarizzazione dell’economia dei paesi occidentali ha comportato una maggiore fragilità della stessa cui si è solo di recente cercato di porre rimedio, attraverso un rafforzamento della regolamentazione finanziaria, con risultati ancora solo parziali. Questi fenomeni hanno ridotto le prospettive di crescita e aumentato l’incertezza economica per la maggior parte della popolazione dei paesi avanzati. Non c’è da stupirsi se si siano verificate azioni di rigetto e, in generale, se sia cresciuta un’insoddisfazione verso l’establishment che riassumiamo con il termine populismo. C’è il rischio che la reazione politica a fronte a questi sviluppi sia quella di cercare soluzioni semplicistiche – populiste, verrebbe da dire – e puntate sul breve periodo. Il tentativo potrebbe essere – e abbiamo segni evidenti di questa tendenza – di usare la finanza pubblica, l’aumento del debito pubblico o il rallentamento dei processi di correzione fiscale nei paesi che già hanno un debito alto come strumento per comprare il consenso. Ci potrebbe essere anche la tentazione di continuare politiche monetarie troppo espansive troppo a lungo, in particolare negli Stati Uniti, con il rischio di alimentare bolle finanziarie. Infine c’è il rischio che si ritorni a una fase di pericolosa deregolamentazione finanziaria. Tutto questo potrebbe accelerare la crescita nel breve periodo ma a scapito di una maggiore fragilità e del rischio di una nuova crisi. Che fare allora? La strada maestra ha quattro componenti.

  

Primo, puntare a una crescita solida nel medio periodo sorretta da riforme strutturali che eliminino gli ostacoli al funzionamento dei meccanismi di mercato. Secondo, occorre fare in modo che la crescita sia percepita come qualcosa che possa beneficiare tutti, correggendo almeno in parte i fenomeni di accentramento della distribuzione del reddito. Terzo, è essenziale fare in modo che l’ascensore sociale riprenda a funzionare: un’economia di mercato non può garantire l’uguaglianza nei punti di arrivo ma è assolutamente necessario che garantisca la parità nei punti di partenza. Tutti devono avere la possibilità di salire nella scala economica e sociale e purtroppo negli ultimi decenni non è stato questo il caso. Uno sforzo particolare deve essere perciò fatto nell’assicurare che, anche se con modalità diverse da paese a paese, i giovani possano beneficiare di una istruzione di elevata qualità e accessibile a tutti. Quarto, occorre assicurare che il sistema finanziario torni a essere un fondamentale motore di sviluppo economico e che convogli i risparmi dove meglio può essere utilizzato, piuttosto che una fonte di squilibri e di shock economici quale quello sperimentato dieci anni fa nel mondo intero.

  

Infine, sarebbe sbagliato rifugiarsi nel protezionismo economico. Il commercio internazionale resta un motore importante di crescita economica anche se la velocità della globalizzazione probabilmente è stata eccessiva negli ultimi anni. Forse occorre rallentare nelle ulteriori misure di globalizzazione, per consentire un aggiustamento più graduale a una maggiore apertura del commercio estero. Ma è importante non tornare indietro introducendo misure protezioniste.

  

*estratto dell’intervento al convegno nazionale dei Cavalieri del lavoro