Cosa non torna tra il sentiero di Padoan e i pugni a Bruxelles di Renzi

Il ministro predica rigore, il segretario flessibilità. Ma come si può ridurre il debito pubblico aumentando il deficit?

Cosa non torna tra il sentiero di Padoan e i pugni a Bruxelles di Renzi

LaPresse/Fabio Cimaglia

Per avere un quadro abbastanza onesto delle condizioni dell’economia italiana è utile guardare alla Nota di aggiornamento al Def appena approvata dal governo. Oltre che per i numeri contenuti, il documento è interessante perché il ministro Pier Carlo Padoan fa una sorta di bilancio dei suoi anni in via XX settembre. Tra le righe si legge la sua linea politica, che è stata quella di ridurre lentamente il deficit senza eccessivo rigore, di annunciare – ad esempio riguardo alle clausole di salvaguardia – più restrizioni di quante poi ne verranno fatte, grazie all’ottenimento di margini di “flessibilità” in Europa. E’ quello che Padoan chiama “sentiero stretto”, che ha come limiti la riduzione del disavanzo e il sostegno alla ripresa economica.

  

“Se la politica di bilancio di un paese a elevato debito non può prescindere dalle esigenze di riduzione del disavanzo – scrive il ministro dell’Economia nella premessa al Def – la corretta impostazione del ritmo di consolidamento risulta altrettanto importante per le prospettive dell’economia e la sostenibilità delle finanze pubbliche”. E’ questo il “sentiero stretto” in cui ha dovuto procedere il governo ed è la rotta che dovrà seguire nei prossimi anni, visto che Padoan ha indicato anche gli obiettivi per il futuro: “Per il 2018 la politica di bilancio continuerà a iscriversi nella strategia che a partire dal 2014 ha assicurato una costante riduzione del rapporto deficit/pil, la stabilizzazione del debito nonché la sua riduzione. La prosecuzione del percorso di riduzione del disavanzo punta al conseguimento del sostanziale pareggio di bilancio nel 2020 e all’accelerazione della riduzione del rapporto debito/pil”. Padoan fissa anche i paletti per la prossima legge di stabilità, che escludono – per fortuna – gli aumenti della spesa pensionistica reclamati a gran voce da sindacati, opposizioni e partiti di governo: le risorse serviranno per sterilizzare le clausole di salvaguardia, sostenere l’occupazione giovanile, gli investimenti e la lotta alla povertà.

  

“La dottrina del sentiero stretto ha una sua valenza – dice al Foglio Francesco Daveri, economista della Bocconi – riesce a dare il senso che non c’è stato rigore cieco. L’Europa è rassicurata da una manovra che, anche se si discosta dell’1,2 di deficit di aprile, lo porta all’ 1,6 per cento che ci colloca comunque al disotto del dato del 2017. Da questo punto di vista, è una dottrina che ha un suo senso e una sua plausibilità, anche se si alimenta di previsioni ottimistiche, soprattutto per i prossimi anni”.

  

Il problema però è che sul sentiero stretto tracciato da Padoan, già di per sé tortuoso e rischioso per l’assalto di predoni in caso di turbolenze finanziarie, non vuole camminare nessuna forza politica. Tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, vogliono far viaggiare la prossima campagna elettorale sui binari della spesa in deficit, magari dopo “aver sbattuto i pugni in Europa”. Il ministro dell’Economia – per quanto c’è da sperare che le sue previsioni sulla crescita del pil nominale siano corrette, nonostante le stime di riduzione del commercio internazionale, apprezzamento dell’euro e rialzo dei tassi – è l’unico che si pone il problema dell’abbattimento dell’enorme debito pubblico – che è oltre il 130 per cento ed è aumentato di oltre 30 punti dall’inizio della crisi – e lega, naturalmente, questo obiettivo alla riduzione del disavanzo fino al raggiungimento del pareggio di bilancio. “Padoan fa ciò che può per mettere a freno gli appetiti dei partiti – dice Daveri –. Possiamo auspicare che le forze politiche si sottopongano ai vincoli del Def, ma già sappiamo che non sarà così”. Anche Matteo Renzi, segretario del Pd, che da premier ha guidato le scelte e ottenuto i risultati rivendicati da Padoan, propone di aumentare il deficit (al 2,9 per cento per 5 anni). Certo, la differenza tra i due è che Padoan non si candida, mentre Renzi ha come concorrenti Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio, Matteo Salvini, la sinistra di Mdp e Giorgia Meloni, tutte forze che non mostrano grande preoccupazione per i vincoli di bilancio. Ma fare deficit adesso, in un periodo di crescita, è ciò che sconsiglia qualsiasi manuale di economia. Ora è tempo di mettere fieno in cascina per quando verrà la brutta stagione: “Questo è ciò che direbbe Keynes, se fosse vivo – dice Daveri al Foglio – ma in Italia abbiamo un tipo diverso di keynesiani, dicono che fare più deficit è sempre meglio che farne meno. A prescindere dal ciclo economico. Poi non è strano che abbiamo un debito pubblico così elevato”. A furia di fare politiche pro cicliche ci si ritrova, come nel 2011, a non avere spazio fiscale e a dover tagliare nel mezzo di una recessione, proprio quando fa più male.

  

Il problema è di offerta politica ma anche di domanda, perché a un’ampia fascia di elettorato piacciono le proposte di spesa in deficit, soprattutto se accompagnate dal la promessa che a pagare sarà qualcun altro (se tedesco, meglio ancora). Lo scostamento tra il “sentiero stretto” di Padoan e i “pugni a Bruxelles” di Renzi nasconde quindi una più ampia questione di educazione finanziaria, in un paese che ha un atteggiamento schizofrenico rispetto a due variabili come debito e deficit. Tutti i partiti e l’opinione pubblica considerano il debito un macigno sull’economia e un peso sulle future generazioni. Anche alla festa di uno dei partiti meno attenti ai vincoli di bilancio, quella del M5s a Rimini, c’era la “parete del debito pubblico” da scalare: il debito è il più grande ostacolo per la crescita. Ma allo stesso tempo le stesse forze invocano più deficit per stimolare l’economia, creare occupazione e moltiplicare il benessere. Debito e deficit vengono considerate come variabili indipendenti e scollegate, senza rendersi conto che il debito è la somma dei deficit accumulati negli anni. Senza pensare, cioè, che il deficit di ieri e il debito di oggi e il deficit di oggi sarà il debito di domani.

  

Quanto queste due variabili siano collegate, lo spiegava bene Charles Dickens attraverso i consigli di Mr Micawber a David Copperfield: “Reddito annuo venti sterline, spesa annua diciannove sterline e mezzo, risultato: felicità. Reddito annuo venti sterline, spesa annua venti sterline e sei pence, risultato: sventura”. E Mr Micawber era uno che, suo malgrado, ne capiva: a causa di una vita in deficit era stato arrestato e rinchiuso nel King’s Bench, la prigione per i debitori.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    26 Settembre 2017 - 16:04

    Dire di voler ridurre il debito pubblico è riduttivo, anzi è, per quanto riguarda un deficit come quello italiano, assolutamente senza senso. Ha invece senso dire di voler ridurre il rapporto Pil/Debito pubblico. Poichè ridurre il debito è alquanto difficile dal momento che ogni manovra restrittiva (innalzamento delle tasse, delle accise oppure riduzione pesante del welfare) fa contrarre l'economia e quindi non fa altro che peggiorare il rapporto, l'unica cosa da fare è quella di favorire la crescita del PIL. Se anche il nostro debito fosse il doppio di quel che è attualmente non ci importerebbe se avessimo un Pil più alto. Oggi l'Italia ha un Pil di circa 1800 miliardi e un deficit di 2300 miliardi che determina un rapporto def/pil del 130% circa ma se riuscissimo ad esempio a portare il Pil a 2000 miliardi senza ovviamente far aumentare il debito il rapporto si ridurrebbe a circa il 115% e così via. Quindi la sfida vera è quella di incentivare la produzione.

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