Sputtanato e finito in lattina, il lambrusco è ancora vivo e lotta assieme a noi

La cantina Paltrinieri e quel vino da trattare da vino

Sputtanato e finito in lattina, il lambrusco è ancora vivo e lotta assieme a noi

Modena cioè Lambrusco, il vino più sputtanato sulla faccia della terra.

 

Per tre motivi infelicissimi. Primo, l’ignoranza: tutti dicono Lambrusco ma non sanno quello che dicono, perché ci sono più lambruschi in cielo e in terra di quanti ne possa sognare la nostra povera enologia (nove varietà, una tavolozza che va dall’ambrato rarefatto come l’alba tra la nebbia al giallo del grano, fino al viola-nero come il sangue). Secondo, l’avidità: lo tsunami di sciroppo frizzante che, travestito da Lambrusco, allagò il mondo dagli anni Ottanta fino ai Duemila. Terzo, l’orrore: l’onta incancellabile d’esser finito in lattina, un cuore di tenebra enologica che rivolta l’anima e lo stomaco perché un vino in lattina è come uno schiavo in catene – ti ghiaccia il cuore. Nessuna meraviglia, quindi, che ci sia ancora qualcuno che dica: "Ma il Lambrusco non è un vero vino".

   

(Tanto per far finta d’essere persone equilibrate, capaci d’analisi di tutti i fattori compreso il mercato: l’idea poteva avere senso perché il ricavo si ridistribuiva sul territorio, ma al costo dell’uccisione del vino; fu vera gloria? E si aggiunga pure il carico di un +125 per cento nel 2016 di vendite di vino in lattina ai millennial negli USA: tutti mettono le mani avanti dicendo che così li avvicineranno al vino, ma nessuno sembra crederci davvero – e nel migliore dei casi sembra più un whishful thinking partorito per la vergogna del malfatto).

  

Eppure, fottendosene bellamente di tutte le disgrazie, il Lambrusco è vivo e lotta insieme a noi: lontana dalle fogne a cielo aperto di sciroppo frizzante, nelle profondità della Bassa Modenese c’è sempre stata la vena carsica che ha continuato a scorrere in testarda purezza, e oggi in pianura rampollano tantissime risorgive di Lambrusco felice, grazie a cantine che, ricambiate, l’hanno semplicemente amato. Trattato da vino, insomma.

  

“Ma non possiamo dircelo da soli che non siamo ‘quelli della lattina’. Non puoi dirlo tu, deve dirlo chi beve la tua bottiglia”. Alberto è la terza generazione della cantina Paltrinieri “dal 1926 al Cristo di Sorbara”, dopo Achille e Gianfranco: poche bottiglie, pochi dipendenti, otto etichette, tanta qualità. Fronte bassa e capelli duri e neri nonostante i 50 anni, faccia che sembra scolpita da un artista pre-atzeco estasiato dal Duomo di Modena, è basso e roccioso e gentile, un’andatura strana, lenta ed elastica insieme, e quasi saltellante. Parla piano e fuma tantissimo. La vigna è nel punto più vicino tra il Secchia e il Panaro, due fiumi che dall’Appennino scendono paralleli senza mai incontrarsi fino al Po, terra perfetta per il Sorbara, vitigno elegante e complesso “che abbiamo sviluppato riscoprendo la vocazione della vigna di mio nonno. E la mia”. Vuoi già farmi bere l’epico pippone banale di quello che ha sempre voluto far vino dalla culla? “No. Di solito si dice che la strada giusta è inseguire il proprio sogno, ma io non ce l’avevo: l’ho scoperto facendolo, il mio sogno. Dopo Agraria non avevo le idee chiare, così sono partito dalle cose più vicine. Non ero allergico al vino né alla campagna, così mi sono messo al lavoro con mio padre”.

 

Che dopo due anni, gli intesta la cantina in un passaggio generazionale che dura dieci minuti, a tavola: “Me lo chiede a modo suo, due parole e uno sguardo: penso che adesso devi farlo te, il vino. Va bene? E io accetto. “E com’è andata? “Ho sentito il peso della firma da mettere sugli assegni, ma è nelle cose. Come produttore, sono uscito dal coro: mentre il mercato chiedeva il solito rosso dolce con le bolle, abbiamo deciso di fare Sorbara in purezza, senza tagliarlo al 40 per cento come da disciplinare, facendo un vino chiarissimo e secco. All’inizio è stato molto difficile, tremendo, ma ero sicuro che sarebbe andata bene. C’era solo una cosa mi faceva soffrire come un cane”. Quale? “Mio padre. Appena fatto il passaggio, lui, che amava più la parte viticola che enologica, stava in vigna tutto il giorno e in cantina non s’è più fatto vedere”. Però è lì che si sente se il lavoro è fatto bene. “Invece era indifferente, distaccato dal vino. Per farglielo sentire, dovevo inseguirlo”. E gli piaceva, il tuo vino? “Mah, faceva certe facce che non capivo, proprio non capivo. Diceva ‘va bene, va bene’ ma poi scappava. Mi faceva una rabbia che non ci dormivo la notte”. Ultimo tiro alla sigaretta, accurato, fino al filtro. “Col tempo, e sempre più dopo la sua morte, ho capito che stava facendo il contrario del contadino della Bassa Modenese che s’impiccia di tutto finché non muore”. Schiaccia la sigaretta ben bene nel posacenere, gli occhi fondi un po’ si lucidano. Non è il fumo. “Quello stacco bruschissimo era il suo modo di cedere il passo, mi lasciava tutto il peso della cantina per farmi crescere. E siamo cresciuti: da un vino solo siamo passati a otto, di cui 5 in purezza che differiscono per metodo di fermentazione. E la crisi non l’abbiamo sentita. Anzi, nel 2011 abbiamo raddoppiato il fatturato”. Per l’azienda, quindi, il passaggio è andato alla grande. “Molto lo devo a mia moglie Barbara. Fare Sorbara in purezza ci ha dato l’identità. E l’identità porta clienti”.

 

La gente arriva continuamente, in effetti: trova sul web e passa. (Conteggio diretto durante il pomeriggio, mentre si era ancora sobri: 2 berlinesi, 5 sanfranciscani e 1 bomportese. Poi si è perso il conto). “Mi piace raccontare la cantina: non è un museo, è una cosa viva, importante come la qualità. Non di più, perché il vino, se è buono, è buono: la bottiglia deve finire. Dopo, però, cominciano a chiedere: la vigna, la storia... E allora racconti dei fiumi e del terreno, racconti che si chiama ‘al Cristo’ perché c’era una trattoria con un crocifisso enorme, racconti di tuo padre, di tuo nonno… E incontri un sacco di gente”. Un’onda di vita sprizza dalla cantina: si stende, s’allarga e si diffonde. Troppo enfatico? Certo, se non fosse accaduto davvero. Festa dei 90 anni, pochi soldi per fare l’evento.

 

“Allora chiamo amici, clienti, lambuscovendoli e colleghi: senti, faccio la festa, ma non ho soldi per invitare tutti. Allora ho pensato che io ci metto la cantina, ognuno porta qualcosa, paghiamo un biglietto, poi diamo tutto in beneficenza”. Risultato: 980 persone tra l’iper-fighetto e lo stra-contadino, 50 piatti tutti diversi e tutti donati, dalla piada dei suoceri al riso di balsamico dello chef stellato, e un ricavo di ventimila euro che attraverso la Protezione Civile arriva alla scuola di Montegallo d’Ascoli sfasciata dal terremoto. Sembra una favola. “Sì, non ci abbiamo creduto finché non è successo.” Fare cose per bene, insieme e gratis, un gratis di valore infinito, umano e civile. “E’ stato davvero di tutti, non solo della cantina: verso sera ha cominciato a piovere e la gente prima di andarsene ha tirato su tutto e messo in ordine, come fosse casa sua”.

 

Il Lambrusco è vivo e felice, e lotta insieme a noi.

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