A Jackson Hole vanno in scena i successi di Draghi e le difficoltà di Yellen

Al summit in Wyoming si incontrano i presidenti di Bce e Fed, entrambi verso la fine del mandato ma in posizioni diverse. Draghi gestisce la ripresa dopo la crisi dell’euro, Yellen è alle prese con il dollaro debole e gli attacchi di Trump

A Jackson Hole vanno in scena i successi di Draghi e le difficoltà di Yellen

Foto LaPresse

Roma. Quando oggi pomeriggio, nella notte in Europa, Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, e Mario Draghi, numero uno della Banca centrale europea, si ritroveranno faccia a faccia al summit di Jackson Hole, non si tratterà di un confronto ad armi pari. Nel resort della vallata del Wyoming già set di innumerevoli western, il simposio annuale sponsorizzato dalla Fed di Kansas City ha stavolta come tema la promozione della globalizzazione; e già, per quanto valgono gli slogan, non si può dire che i padroni di casa siano per una volta avanti rispetto agli europei. La tentazione protezionistica incombe su tutte le economie, ma in misura maggiore proprio sugli Stati Uniti in versione Donald Trump, e in subordine sulla Gran Bretagna (il governatore della Bank of England Mark Carney non ci sarà), alle prese con l’isolamento post Brexit. Al contrario l’Europa, pur con i suoi pachidermici orpelli regolatori, politici e sindacali, esibisce un’economia in stabile ripresa, il surplus di export di Germania, Italia e Spagna, qualche significativa riforma del lavoro in Spagna, Italia e Irlanda, e soprattutto lo status di nuova calamita dei capitali mondiali, da quelli pubblici della Cina ai fondi americani, con bersagli dalla manifattura alle banche. Al centro dell’exploit europeo c’è Draghi, che governa con pieni poteri una moneta che esiste solo da 15 anni, e che all’inizio della crisi tutti gli esperti anglosassoni davano per spacciata, mentre oggi è la più stabile del mondo. La Yellen, al contrario, è alle prese non solo con l’imminente scadenza del mandato, che la Casa Bianca non ha intenzione di rinnovare, ma anche con le sue indecisioni di comunicazione (il tapering, il rialzo dei tassi, è stato più volte annunciato con tanto di cronoprogramma, e poi rimesso nel cassetto), e con l’incertezza nel decifrare i segnali dell’economia americana. Super Mario vs Mini Janet, si potrebbe dire. Il pil americano, dopo la robusta ripresa del 2016 dovuta in gran parte all’edilizia, ha frenato nel secondo trimestre di quest’anno all’1,7 per cento, e l’obiettivo del 2,1 promesso da Trump per fine anno e del 3 per il prossimo sono a rischio. Al contrario la crescita dell’Eurozona ha toccato il 2,1 per cento e quella dell’Europa a 28 il 2,2, pur con i ritardi di Italia, Grecia e ora anche della Gran Bretagna. I dati dell’occupazione restano a vantaggio americano (ma la Germania li eguaglia) eppure la Corporate America prosegue le pratiche di divorzio dalla Casa Bianca, del quale le dimissioni in massa dal Manifacturing Council voluto da Trump di big quali Intel, Disney, 3M, Merck, oltre che della Silicon Valley, sono solo la punta dell’iceberg. Di qua Draghi, il cui mandato pure entra nella fase conclusiva (ottobre 2019), gode del consenso stabile di sedici-diciassette banche centrali su diciannove che compongono il consiglio della Bce; e anche quando la Bundesbank si è dissociata ha sempre incassato la copertura di Angela Merkel e di recente di Wolfgang Schäuble.

 

Così parlando in Germania a Lindau, a un convegno di premi Nobel, prima di imbarcarsi per l’America, Draghi ha rivendicato il “pieno successo del Quantitative easing”, la sua politica di alleggerimento monetario e acquisti di obbligazioni, che terminerà nel 2018 ma con modi che la stessa Bce si riserva di comunicare a settembre (o forse a ottobre), mentre i tassi resteranno a lungo intorno allo zero.

In America invece Janet Yellen, democratica di formazione keynesiana, ha visto il 25-26 luglio i membri del proprio board dividersi sul piano di riduzione dei 4.500 miliardi di dollari di denaro facile. E’ quindi tutto rinviato, magari a quando Trump e il segretario al Tesoro Steven Mnuchin designeranno il successore. Intanto la Casa Bianca ha già nominato alla Fed Randal Quarles, già nell’Amministrazione Bush, con il mandato di vigilanza sulle banche, in pratica fare da sponda allo smantellamento della legge Dodd-Frank, la iper-regolatoria riforma dei mercati finanziari voluta da Barack Obama e difesa dalla Yellen, che ha perfino dovuto smentire le dimissioni. Impensabile con i fortissimi presidenti della Fed degli ultimi decenni, dal democratico Paul Volcker ai repubblicani Alan Greenspan e Ben Bernanke.

 

Ma la disparità di forza non sembra bastare né a Draghi né a Yellen per risolvere i due problemi sul tappeto per tutte le Banche centrali: l’eccessiva debolezza del dollaro, che penalizza l’export europeo ma blocca gli investimenti Usa, e soprattutto la bassa inflazione che affligge tutte le economie mondiali, segno di una crescita senza sprint e con bassi salari. Un problema che neppure Super Mario è ancora riuscito a risolvere.

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