Quanto fa male il sovranismo? La crisi da Brexit e i timori Usa

Dal Regno Unito agli Stati Uniti, quanto pesano le scelte politiche sovraniste sull'economia 

Quanto fa male il sovranismo? La crisi da Brexit e i timori Usa

LaPresse/PA

Roma. Per avere un vago assaggio del sovranismo, di cosa potrebbe significare per un’economia ancora fragile come quella italiana, basta dare un occhio al Regno Unito e agli sviluppi economici dopo il referendum sulla Brexit. Anche a causa dei negoziati con Bruxelles che si fanno sempre più complicati, o quantomeno molti di più di quanto immaginava il fronte del “leave”, la Bank of England lo scorso 3 agosto ha deciso di lasciare i tassi invariati, allo 0,25 per cento, con un voto a maggioranza di 6 a 2. Il governatore della banca centrale Mark Carney, oltre a tagliare le stime di crescita, ha detto che l’incertezza sulla Brexit pesa sulle decisioni di investimento delle aziende e di spesa delle famiglie, danneggiando sia la domanda che l’offerta. La BoE stima che gli investimenti nel 2020 saranno 20 punti percentuali più bassi di quanto previsto prima dell’esito del referendum dello scorso anno. L’economia britannica, che era una delle più in salute, con una crescita tra le più alte d’Europa, ha subìto una brusca frenata e ora cresce meno di tutti: nel primo trimestre del 2017 la crescita è crollata allo 0,2 per cento (dallo 0,7) e si è attestata allo 0,3 nel secondo trimestre, soprattutto per il rallentamento del settore dei servizi. “La sterlina si è deprezzata notevolmente dopo il referendum sull’Ue – scrive la BoE nel suo Inflation report – ed è più debole del 18 per cento rispetto al suo picco di novembre 2015. Questo sta aumentando i prezzi all’importazione nel Regno Unito, riducendo il potere d’acquisto delle famiglie e pesando sui loro consumi”. In pratica c’è stata un’impennata dell’inflazione, che prima era sotto l’1 per cento e ora è al 2,6 per cento (il doppio rispetto all’Eurozona), e ben al di sopra dell’obiettivo del 2 per cento della banca centrale. L’inflazione è destinata a rimanere bene al di sopra del 2 per cento, con un picco del 3 per cento nel mese di ottobre, prima di scendere al 2,2 nel 2020. L’erosione del potere d’acquisto delle famiglie, la diminuzione dei salari reali e la riduzione dei consumi hanno ridotto anche la crescita.

   

Questi dati negativi non sono stati compensati dagli effetti positivi in genere previsti dai fautori delle svalutazioni competitive. Le esportazioni, come prevedibile, sono cresciute a causa del deprezzamento della sterlina, intercettando una domanda globale in salute. Ma allo stesso tempo la svalutazione ha aumentato il costo dei beni importati e, sempre secondo i dati della BoE, la crescita delle importazioni è stata maggiore della crescita delle esportazioni. Come risultato, dopo un miglioramento, il deficit commerciale britannico è aumentato al 3,4 per cento. Ancora, gli investimenti, nonostante la buona salute dell’economia europea e globale crescono di poco: “La Brexit e le relative incertezze probabilmente ridurranno la crescita degli investimenti – dice la banca centrale – alcune grandi aziende hanno rinviato i piani d’investimento a medio e lungo termine”.

  

In maniera simile, anche se con un’economia in condizioni nettamente migliori e senza il macigno della Brexit, anche dall’America arrivano i primi segnali di insofferenza. “I mercati stanno perdendo la pazienza con Trump”, scrive Bloomberg. Secondo il quotidiano economico un’indicazione arriva dal fatto che la scorsa settimana, nonostante alcune buone notizie come la smentita delle dimissioni di due personaggi vicini al mondo del business come Gary Cohn, direttore del National Economic Council, e Steven Mnuchin, segretario al Tesoro, e le dimissioni vere di un personaggio ingombrante come lo stratega Steve Bannon, la Borsa non è andata affatto bene.

  

In questo contesto chi sta meglio in salute è proprio la tanto bistrattata (dai sovranisti) Eurozona. Non è un caso se anche il falco tedesco Schäuble, consapevole della posizione di forza dell’Europa, ha dichiarato che Bruxelles nei negoziati con Londra sulla Brexit non dovrebbe “rendere le cose più difficili per gli inglesi di quanto già lo siano”.

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