L’Italia cambia marcia

La nostra economia accelera grazie alla manifattura. Così l’occupazione si consolida

L’Italia cambia  marcia

Giovedì 3 agosto il capo economista del centro ricerche Markit, Chris Williamson, ha twittato un importante commento specifico sull’Italia: “I dati di luglio del Pmi (Purchasing manager index) forniscono ulteriori segnali che l’economia italiana ha cambiato marcia”. E nel report sull’Eurozona diramato in contemporanea dallo stesso istituto il concetto veniva così meglio esplicitato e tradotto in cifre: “Delle quattro principali economie dell’Eurozona, soltanto l’Italia in luglio ha fatto registrare un’accelerazione, con l’indice Pmi che si è spinto in un territorio compatibile con una crescita trimestrale del pil dello 0,5 per cento”. Una prospettiva non da poco per un paese come il nostro che fino a poco tempo fa veniva ritenuto capace di crescere al massimo dello 0,5 per cento in un anno – non in un singolo trimestre. Ma né il tweet di Williamson né il report di Markit sono stati degnati di grande attenzione dai media e dai commentatori italiani, che preferiscono in genere dare risalto alle notizie cattive piuttosto che a quelle buone.

 

Le valutazioni positive
di Markit e i dati macro in miglioramento sono stati ampiamente sottovalutati dai media. Eppur si cresce

Eppure il parere di Markit non è un parere qualunque e i dati dell’indice Pmi sono molto seguiti con attenzione anche dagli economisti della Bce. Sono stime che fanno seguito ai recenti rialzi delle previsioni sul nostro pil nel 2017 (di Banca d’Italia, Fondo monetario internazionale ed altri centri) le quali ormai si collocano in un intervallo dell’1,3-1,4 per cento. Ma se la crescita nel secondo trimestre dovesse confermarsi dello 0,4 per cento, come prevede Bankit, e se poi nel terzo trimestre si avverassero le indicazioni di luglio dell’indice Pmi di Markit, con una accelerazione della crescita italiana ad un tasso trimestrale addirittura dello 0,5 per cento, potrebbero anche esserci ulteriori revisioni al rialzo delle previsioni relative all’anno in corso.

 

I dati dell’indice composito Pmi di luglio riguardanti l’Italia sono, secondo Markit, la somma di due positive tendenze: un settore manifatturiero in forte espansione, anche se in leggero rallentamento, e un tasso record di crescita del settore dei servizi che non si vedeva da una decina d’anni. Ciò ha permesso all’Italia di essere a luglio l’unico grande paese della moneta unica a proseguire nella crescita complessiva dell’economia che è invece rallentata in Germania, Francia e Spagna. Da tempo l’indice Pmi composito dell’Italia non toccava livelli mensili così elevati come quelli di luglio (56,2, dove il valore 50 segnala lo spartiacque tra una economia in crescita o in calo). Siamo ormai ad un passo dalla Spagna (56,7) e davanti a Francia (55,6) e Germania (54,7). In aggiunta, Markit rileva che a luglio la creazione di posti di lavoro è accelerata in Germania e Italia, rallentando invece in Francia e Spagna.

A proposito di occupazione, i recenti dati relativi al mese di giugno, evidenziati anche dalla ultima nota mensile dell’Istat sull’economia italiana, sono una ulteriore dimostrazione del successo delle decontribuzioni e del Jobs Act, misure che tuttavia continuano ancora a essere giudicate negativamente da più parti, non però sulla base di elementi reali ma in modo assertivo. Un po’ come avviene per gli 80 euro, che secondo alcuni non avrebbero aiutato i consumi, ignorando però che gli stessi consumi negli ultimi tre anni sono aumentati quasi il doppio del pil. Il nostro paese, si sa, è fatto così. Nell’ambito di un confronto politico purtroppo spesso rozzo e strillato, la verità diventa un optional. E si riesce persino a non voler vedere a tutti i costi una svolta occupazionale senza precedenti, che da febbraio 2014 a giugno 2017 ha visto aumentare i posti di lavoro in Italia di ben 821mila unità. I critici più ostinati dicono che il Jobs Act è stato un fallimento perché ora, esaurita la spinta delle decontribuzioni, si creerebbero soltanto posti di lavoro a termine. Ma non è così che si può esprimere un giudizio oggettivo su una politica del lavoro che ha favorito la creazione da marzo 2014 a giugno 2017 di qualcosa come 553mila occupati a tempo indeterminato. I posti di lavoro stabili erano aumentati solo di 51mila tra marzo 2014 e gennaio 2015. Poi ne sono stati creati 329mila tra febbraio e dicembre 2015, quando la spinta degli incentivi ad assumere ha dispiegato la sua massima efficacia. Quei 329mila posti di lavoro stabilizzati e permanenti in più, acquisiti in un solo anno, non sono scomparsi, come alcuni vorrebbero far credere. Non si sono affatto volatilizzati, esistono ancora. E ad essi se ne sono aggiunti altri 172mila tra gennaio 2016 e giugno 2017. In totale, come detto sopra, fanno 553mila occupati permanenti in più in 3 anni e 4 mesi. È evidente che, dopo una simile “abbuffata” di posti stabili, ora le imprese tendano temporaneamente ad assumere più persone a tempo determinato per coprire i crescenti fabbisogni occupazionali, in attesa che di vedere che la ripresa si consolidi ulteriormente. Non c’è alcun fallimento del Jobs Act in questo. Se la ripresa proseguirà molte assunzioni si evolveranno di nuovo in misura crescente verso il tempo indeterminato e si aggiungeranno allo stock di quelle già avvenute.

 

 

Grazie alla crescita
di lavoratori dipendenti si è ricostituito quasi l'80 per cento dei posti di lavoro persi
tra il 2008 e il 2014

Un pizzico di storia recente forse può forse aiutare i più acerrimi detrattori del Jobs Act a rinfrescarsi la memoria e a inquadrare in modo più corretto le reali dinamiche occupazionali che hanno interessato il nostro paese. Innanzitutto, va osservato che rispetto al picco occupazionale di aprile 2008, la doppia grande recessione ha distrutto in Italia 1 milione e 51mila posti di lavoro fino a febbraio 2014. Da allora sono state ricostituite 995mila posizioni lavorative alle dipendenze mentre sono stati persi altri 174mila occupati indipendenti (artigiani, piccoli negozi, professionisti, microimprese famigliari, ecc.), una categoria in calo tendenziale da anni e ulteriormente assottigliatasi durante la lunga crisi. Il dato positivo è che a giugno 2017 si possono contare già 464mila occupati dipendenti in più rispetto ad aprile 2008. Grazie a questa forte crescita delle posizioni lavorative alle dipendenze, si è ricostruito quasi l’80 per cento dei posti di lavoro andati in fumo tra il 2008 e l’inizio del 2014. Inoltre, a giugno 2017 gli occupati dipendenti a tempo indeterminato erano 14,974 milioni: cioè ormai solo 53mila in meno di quelli raggiunti nell’agosto del 2008, picco storico per questa categoria di lavoratori. Questo recupero non è avvenuto per caso ma proprio per la spinta delle decontribuzioni e del Jobs Act. Se la ripresa economica in corso continuerà, accelerando ai ritmi che si stanno profilando durante questo 2017 più positivo delle previsioni iniziali, sarà possibile tornare ai livelli complessivi pre-crisi del mercato del lavoro forse già nel giro di 12-18 mesi.

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Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    09 Agosto 2017 - 17:05

    La controllata soddisfazione per i dati positivi da lei riportati, caro Fortis, ripaga ampiamente dall'atteggiamento di chi tende a snobbarli. Il job act spiace a chi non l'ha fatto.

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