Perché la campagna d'Italia di Bolloré ricomincia in autunno

L’idea di unire Telecom e Canal + per costruire l’embrione di una Netflix europea e le offerte sulla Rete da Roma

Alberto Brambilla

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Perché la campagna d'Italia di Bolloré ricomincia in autunno

Roma. La campagna d’Italia di Vincent Bolloré cominciò sul suo yacht Paloma nel luglio 2014. Ormai tre anni fa salirono sul battello di lusso gli allora vertici di Telecom Italia accompagnati da Tarak Ben Ammar, amico del finanziere francese e socio di Silvio Berlusconi, e da Alberto Nagel, ad di Mediobanca. Seguì la presa su Telecom e il tentativo di scalata a Mediaset.

 

Da allora l’arrembaggio di Bolloré sembra essersi arenato, tra spese improduttive, impedimenti delle autorità di vigilanza italiane e l’ostilità manifesta del governo. Tuttavia l’estate – periodo in cui si affinano le grandi manovre – potrebbe portare novità in casa Bolloré. E di conseguenza in casa Telecom, dove gli uomini di Vivendi occupano la maggioranza del cda e gli organi apicali in forza sia di un investimento da 3,9 miliardi in poco tempo sia soprattutto di una partecipazione azionaria del 23,9 per cento. Una quota però “non sufficiente a determinare alcuno stabile esercizio di una influenza dominante”, ha detto ieri Vivendi su richiesta della Consob con il risultato di allontanare nel tempo l’avvio di una istruttoria da parte del governo italiano che sta valutando se esercitare poteri speciali contro i francesi.

 

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La campagna riparte in autunno. A settembre infatti verrà spiegato in dettaglio il piano per unire in una joint venture (a maggioranza italiana) Telecom Italia e Canal +, la pay tv di Vivendi, con l’obiettivo di produrre, co-produrre, acquistare e importare, contenuti televisivi, per poi distribuirli in abbonamento su internet. L’intenzione è stata annunciata il 27 luglio scorso da Arnaud de Puyfontaine, il ceo di Vivendi che è plenipotenziario in Telecom dopo la redente uscita dell’ad Flavio Cattaneo e l’ingresso di Amos Genish, ex ufficiale dell’esercito israeliano deputato a realizzare la “convergenza” tra media e telecomunicazioni.

 

Il disegno di Bolloré è noto ed è un work in progress: creare un polo europeo della distribuzione di contenuti online a pagamento sul modello della piattaforma americana Netflix, a cominciare da Francia e Italia. Bolloré avrebbe già in mano tutti i pezzi per aggiungere contenuti multimediali, tra musica (Universal Music Group), i videogiochi (Ubisoft), la piattaforma video (Dailymotion).

 

L’operazione tuttavia non potrebbe andare avanti senza l’autorizzazione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e il via libera non potrebbe arrivare se Vivendi non rinuncia ad avere contemporaneamente una partecipazione in Mediaset (29,9 dei diritti di voto) e in Telecom, considerata una indesiderata influenza sul sistema di comunicazione e informazione nazionale.

 

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Al netto delle architetture societarie, secondo Stefano Balassone, già consigliere Rai e docente di Economia dei media all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, il modello di Netflix sarà difficile da replicare per Bolloré. “L’idea di Netflix – dice – non è la bomba atomica. Ha anticipato gli sviluppi del mercato con l’intelligenza di passare da distributore di dvd a distributore di contenuti tv online sfruttando tutti i vantaggi di chi fa la prima mossa. Nella fase di decollo aveva a disposizione i magazzini cinematografici di Hollywood e poi ha cominciato a fare produzioni proprie con alle spalle tutto il sistema autoral-produttivo americano. Senza Hollywood a fiancheggiarti è difficile, e non mi sembra che a Parigi o sul Tevere ci sia questa possibilità vista l’inclinazione a privilegiare logiche domestiche. La pay tv di Vivendi non ha un mondo di contenuti paragonabile a quello”, dice Balassone.

 

Canal + è la scatola dalla quale Bolloré ha cominciato la conversione verso i media della centenaria azienda di famiglia, cedendo due reti televisive gratuite, e ricevendo in cambio l’1 per cento di Vivendi, la pietra miliare del suo impero mediatico. Canal + ha oltre 5 milioni di utenti ma ha bisogno di espandersi con contenuti su misura per i paesi in cui opera. Ultimamente sta crescendo molto in Africa. Ma è in rosso per 400 milioni di euro e un margine operativo lordo negativo che zavorra anche la capacità di fare investimenti della casa madre Vivendi. L’ambizione di diventare distributore di contenuti sportivi in Francia è sotto disputa dell’Antitrust e in Italia la gara per i diritti televisivi per la Serie A è da rifare dopo un primo flop per carenza di offerte. “Le pay tv considerano il calcio l’applicazione killer – dice Balassone – ma è in realtà l’esca alla quale aggiungere altre offerte come cinema e televisione. Senza queste – torniamo al problema Netflix – non si va lontano anche con il calcio”.

 

Le difficoltà della campagna di Vivendi non sono soltanto pratiche e operative, risiedono soprattutto nella difficoltà degli osservatori – analisti finanziari compresi – di comprendere come si realizzerà l’affresco che il finanziere francese ha in mente. In questo senso l’atteggiamento del governo italiano non dà certezze ulteriori, aggiunge confusione. Nelle more della recente disputa su Fincantieri con il governo Macron, il governo Gentiloni sembra avere intenzione di reagire con azioni choc all’indirizzo di Telecom Italia. In un’intervista alla Stampa, Franco Bassanini, presidente di OpenFiber, società per lo sviluppo della banda ultralarga di Enel e Cassa depositi e prestiti, ha offerto a Telecom la chance di scorporare la rete telefonica suggerendo che lo stato è pronto ad acquistarla. Secondo Bassanini la strada maestra è che “gli azionisti di Tim decidano che conviene a tutti, non solo al paese ma anche a loro, liberarsi della rete, che comporta investimenti costosi soprattutto se non saranno più monopolisti. Naturalmente cercando di valorizzare al massimo l’asset che hanno. Open Fiber, e i suoi azionisti, sono in questo caso ben posizionati per acquisire la rete Telecom”. L’idea del governo è da tempo quella di portare Telecom all’interno di una società della rete, accanto ad altri operatori, per lo sviluppo di una rete a banda ultralarga con l’intenzione di dirigere la tecnologia da adottare con i cavi in fibra ottica fino alle case. De Puyfontaine disse che la questione si poteva discutere. Dipende se poi Telecom ha intenzione di diventare socio di minoranza o di maggioranza della nuova società. In ogni caso, dopo la privatizzazione del 1997, lo stato potrebbe tornare padrone di un asset del valore di circa 13 miliardi di euro e fare la fortuna degli azionisti di Telecom, compresa Vivendi che avrebbe nuovo carburante per la sua campagna d’Italia.

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