Valide ragioni per cambiare prospettiva sull'industria al sud

La crescita della produzione manifatturiera è maggiore delle altre macro-aree grazie alle grandi imprese

Valide ragioni per cambiare prospettiva sull'industria al sud

Lo stabilimento Fca di Melfi

Come hanno attestato le ultime stime dell’Istat, ma anche il recente check-up del Mezzogiorno di Confindustria e l’istituto Studi e Ricerche per il Mezzogiorno del Banco Napoli – seguiti negli ultimi giorni dalla Svimez – nel 2016 e per il secondo anno consecutivo il pil dell’Italia meridionale è cresciuto dello 0,9 per cento, sostanzialmente in linea con quello del paese, superando però il nord-ovest, fermatosi allo 0,8, e il centro Italia attestatosi allo 0,7, mentre il nord-est ha registrato un aumento dell’1,2 per cento. Anche sul fronte occupazionale nel 2016 il sud ha visto crescere i posti di lavoro dell’1,6 per cento, mentre in Italia tale incremento è stato dell’1,3, nel nord-ovest dell’1, nel Centro dello 0,6, e solo nel nord-est è stato superiore attestandosi all’1,8 per cento.

 

Ora a trainare la crescita meridionale è stato nel 2016 soprattutto il valore aggiunto dell’industria in senso stretto, aumentato del 3,4 per cento – un dato per certi versi spettacolare – mentre a livello nazionale tale incremento è stato dell’1,3 per cento, nel nord-ovest dello 0,9, nel nord-est dell’1,1, e nel centro dello 0,8 per cento.

 

Alla luce di questo incremento non è scontato ricordare che le tre più grandi fabbriche del paese per numero di occupati diretti sono localizzate nell’Italia meridionale in agglomerati di Consorzi per le Aree di sviluppo industriale, costituiti a partire dalla fine degli anni Cinquanta, grazie alla legge 634 del 29 luglio 1957. Esse sono: l’acciaieria Ilva a Taranto (10.980); l’automobilistica Fca-Sata a S.Nicola di Melfi (Pz) in Basilicata (7.557); la Sevel, joint-venture Fiat-Peugeot, ad Atessa in Val di Sangro (Ch) (6.180). Questi tre stabilimenti manifatturieri sono affiancati da filiere di attività indotte di ‘primo livello’ molto ramificate che impiegano: il primo circa 3.000 persone nell’area ionica al servizio del siderurgico che tuttora è anche la maggiore acciaieria ‘singola’ a ciclo integrale d’Europa per quanto in difficoltà; il secondo conta 4.158 addetti nella supply chain, insediata accanto alla Sata a S.Nicola di Melfi mentre il terzo impianto ha 3.500 risorse umane al servizio della Sevel in provincia di Chieti. Ma anche altri fra i maggiori impianti del paese – fra cui la Fca a Pomigliano d’Arco (Na) con i suoi 4.749 occupati diretti – sono insediati in grandi agglomerati industriali come quello appena citato.

 

Tali stabilimenti sono stati interessati negli ultimi anni da significativi investimenti che ne hanno aumentato e innovato profondamente la capacità produttiva. Anche il Siderurgico di Taranto – nonostante i problemi estremamente complessi causati dalle vicende giudiziarie iniziate il 26 luglio del 2012 con il sequestro tuttora vigente dell’area a caldo, cui tuttavia con successive leggi statali è stata assicurata almeno la facoltà d’uso – ha visto alcuni suoi reparti investiti da miglioramenti impiantistici, imposti dalle disposizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale dell’autunno 2012.

 

Ma sono stati soprattutto i tre grandi siti del gruppo Fiat-Chrysler Automibiles a Pomigliano d’Arco, San Nicola di Melfi e Atessa – ove la Sevel costruisce i veicoli commerciali leggeri Ducato e Daily – ad aver registrato alcuni degli investimenti più massicci nel sud nell’ultimo settennio. Ottocento milioni di euro a Pomigliano per costruire la Panda, riportatavi dalla Polonia – e di cui nei primi sette mesi del 2017 è stata raggiunta la soglia record di produzione di 140 mila unità, e che comunque dal 2020 sarà sostituita da vetture ‘praemium’ – 1 miliardo a S.Nicola di Melfi ove si costruiscono Jeep Renegade, 500X e ancora la Grande Punto, e 700 milioni alla Sevel, in cui è stata rinnovata l’intera gamma di veicoli commerciali leggeri, che montano propulsori prodotti dall’altro grande stabilimento della FPT-Powertrain della Fiat Industrial, localizzato nell’area di Foggia con quasi 2.000 addetti.

 

Nell’Italia meridionale le industrie territorialmente più diffuse, o quelle maggiori per dimensioni di impianti e numero di occupati, si addensano nei comparti delle cinque “a”: acciaio, automotive, aerospazio, agroalimentare e abbigliamento, ma sono ben presenti anche generazione di energia, estrazioni petrolifere, raffinazione, chimica di base, farmaceutica, grandi vetrerie, gomma e materie plastiche, meccatronica, domotica, Ict, cartotecnica, cementerie e materiali da costruzioni, impiantistica pesante, navalmeccanica, materiali lapidei. In tante province meridionali – dall’Abruzzo al Molise, dalla Puglia alla Basilicata, dalla Campania alla Calabria, dalla Sicilia alla Sardegna – da quasi sessant’anni si è venuto accumulando un patrimonio di capacità produttive industriali e di infrastrutture di insediamento di notevole rilievo. Lo stock infrastrutturale – pur con alcune criticità riguardanti in certe aree la qualità e la sua manutenzione complessiva – rappresenta tuttora una risorsa preziosa non solo per le regioni meridionali, ma per l’intero paese, se è vero che in molti degli agglomerati facenti capo ai Consorzi Asi si sono insediati nel corso dei decenni o continuano ad arrivarvi centinaia di complessi industriali non solo di società del nord ma anche estere, oltre naturalmente a migliaia di imprese locali.

 

L’Italia meridionale, pertanto, continua a disporre – pur dopo la prolungata fase recessiva 2008-2014 – di una capacità produttiva rilevante che smentisce la raffigurazione della Svimez quando scrive che nel Meridione si è alle soglie della desertificazione industriale. Come invece vanno documentando da anni gli studi della Srm del Banco Napoli-Gruppo Intesa Sanpaolo il Mezzogiorno vanta tuttora numerose fabbriche capital intensive oltre i mille addetti controllate da gruppi settentrionali e stranieri, attive in settori strategici che raggiungono fatturati o valori della produzione elevati e con redditività apprezzabili. E accanto ad esse si sono addensati cluster di pmi, ma in alcuni casi anche grandi impianti, dell’imprenditoria locale che rappresenta una forza viva della società nazionale che compete, innova ed esporta contribuendo così alla crescita del pil italiano.

 

Federico Pirro
Università degli Studi di Bari Aldo Moro

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