Euro forte, riforme necessarie

Il rafforzamento sul dollaro ci ricorda che non si può crescere di solo export

Euro forte, riforme necessarie

Foto LaPresse

La minima flessione di ieri non inganni: l’euro resta oltre il rapporto di 1,15 sul dollaro, e gli analisti prevedono nei prossimi anni un rafforzamento costante e progressivo. La giapponese Nomura immagina l’euro a 1,16 nel primo quadrimestre 2018, a 1,18 nel secondo, 1,19 nel terzo, 1,20 a fine anno. Per salire a 1,30 nel 2019. Considerando che si era a 1,05 a dicembre 2016, si tratta finora di una crescita del 10 per cento, alla quale dovrebbe aggiungersene un’altra del 13. Quasi un quarto guadagnato in tre anni sulla prima valuta mondiale da parte di una moneta comune che molti davano per spacciata significa innanzi tutto che l’euro ha una forza intrinseca che supera le divisioni tra le sue economie, le incognite del debito greco e delle prossime elezioni italiane comprese. Le stime incorporano la fine degli stimoli monetari della Banca centrale europea, ma non pare questo il fattore decisivo: intanto perché pur cessando nel 2018 gli acquisti di titoli (Quantitative easing) non partiranno per un po’ i rialzi di tassi, qualcuno stima al massimo un ritocco dello 0,10 per cento a fine anno, valutata la situazione a Roma e Atene, il pil, la disoccupazione. E poi in quanto la Federal reserve americana la sua stretta, pur tra molte indecisioni, la sta già attuando. A capovolgere le teorie monetarie classiche è anche la debolezza della leadership economica di Donald Trump, attraverso la quale si sta paradossalmente concretizzando la svalutazione del dollaro da lui auspicata. L’export europeo avrà problemi (e questo spiega la debolezza della borsa di Francoforte), ma se i tedeschi sono i maggiori esportatori subito dopo ci siamo noi.

 

Per mesi l’Italia ha affidato la propria modesta ripresa alle esportazioni, e gli stabilimenti Fiat Chrysler hanno dato al Meridione performance in stile asiatico. Ora dovremo contare più sul mercato interno e sulla competizione in ambito europeo. Il che significa più produttività nella manifattura, che sta già provvedendo, ma anche nei servizi. Dove invece siamo indietro, dall’e-commerce alle reti digitali alla pubblica amministrazione. Perché l’euro forte attirerà investimenti strategici, ma se non si riduce questo gap, liberalizzando l’economia, riformando la giustizia civile e amministrativa, e dando una frustata a stato, enti locali e partecipate, i soldi andranno altrove (e poi non diamo la colpa alla Germania).

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    20 Luglio 2017 - 09:09

    A parte il fatto che sul rafforzamento dell'euro l'Italia incide assai poco per non dire nulla, mi chiedo se il professor Fortis, che sul Foglio autorevolmente ci scrive, per caso Il Foglio pure lo legge.

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