E' l'austerità che ha creato i nuovi poveri, non le riforme

Le radici lontane di un fenomeno tutt’altro che nuovo. Come interpretare gli ultimi dati statistici sulla povertà

E' l'austerità che ha creato i nuovi poveri, non le riforme

Foto LaPresse

Si segnala da più parti che la povertà in Italia è alta ed è in aumento in alcune tipologie di famiglie. L’affermazione merita una analisi più approfondita che distinguiamo su alcuni temi, di fondo e di metodo. Quando è cominciata a crescere la povertà durante la crisi 2008-2014? Il trend prosegue o si è arrestato? Quali sono i segmenti della popolazione più colpiti? I dati statistici campionari cosa dimostrano e come vanno interpretati e integrati? Cominciamo da quest’ultimo punto.

 

E' vero che dal 2005 i poveri sono più che raddoppiati, ma non per colpa del Jobs Act, del Piano Industria 4.0, di Renzi, Gentiloni o Padoan. Ben 1,8 milioni di nuovi sono stati creati dall'austerità del biennio 2012-2013 e dalla conseguente micidiale crisi economica e occupazionale

Nel 2016 l’Istat ha rilevato una sostanziale stabilità sia degli individui sia delle famiglie italiane in condizioni di povertà assoluta rispetto al 2015. Questa affermazione non è in contraddizione con il fatto che nel 2016 le famiglie povere sono state stimate in leggero aumento di 37 mila e gli individui di 144 mila. Per una ragione molto semplice. Le suddette statistiche sulla povertà si basano sui dati dell’indagine sulle spese per consumi delle famiglie, che nel 2016 è stata condotta su un campione effettivo di circa 15.500 famiglie, selezionate casualmente in modo da rappresentare il totale delle famiglie residenti in Italia. Avete letto bene: un campione di appena 15.500 famiglie. Per quanto costruito accuratamente, un simile campione, che dovrebbe dirci quanti italiani vivono in povertà assoluta, si presta a dei margini di errore, assolutamente comprensibili e accettabili ma comunque significativi. Ad esempio, spiega l’Istat, nel 2016, la stima dell’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie è pari al 6,3 per cento ma il valore che si otterrebbe osservando l’intera popolazione italiana è compreso, con un livello di confidenza del 95 per cento, tra il 5,8 per cento e il 6,8 per cento. In altri termini, poiché nel 2015 l’incidenza di povertà assoluta tra le famiglie era stata stimata al 6,1 per cento, se nel 2016 fosse stata il 5,8 per cento (valore minimo dell’intervallo) sarebbe diminuita. Al contrario se nel 2016 fosse stata del 6,8 per cento (valore massimo dell’intervallo) sarebbe cresciuta. Aggiungiamo a tutto ciò che anche le stime precedenti del 2015 presentavano circa gli stessi margini di errore e si capisce perché occorre tanta prudenza nel maneggiare questo genere di statistiche. Considerati questi possibili margini di errore, sia verso il basso sia verso l’alto, l’Istat giustamente preferisce affermare che se l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta tra il 2015 e il 2016 è salita appena dal 6,1 per cento al 6,3 per cento, la situazione è probabilmente rimasta stabile.

 

I dati sulla povertà assoluta offrono invece indicazioni più nette tra un anno e l’altro quando le variazioni sono statisticamente significative. Nel comunicato stampa del 13 luglio scorso, al prospetto 18, l’Istat elenca una serie di queste variazioni significative. Ad esempio, per quanto riguarda la povertà assoluta essa è molto diminuita tra il 2015 al 2016, dal 7,2 per cento al 4,9 per cento, nelle famiglie residenti in un comune al centro di un’area metropolitana ed in particolare dal 9,8 per cento al 5,5 per cento in un comune del centro area metropolitana del nord. L’incidenza della povertà assoluta è invece cresciuta notevolmente in altri casi: ad esempio dal 13,9 al 22,9 per cento nelle famiglie miste (cioè con almeno uno straniero) del nord e dal 18,3 al 26,8 per cento in famiglie con 3 o più figli minori. Più in generale, questo genere di statistiche sulla povertà permette di approfondire qualitativamente i dati per tipologia di famiglie e per area geografica. Una informazione assai interessante, ad esempio, è quella secondo cui se nel nord l’incidenza media delle famiglie povere nel 2016 è del 5 per cento, l’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie di soli italiani è solo del 2,6, mentre è del 22,9 nelle famiglie miste e sale addirittura al 27,9 nelle famiglie di soli stranieri.

Ma in realtà, le informazioni più interessanti delle statistiche sulla povertà, considerando gli ampi margini di errori campionari sui dati da un anno all’altro, sono quelle sul medio-lungo termine. E, infatti, nella lettura giornalistica e degli esperti delle ultime statistiche Istat diffuse la scorsa settimana un tema è emerso più di tutti: negli ultimi anni i poveri sono raddoppiati. E pare quasi, a sentire certi commenti, che tutta questa povertà in Italia sia esplosa di botto. Purtroppo la memoria degli italiani, specie dei politici e degli opinionisti, è molto corta. Infatti, che i poveri fossero raddoppiati era già stato detto nel 2013, poi è stato ripetuto nel 2014, quindi nel 2015 e nel 2016 e adesso anche quest’anno. Ma tutti sembrano essersene dimenticati. E ora tutti sono di nuovo “indignati”, come si confà di fronte a un tema così delicato e sensibile. Si lamentano regolarmente del raddoppio dei poveri i sindacati e il Codacons che hanno sempre detestato l’austerità ma anche la Banca d’Italia che pure l’ha difesa; si lamenta del raddoppio dei poveri il centro-destra ma anche l’ultra-sinistra. Mentre il M5s ha fatto della crescita dei poveri il cavallo di battaglia per proporre il suo reddito di cittadinanza. E anche la Cei, giustamente, è preoccupata. Ma quanti sono e chi ha creato tutti questi poveri? Facciamo due calcoli precisi e vediamo se è possibile finalmente capirci qualcosa.

 

Le cifre a confronto

Concentriamoci sui dati della povertà assoluta. Nel 2005 le famiglie italiane povere erano 800 mila circa. Il dato è rimasto sostanzialmente costante (anche considerando i margini di errore delle stime) fino al 2007. Poi durante la crisi 2008-2011 (Governo Berlusconi) il numero delle famiglie italiane in povertà assoluta è aumentato fino a 1,08 milioni. Ma la vera impennata delle famiglie povere è avvenuta nel biennio dei governi dell’austerità (Monti e Letta), quando esse sono salite a 1,6 milioni, cioè sono cresciute del 50 per cento in due soli anni. Nel 2014-2016, infine, le famiglie italiane in povertà assoluta sono rimaste sostanzialmente costanti nell’intervallo 1,5/1,6 milioni, come evidenziato anche dalla media mobile di 3 anni.

 

Per quanto invece riguarda gli individui in povertà assoluta essi erano 1,9 milioni nel 2005 mentre nel 2016 sono stati stimati dall’Istat in 4,7 milioni. Dunque è vero che i poveri sono raddoppiati, anzi più che raddoppiati, anche al netto degli errori delle stime campionarie. Ma, a differenza di ciò che taluni vorrebbero far credere, non è stata colpa del Jobs Act né del Piano Industria 4.0, né di Renzi, Gentiloni o Padoan né tanto meno del Mago Merlino. Infatti, dal 2005 ad oggi gli italiani in povertà assoluta sono cresciuti di 2,8 milioni. Ma, attenzione, ben 1,8 milioni dei nuovi poveri rispetto al 2005 (cioè 2/3 della crescita) sono stati creati dall’austerità del biennio 2012-2013 e dalla conseguente micidiale crisi economica e occupazionale. Il pil è diminuito del 2,8 per cento nel 2012 e dell’1,7 nel 2013, in totale del 4,5 nel biennio. I consumi delle famiglie si sono contratti ancor più drammaticamente del 3,9 per cento nel 2012 e del 2,5 nel 2013, in totale del 6,3. Tutto ciò è accaduto anche perché il reddito disponibile delle famiglie consumatrici in termini reali ha visto volatilizzarsi ben 63 miliardi di euro nel biennio 2012-13 e i posti di lavoro persi tra dicembre 2011 e febbraio 2014 sono stati circa 450 mila. Gli investimenti fissi lordi a loro volta sono letteralmente crollati del 9,3 per cento nel 2012 e del 6,6 nel 2013, in totale del 15,3. Interi settori, dall’edilizia all’immobiliare, dalla nautica ai beni di largo consumo, sono stati messi in ginocchio. Naturalmente non bisogna dimenticare che le politiche draconiane di austerità che sono state adottate in quegli anni sono state una reazione, ancorché eccessiva e maldestramente pro-ciclica, per uscire dalla crisi di credibilità internazionale – cioè il rischio spread e di finire come la Grecia – ereditata dal precedente Governo Berlusconi. In definitiva, se oggi abbiamo 2,8 milioni di italiani in povertà assoluta in più rispetto al 2005, è bene tenere a mente che quasi il 90 per cento di tali nuovi poveri sono stati creati dal 2008 al 2013. E non dalle riforme e dalle politiche economiche che l’Italia ha successivamente realizzato per uscire finalmente dal tunnel della recessione in cui – come diceva la famosa battuta – la luce in fondo è stata per troppi anni non quella della fine della galleria ma soltanto di un treno che ci veniva sempre minacciosamente incontro. Oggi è anche finalmente partito un primo sforzo (sostanziale e dotato di fondi) di reddito di inclusione. Un passo concreto, anche se certamente ancora non sufficiente, per aiutare gli individui più emarginati.

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Commenti all'articolo

  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    18 Luglio 2017 - 16:04

    Eh no, caro Fortis! Lei vuol nascondere il re nudo, ma lo stratosferico dedito pubblico e l'irresponsabilità civile di chi l'ha creato e di chi ancora vorrebbe proseguire a crearne (Vero Renzi?) sono le vere e profonde cause della povertà che ci ammorba. Se avesse dubbi, immagini quante imprese possono ancora delocalizzare all'aumento delle tasse necessarie a ripianarlo. Tagli, tagli ed ancora tagli alla spesa improduttiva. Privatizzazioni che responsabilizzino i gestori del denaro. Questo servirebbe invece di proseguire verso il baratro cui ci ha destinato il perfido sodalizio fra grande finanza e politica, sugellato dai media nel pensiero dominante polcor, lgbt e tutto quello che serve a distruggere la famiglia, il nucleo del lavoro, del risparmio e di ogni società sana non destinata all'estinzione.

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  • giantrombetta

    18 Luglio 2017 - 12:12

    Lei, caro professore, ha naturalmente il sacrosanto diritto di esprimere le sue opinioni e illustrare le sue analisi, verso le quali non posso che manifestare rispetto. Mi consenta pero' di esprimere stupore e meraviglia nel constatare che sono ospitate sul Foglio. Il giornale che nelle scorse settimane ha consigliato l'acquisto, condividendone i contenuti, dell'ultimo bellissimo saggio in cui si dimostra che la cosiddetta austerità non produce povertà bensì solide incontrovertibili basi per la crescita, ovvero per l'unica via per produrre ricchezza che si conosca. Laddove per austerità si intenda il tenere i conti in ordine e non continuare a indebitarsi nell'illusione di non dover mai pagare il conto.

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