Le banche e la piazza

Dibattito fogliante su un’industria chiave emersa dalla crisi ma sotto lo schiaffo della gogna populista. Con Barba Navaretti (Unimi), Massiah (Ubi) e Rossi (Banca d’Italia)

Le banche e la piazza

Le banche non sono il vero problema dell’Italia, e ancora meno dell’Europa. L’Economist con la sua copertina di un anno fa aveva torto. Questi anni di durissima crisi, la più grave che si ricordi dopo la guerra, lo hanno dimostrato, anche con una selezione nel mondo del credito che c’è stata, ma da noi si è rivelata meno grave che altrove. Quello che si è deteriorato è invece il sistema produttivo: dove tra il 25 per cento di aziende ottime e il 25 di cattive aziende c’è un’area grigia pari alla metà delle imprese che hanno ancora scarso accesso al mercato e al credito; e questo determinerà la loro, e la nostra, sorte” (Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia). “Segnalo intanto un problema grande come un palazzo ma che nessuno vuol vedere: l’ignoranza finanziaria della popolazione, che è poi il terreno di pascolo di molti populismi, e ovviamente di quello bancario. Alle medie si insegna a calcolare in quanto tempo si svuota una vasca, ma non che cos’è un mutuo. Come se per le vasche non ci fossero gli idraulici, mentre quasi ogni famiglia compra la casa” (Victor Massiah, consigliere delegato di Ubi Banca). “Quando si invoca l’intervento pubblico sulle banche per tutelare qualsiasi cosa che riguardi i risparmiatori, non si racconta mai la seconda parte, che cioè i soldi dello stato sono i soldi di tutti i contribuenti” (Giorgio Barba Navaretti, ordinario di Economia politica alla Statale di Milano).

 

Le banche non sono il problema dell'Italia. Il sistema produttivo debole e l'ignoranza di cui si nutre la demagogia sono delle criticità reali

Appena dopo la fiducia ottenuta dal governo alla Camera sul decreto banche, il pomeriggio di mercoledì 12 luglio si sono riuniti a discutere con il Foglio alcuni dei massimi esperti e protagonisti delle vicende bancarie del paese: Rossi – coinvolto anche come Autorità di vigilanza –, Massiah – Ubi, oggi terzo istituto di credito italiano per capitalizzazione alla pari con Mediolanum ha tra l’altro rilevato Etruria, Banca Marche e Carichieti poste in bail-in nel 2015 – Barba Navaretti. Mentre Maria Bianca Farina, presidente dell’associazione imprese assicuratrici (Ania), assente per impegni dell’ultimo minuto, ha inviato un video. “Economia e crescita. Una nuova agenda per l’Italia” è stato il titolo del dibattito tenuto nello spazio espositivo di Fondazione Sorgente (gruppo azionista di questo giornale); la strettissima attualità ha propiziato un focus e commenti a caldo soprattutto su due argomenti: il populismo bancario stile “risparmio tradito” non solo mediatico e di piazza ma anche politico e non limitato ai grillini (ieri il Quirinale ha dato via libera alla commissione d’inchiesta parlamentare, che se non porterà a termine i lavori causa fine legislatura promette di costituire un avamposto privilegiato della campagna elettorale); e, seconda questione, la domanda su che cosa accade con la fine ormai alle porte del Quantitative easing (Qe), l’alleggerimento monetario promosso da Mario Draghi.

 

Non poteva mancare un terzo punto dettato dal centellinare delle anticipazioni su “Avanti”, il libro di Matteo Renzi. E va detto che neppure in questo campione di classe dirigente la proposta del segretario del Pd di spingere per cinque anni il deficit pubblico alla soglia massima del 2,9 per cento in cambio della promessa di tagli fiscali per finanziare la crescita che dovrebbe ripagare il conto, ha sollevato ondate di entusiasmo. Anzi, il contrario. Il che, come ha più volte sottolineato il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, alza a sua volta il sipario su due altre componenti congenite del mood nazionale: “La sfiducia a prescindere; e la tendenza ripetuta a farsi del male, più con le parole che con i fatti”. Ma appunto, dalle banche non si poteva che cominciare. “Il Wall Street Journal – chiede Cerasa – ha appena scritto che le banche italiane hanno dimostrato di avere le spalle larghe. Hanno di fronte un lungo periodo di convalescenza, dice il quotidiano americano, ma ce la faranno. Esattamente un anno fa l’Economist mise in copertina una vecchia corriera in bilico sul ciglio di un burrone, prevedendo che i nostri istituti di credito avrebbero costituito la prossima causa di rottura dell’euro. Dunque: quali sono i punti di forza e debolezza?”. Detto che le banche non sono mai stato il problema sistemico dell’Italia e dell’Europa, e che l’Economist si sbagliava di grosso (“E lo sostenevo anche allora”), Salvatore Rossi punta invece l’attenzione sul sistema produttivo, “inteso ormai non solo come fabbrica ma anche come infrastrutture, servizi e territorio”. E osserva: “Già frammentato prima, quando la sua parcellizzazione e spesso l’incapacità di fare sistema passava in secondo piano per la crescita, che pure era modesta anche quando le cose andavano bene, oggi quel sistema è diviso in tre fasce, tra le quali aumentano le differenze”. Si tratta del “25 buono, 25 cattivo e 50 in area grigia” citato all’inizio, e su quest’ultima area il numero due di Bankitalia indica il ruolo del credito, e in particolare dei capitali: “Finora per far arrivare a quella metà delle nostre imprese una parte del risparmio si è ricorso a intermediari bancari con i loro strumenti, o alla ricerca diretta di prestiti, oppure ad intermediari non bancari: fondi, equity e quindi azionisti, venture capital. D’ora in avanti questa proporzione deve risultare più aggressiva verso la terza via di approvvigionamento. Cioè servono meno banca e più azionisti, più fondi, più apertura all’esterno. Solo così, anche rompendo il tradizionale rapporto di scambio con la banca, l’impresa potrà, anzi dovrà crescere, a cominciare dai suoi proprietari e manager che devono darsi orizzonti più ampi per produttività e concorrenza”.

 

"La metà delle imprese ha scarso accesso al mercato e al credito; questo determinerà la loro, e la nostra, sorte", dice Rossi

Cerasa ricorda che sul rapporto banca-impresa, come su quello banca-cittadini, grava da noi “un profondo sentimento anti bancario, propiziato dalle fake news ma anche dai politici”. E Massiah ci va, per così dire, a nozze. Non solo con l’esempio della vasca e del mutuo quale simbolo di un’educazione “anche basica” al risparmio “ben lontana da benchmark minimi di un paese evoluto”. Il top manager di Ubi cita il refrain: “Le banche non danno i soldi, anzi li danno solo ai ricchi”. Dice: “Ma perché tutti, dal cosiddetto popolo alle élite dell’informazione, usano il termine ‘dare’? Il denaro delle banche è solo per il 10 per cento patrimonio proprio, che ora in virtù delle regole non può essere ‘dato’. Il resto, il 90 per cento, sono soldi dei clienti. I quali al tempo stesso sono creditori e debitori. Ecco, questo aspetto, dei diritti e delle responsabilità dei debitori e dei creditori, è saltato. Non se ne parla. I talk show, i politici, parlano di denaro delle banche come se fosse proprietà di tutti, e quindi di nessuno. Ma per questa via abbiamo costruito appunto la società della sfiducia. Il contrasto di opinioni, che è il sale della democrazia, quando si parla di soldi e ricchezza è degenerato in litigiosità fine a se stessa, che così andando avanti porterà alla paralisi sociale”. Massiah ricorre a un altro esempio: “Se la mia auto si guasta sempre me la prendo con la casa costruttrice. Se ho problemi allo sportello dico invece: maledette banche. Tutte. Perché? Perché fa audience?”.

 

"Quando si parla di soldi e ricchezza il confronto democratico degenera in litigiosità fine a se stessa", dice Massiah

Tocca a Giorgio Barba Navaretti, dal suo osservatorio di accademico, spiegare la questione in termini di rapporto tra stato e cittadini. “Generalizzando tutto, alimentando l’idea che il bene comune sia terra di nessuno, nel senso che tutto è dovuto e costi e responsabilità non contano, il populismo dice che i fondi pubblici sono dovuti e basta, non che i contribuenti debbano pretendere un ritorno come contribuenti. Questo dipende certo anche dal fatto che l’Italia è molto più povera che nel 2007, ultimo anno prima della crisi. Ignazio Visco calcola che andando avanti con crescite annue dell’1-1,2 per cento torneremo solo nel 2025 quello che eravamo dieci anni fa. Avremo perso 18 anni, la durata di una generazione, senza contare che neppure prima eravamo tra i migliori d’Europa. Ma soprattutto avremo smarrito il senso del progresso che ci ha animato nei decenni scorsi, l’idea che i nostri figli avrebbero vissuto una vita migliore e più ricca di noi”. A Cerasa notoriamente un eccessivo pessimismo non piace, così approfittando un po’ della presenza di Salvatore Rossi cita il suo ultimo saggio, scritto per Laterza assieme ad Anna Giunta, docente a Roma Tre, intitolato “Che cosa sa fare l’Italia”. “Dunque su cosa dobbiamo puntare?”. Il direttore generale di Banca d’Italia ricambia rivelando un tratto umano poco in linea con chi è abituato a giudicare Via Nazionale secondo cliché. “Quando sono in ufficio e ascolto i miei interlocutori istituzionali, politici, banchieri, penso: non ce la faremo mai. E non per ciò che dicono, che si basa sulla forza dei numeri. Ma se esco da lì e parlo con chi lavora, capi azienda come dipendenti, o con i giovani che studiano e magari non si fanno fasciare la testa, mi dico al contrario che l’Italia andrà avanti. Che magari ci sorprenderà”. Ma certo non può essere tutto qui. “Il punto è che il paese è profondamente diseguale, non tanto in senso sociale ma proprio nell’attitudine a fare. Per questo dovremmo non più parlare di noi come di un corpo unico, ma imparare a distinguere. Il meglio e il peggio esistono, così come i valori e i disvalori. Anna Giunta ed io siamo ottimisti, ma non sciocchi. Elenchiamo non solo ciò che va, ma ciò che ci vuole. Ed è una lista lunga”.

 

In questa lista Salvatore Rossi mette al primo posto, letteralmente, “l’intera impostazione del diritto italiano, il quale è fondamentalmente ostile all’impresa. E’ il momento di dirlo a voce alta, e possibilmente di cambiare: anche se va contro la retorica corrente. Al secondo posto metto l’istruzione: le università californiane, che sono quasi tutte pubbliche, pagano i professori a seconda della loro reputazione, che viene ogni volta commisurata a standard di giudizio definiti. Da noi è proibito: vige un egualitarismo al ribasso, e il risultato è che un dottorato di ricerca post-laurea lo si va a fare in Francia, in Germania, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna”. Citando un altro saggio, “Omicidio d’impresa, il caso del gruppo bancario Delta”, scritto da Claudio Patalano per Rubbettino, Cerasa chiede a Massiah se esiste, e quanto incide, il giustizialismo anti banche. E Massiah non si fa trovare impreparato. “C’è una malagiustizia – risponde – su due livelli: civile-amministrativo e penale. Prendiamo la questione attualissima dei crediti deteriorati, i Non performing loans. Il loro mercato dipende anche dai tempi di risoluzione delle relative cause ad opera della magistratura. Si calcola che ogni anno di ritardo equivalga a una perdita di valore del 5 per cento. Bene: da noi gli Npl vengono definiti giudiziariamente in una media di 7 anni, nel resto d’Europa di 1,2. E nei nostri sette possono esserci anche procedure di 15. Quanto al penale, le classifiche di transparency.org assegnano all’Italia una percezione della corruzione pari ad 81, rispetto a 10 dei maggiori paesi europei. Ma che correlazione c’è con le sentenze effettivamente emesse? Da noi abbiamo condanne per corruzione nello 0,9 per cento dei casi, in Germania nell’11,7. Qualcosa non quadra”.

 

E questo come incide sull’operatività delle aziende?, chiede il direttore del Foglio. “Ho detto di ciò che non va nella magistratura” risponde Massiah. “Però non vorremmo più sentire parlare di ‘banche’ genericamente, ma di questa o quella banca. Nessuno si sognerebbe di fare un fascio di tutte le industrie, chi ha successo e chi arrancano. Ogni banca va giudicata per sé. Io, come manager, ho il diritto e il dovere di rispondere di come lavoro e faccio funzionare l’azienda. Diversamente, anche il populismo non finirà mai. Potrei aggiungere che in Italia lo stress test è stato fatto non in maniera virtuale, ma reale: 10 punti di pil persi e 575 punti di spread in partenza, in un paese bancocentrico al 95 per cento”. Barba Navaretti ricorda come “in altri paesi d’Europa ci siano stati interventi pubblici ben più massicci, senza sollevazioni sociali né demagogia. L’Europa, su iniziativa tedesca, è passata dalla pratica del bail-out, il salvataggio bancario a carico dei contribuenti, al bail-in, salvataggio a carico di azionisti e investitori. Questo ha generato consenso sociale altrove e proteste da noi. Merito certo di risparmiatori più avveduti e di una maggiore coscienza collettiva dei diritti dei contribuenti. Egualmente è impensabile che ora non si preveda per l’ingresso dello stato nelle banche l’obbligo di una presenza leggera, rapida e remunerativa. Ancora di più con il nostro debito pubblico”.

 

"L'Europa è passata dal bail-out al bail-in. Ciò ha generato consenso sociale altrove e proteste da noi", dice Barba Navaretti

L’argomento porta alle battute finali: su che cosa accade con la fine del Qe di Draghi; e sulla ricetta Renzi. E la conclusione è scoppiettante. Massiah: “Non può durare un sistema per il quale ogni giorno si depositano presso la Bce 1.600 miliardi di euro, il pil dell’Italia, pagando lo 0,4 per cento. E’ evidente che la cura, l’antibiotico, la vitamina, ci voleva. Ora però io come banca anziché versare quello 0,40 preferirei utilizzare la massa di liquidità per impieghi. La fine del Qe per l’Italia non potrà che portare ad un certo rialzo dei tassi. Prevedendolo di un punto percentuale, questo significa che finanziare un debito di 2.300 miliardi costerà 23 miliardi in più l’anno. Lo si può fare con la crescita, certo. Ma il tempo corre: se anche fosse a fine 2018, parliamo di dopodomani. Questo è il nostro orizzonte, e questa è anche la risposta alla proposta, suggestiva, di Renzi”. Rossi, ricalandosi nei panni istituzionali, ricorda che sarà il board dei governatori a decidere non solo sulla fine degli acquisti di obbligazioni, ma anche sui tassi. E Renzi? “Devo dire quello che penso, o quello che penso davvero?”. Cerasa: “Ronald Reagan diceva: ‘Il debito pubblico è abbastanza grande per badare a se stesso’… Oppure si profilano interventi mirati?” Massiah: “Non consiglierei nulla di mirato e tantomeno di traumatico, se non di accelerare le privatizzazioni, che traumatiche non sono. Però non dimentichiamo che il nostro debito ipoteca molte cose, molta parte del futuro. Anche per questo mettersi ora in posizione di perenne contrasto con l’Europa non è solo sbagliato, è illogico”.

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