Perché fa figo oggi salire sul carro degli ottimisti

In Europa, nella nostra economia,nell'esercizio del potere, le cose tendono a migliorare. Era ovvio, visti certi risultati, ma è una sorpresa per tutti. O quasi

Perché fa figo oggi salire sul carro degli ottimisti

Foto di Paul Sableman via Flickr

Da parecchio tempo la scelta di Cerasa e di questo giornale è un ragionevole ottimismo. Non è stato così facile. La regola scritta e non scritta del giornalismo italiano è semplice: le cose vanno male, sempre peggio, e la colpa è del governo e delle istituzioni. Alle origini c’è la strana idea di Montanelli, uomo supremamente bravo e furbo, di considerare il lettore padrone del giornale. Indro doveva dire “cliente”, ma non suona altrettanto bene. Il padrone è il padrone, e i giornalisti sono relativamente liberi di essere padroni di sé stessi. Quanto basta per amare il lettore senza compiacerlo nei suoi tic. Perfino con l’ambizione di tirarlo dalla parte del reale, che piace sempre meno e vende meno dell’immaginario. Per i lettori dei giornali commerciali a larga tiratura, e per quelli delle tribune manettare di sinistra e di destra, l’Italia è solo un gran casino. Per la Banca d’Italia le nostre faccende sono meno complicate ogni mese di più, e si può ragionevolmente essere ottimisti, con ovvie riserve. Per tutti è una sorpresa, per noi e per i nostri lettori no.

 

La magia di un piccolo giornale è che non affetta indipendenza, cerca di praticarla con garbo e senza troppe illusioni. Ci è sembrato appena ovvio che se il mercato del lavoro è più flessibile, se la banca di Francoforte fa il suo dovere europeo, se le banche italiane sono riscattate dai crediti inesigibili, se la spesa pubblica è meno pazza di ieri pur restando stramba, se gli stipendi guadagnano sull’inflazione, e i risparmi altrettanto, se gli investimenti ridiventano possibili, le esportazioni tirano alla grande come ha dimostrato qui Marco Fortis, le cose tendono a migliorare. Ci sono incognite, certo. Un sistema di mercato liberale, con un peso non del tutto sproporzionato dello stato, non è mai al riparo dalle incognite.

 

Poi c’è il grottesco e leggendario: FATE PRESTO, e il nostro più modesto MUOVIAMOCI. L’ottimismo è volontarismo e informazione corretta o meglio scorretta, fino a Macron non rendeva alle elezioni, ma anche questo è cambiato, e ora ci sarà una gara anche eccessiva ad appropriarsi del già noto per noi, sorprendente per loro. Il potere, quando è autorità, parla poco e fa molto, scava nella volontà collettiva senza prevaricazioni e censure, incita, trascina, regola e reprime. Potere è bello. Basta vedere come ha esercitato il suo Mario Draghi, ricordare il meglio di Berlusconi, di Monti e di Renzi, e perfino di Prodi, per non parlare della cara Angela e del caro Alexis Tsipras, campioni a loro modo di europeismo non piagnone, quello che ripaga i debiti spendendo di meno e lavorando e guadagnando di più, com’è ovvio. La Grecia sembrava morta ed è viva, doveva essere svenduta, e invece è stata comprata dai capitali internazionali là dove c’è la possibilità di un profitto, il che non sembra strano. La Germania era l’affamatrice d’Europa, sta per ridiventarne la locomotiva. L’agenda Giavazzi era uno slogan magari fastidioso, iterativo, semplificatore, ma l’agenda Varoufakis o Landini era pura demagogia, roba buona al massimo per la televisione com’è oggi. Il manifesto dell’ottimismo faceva poco share of voice, ma oggi fa figo. Baci.

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Commenti all'articolo

  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    17 Luglio 2017 - 11:11

    Evviva! Abbiamo finalmente trovato le formichine che riempiranno d'acqua il pozzo secco del debito pubblico italiano.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    16 Luglio 2017 - 19:07

    Al direttore - I fighetti ottimisti un tanto al chilo, sono dei poveracci. Quello del Foglio non è banale ottimismo. E’ un insieme equilibrato e fecondo: senso della misura, lucidità mentale che tiene a bada le militanze faziose e che non vive sul “tanto peggio, tanto meglio”. E’ l’impostazione culturale, finemente ironica anche se dissacrante, cosciente che la verità non appartiene a nessuno, è l’impegno a cercar di capire, evitando l’imbonire e l’aizzare, è una ampiezza, una proposta poliedrica di stimoli alla riflessione che fanno del Foglio/Sabato un unicum, estraneo alle brame grossolane dell’informazione di massa. La validità della ciliegia e dell’elefante, delle sue gentili e acute redattrici, dei suoi editorialisti, della redazione, del suo insieme, insomma, mi fanno scrivere: “I love Foglio”. Non è amore cieco e acritico, è il modo colloquiale per dire: “I think highly of them”

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