Non è la povertà che cresce ma il divario generazionale che si allarga

I dati dell'Istat sono la prova che il nostro è un welfare squilibrato: aiuta di più avere un anziano in famiglia che un nuovo nato

Non è la povertà che cresce ma il divario generazionale che si allarga

Foto LaPresse

Milano. L’Istat pubblica i nuovi dati sulla povertà in Italia (relativi al 2016), e i titoli sono tutti rassicuranti: rispetto al 2015 quelli che se la passano male o malissimo non sono aumentati. Certo, ci sono pur sempre 4,7 milioni di individui in povertà assoluta, corrispondenti a 1,6 milioni di nuclei famigliari. C’è insomma un gruppo di persone che non riesce a spendere a sufficienza per garantirsi il minimo indispensabile per mangiare, dormire, vestirsi, curarsi, far studiare i propri figli. Ma dopo gli anni del grande balzo in avanti di una povertà che era al 3,7 per cento nel 2007 e che è schizzata al 6,3 per cento nel 2013, almeno non siamo andati oltre quella quota.

  

I titoli però non sono tutto nella vita. Così come non sono tutto i valori medi. E così come non è sufficiente soffermarsi sulle consuete differenze esistenti tra nord e sud, tra centro e periferia, tra operai e ceti medi, tra occupati e non occupati, tra italiani e stranieri. C’è qualcosa di più profondo da visualizzare, qualcosa che ancora una volta coinvolge il modello di distribuzione delle ricchezze ma che ha anche a che fare con il sistema di welfare di cui ci siamo dotati. Basta infatti, ancora una volta, leggere in controluce le incidenze di povertà relative alle diverse tipologie famigliari, per accorgersi che in Italia abbiamo un problema sempre più grande e sempre meno discusso: quello di uno squilibrio generazionale che peggiora invece di migliorare.

  

Sapevamo che durante la crisi la categoria in assoluto meno colpita era stata quella degli anziani. E dunque mentre i titoli rilanciano l’idea di una povertà finalmente stabilizzata ci si poteva aspettare di trovare una frenata generalizzata. Meno poveri per tutti, insomma. E invece no. Torniamo dunque ai dati e al confronto tra 2015 e 2016. L’incidenza della povertà assoluta per classi di età è davvero sorprendente: diminuisce esclusivamente per chi ha 65 anni (da 4,1 a 3,8 per cento degli individui), ma per tutti gli altri continua a crescere, anche se di poco tra i 18 e i 64 anni (più 0,1 punti percentuali) e invece di tanto (più 1,6) tra i minorenni. Conseguentemente, se si passa dal livello individuale a quello dei nuclei famigliari si scopre che dove c’è almeno un anziano la povertà si abbassa ancora (meno 0,4), mentre dove c’è almeno un figlio sotto i 18 anni cresce (meno 0,6). Tanto per capirsi, sono assolutamente poveri il 5,5 per cento delle coppie con un figlio, l’8,9 per cento di quelle con due figlie e ben il 14,7 per cento di quelle con tre o più figli. Tutte rigorosamente in crescita rispetto all’anno precedente, con un picco massimo raggiunto dalle famiglie numerose e da quelle dove c’è un solo genitore (in entrambi i casi più 1,4 rispetto al 2015).

   

  

Questo è il quadro aggiornato. L’evidenza è che, dentro o fuori la crisi, il modello italiano di sviluppo (se così vogliamo chiamarlo) sembra essere costruito principalmente per proteggere gli anziani e per complicare la vita agli altri. Innanzitutto alle fasce di popolazione in cui si fa (o di dovrebbe fare) famiglia. Nei nuclei in cui la persona di riferimento ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni la percentuale di poveri è cresciuta dall’8,1 per cento all’8,9: in nessun altro caso si registra un aumento di difficoltà economiche così robusto.

  

Certo, possiamo accontentarci dicendo che in fondo nel nostro modello le famiglie più giovani vengono comunque sostenute dai genitori anziani, che mettono a disposizione il loro benessere (acquisito grazie agli anni ruggenti dell’economia e del welfare) sotto forma di prestiti, donazioni di immobili, o anche più banalmente attraverso l’informale care giving con cui i nonni permettono ai propri figli di conciliare compiti famigliari ed esigenze lavorative. Tutto vero, ci mancherebbe. Ma resta aperta una domanda: questi dati, insieme a molti altri – pensiamo alla simulazione proposta dall’Istat lo scorso mese sulla capacità redistributiva al contrario generata in Italia dell’accoppiata tasse+welfare –, sono compatibili con un qualunque tentativo di immaginarci un autentico sviluppo sociale, umano ed economico?  

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