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Perché digitale e globalizzazione non sono una minaccia per giornali e tv

Renzo Rosati

La reazione al rapporto Agcom rivela l’istinto difensivo e di retroguardia della grande editoria italiana

Roma. Ci sono due modi per interpretare e riferire all’opinione pubblica l’abbondante – per dati e individuazione dei trend in Italia e nel mondo – relazione annuale presentata martedì 11 alla Camera dall’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni. Quello scelto dai grandi giornali è stato prevalentemente difensivo, della categoria della carta stampata di fronte al potere dell’informazione digitale, e allarmista, i ritardi del paese nell’utilizzo del web e contemporaneamente il dilagare via internet delle fake news. Che ci sia una evidente contraddizione in questo (l’Italia ha troppo o troppo poco internet?) è sfuggito ai giornaloni. Il cui calo di copie è stato pari al 50 per cento negli ultimi otto anni (oggi siamo a 2,5 milioni al giorno per i quotidiani, rispetto ai 5 milioni tenuti per decenni), tendenza che è proseguita (meno 9,8 per cento) nel 2016. Mentre nello stesso periodo la stampa quotidiana ha perso il 40 per cento del fatturato. Tutta colpa di internet e della crisi economica? La relazione lo smentisce. 

  

Con una ripresa economica come sappiamo ancora insufficiente, l’apporto complessivo al pil del settore delle comunicazioni – tlc, media e servizi postali – è stato l’anno scorso di 53,6 miliardi, in aumento dell’1,5 per cento, quindi superiore al trend generale. La parte del leone (59 per cento) la fanno però le telecomunicazioni propriamente dette, cioè telefonia fissa e mobile, che continuano a incrementare lievemente il fatturato (0,2 per cento) pur in un mercato saturo, mentre per i media il panorama è profondamente contraddittorio: la crescita del 3,9 per cento comprende infatti il calo di quotidiani e periodici (meno 6,0), la ripresa di televisione e radio (più 6,5) e soprattutto il boom di internet (più 14,8 per cento). Con 1,9 miliardi fatturati la rete ha superato per la prima volta i quotidiani (1,84) e si avvicina ai periodici (1,98 miliardi). E si tratta di online riferito all’informazione, che esclude quindi il commercio elettronico. Come reagiscono gli editori? Per esempio reclamando “una legge per limitare lo strapotere dei colossi del web” (La Stampa), richiesta peraltro attribuita allo stesso presidente dell’Agcom Angelo Cardani. Il quale ha invece detto cose molto diverse. E cioè: “Sulle fake news non ci si può fidare della promessa di autoregolamentazione attraverso gli algoritmi dei motori di ricerca”, quindi lì è giusto intervenire. Ma “nessun ostacolo va posto a concorrenza e innovazione”. Ancora di più: “Il giornalismo mondiale ha sempre dovuto confrontarsi con i cambiamenti tecnologici” dice Cardani “e il giornalismo italiano è stato generalmente lento nell’adozione di nuove tecnologie, finché nell’ultimo decennio è emersa anche per questa categoria professionale la necessità di dotarsi di competenze specifiche in una direzione digitale”. Ancora: “Aumentando l’offerta gratuita dell’informazione e riducendosi contestualmente la disponibilità a pagare dei consumatori, la componente pubblicitaria assume sempre più rilevanza tra le fonti di finanziamento dei mezzi di comunicazione, tanto da rappresentare circa la metà delle risorse complessive del sistema dell’informazione”.

  

Come Il Foglio ha più volte documentato, ci sono in giro per il mondo esempi di integrazione perfetta (e comunque obbligata) tra editoria tradizionale e digitale, sia con i proventi di quest’ultima, e-commerce compreso, che sostengono la carta stampata – Axel Springer in Germania, il salvataggio del Washington Post ad opera di Amazon, per l’appunto “colosso del web” – sia con l’integrazione delle notizie. In Italia al primo modello (trarre dal digitale le risorse pubblicitarie e non per rimettere in sesto i conti dei periodici) si è ispirata la Mondadori, tornata all’utile dopo avere investito nei siti media comprati da Banzai; alla seconda Rai e Mediaset che dopo decenni di tv generalista stanno investendo sullo streaming per contrastare Netflix, Amazon Prime Video, Chili e la stessa Sky (Now Tv), un settore che secondo il rapporto Univideo elaborato dalla società di ricerche GfK è in crescita a 82,5 milioni, anche se è la pirateria di contenuti a costituire un bacino potenziale stimato in 686 milioni. Ma nella tv due tradizionali avversari nazionali pubblico e privato, sulla cui guerra si sono esercitate le procure (l’indimenticabile inchiesta RaiSet con tanto di “struttura Delta”, tutto poi archiviato) e sono caduti governi, risultano nel rapporto Agcom ormai dietro al gruppo Sky-Fox di Rupert Murdoch: il quale ha il 32 per cento del mercato contro il 29,7 della Rai e il 27,9 di Mediaset, mentre a molta distanza crescono Discovery e Cairo Communication (La 7). 

   

La strategia difensiva finora attuata dai grandi editori di carta stampata – compresa la fusione Espresso-Repubblica-La Stampa, dove peraltro gli eredi di Gianni Agnelli hanno appena annunciato la discesa dal 15,02 al 6,98 per cento del capitale – evidentemente non basta se il mondo editoriale non imbocca con decisione la via di Industria 4.0 che sta trainando la crescita di altri settori (il rapporto del Centro studi Confindustria parla nel solo maggio scorso di più 7,3 per cento per i mezzi di trasporto, più 5 per macchinari, più 4 per alimentare); e nelle stesse conclusioni del G20 di Amburgo ci sono le raccomandazioni a imprese e governi ad orientarsi sempre più verso la globalizzazione e la “smart economy”, obiettivo “Un mondo interconnesso”.  

   

Volete un altro esempio di globalizzazione e digitale applicato al giornalismo? Come ha riportato il Financial Times, il Wall Street Journal, quotidiano iconico dell’informazione economica mondiale, sta progettando nel piano industriale chiamato WSJ2020 di vendere fuori dagli Usa solo copie digitali. Già nel 2016 la vendita del digitale è raddoppiata in Giappone e cresciuta del 48 per cento in Europa, portando 300 mila abbonati in più per un totale di 1,2 milioni (per metà alla sola versione online). L’obiettivo è una riduzione dei costi di 100 milioni di dollari. Il Wall Street Journal è di proprietà del gruppo Dow Jones a sua volta controllato da News Corporation, proprietaria di Sky e Fox.

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