Quegli strani decessi di imprese

I delitti aziendali non sono storie di crisi ma un genere a sé. E c’è movimento per fermarli

Quegli strani decessi di imprese

Foto LaPresse

Roma. Si potrebbe inaugurare – e sarebbe già tardi – il genere giornalistico dell’“economia nera” per portare a conoscenza del pubblico, sotto la giusta luce, i casi di decessi di imprese a opera di mani visibili oppure occulte. La furia cieca di autorità regolatorie o giudiziarie, la mala gestione manageriale, il voyeurismo mediatico, l’indifferenza della politica e l’ipertrofica burocrazia sono tra le cause degli omicidi d’impresa.

 

Cosa sia questo tipo di delitto l’ha spiegato l’economista Claudio Patalano il 21 giugno all’Università degli Studi di Roma La Sapienza. “Si può parlare di omicidio quando all’impresa viene tolta la vita, quando un soggetto esterno o interno agisce danneggiandola con atti illeciti, tardivi o di omissione, minandone le condizioni di vitalità e avviandola al declino” e portando “alla distruzione di un’entità, l’impresa, che insieme alla pubblica amministrazione crea lavoro, benessere e momenti di cultura per il proprio ambiente e che va quindi tutelata”.

 

La volontà di evidenziare crac aziendali eclatanti affinché si limiti (o si eviti) il ciclico ripetersi di fenomeni delittuosi ha spinto Patalano, consulente di alta direzione d’impresa con esperienze come ispettore della Banca d’Italia, direttore della Banca nazionale del lavoro e commissario liquidatore della Sicilcassa, a pubblicare il volume “Omicidio d’Impresa - il caso Delta” (Rubbettino, 2017) e ha portato alla recente nascita dell’associazione No O.d.i. (No omicidi d’impresa) che con inchieste, ricerche scientifiche, seminari, creerà un movimento d’opinione sul tema. Patalano ha fatto l’autopsia del gruppo bolognese Delta, di cui è stato consulente: nato nei primi Duemila per operare nel credito al consumo, e poi cresciuto rapidamente fino ad occupare mille addetti, è andato in crisi nel periodo in cui il governo italiano decide di ricorrere allo scudo fiscale per favorire il rientro dei capitali, provocando ostilità e inchieste nei confronti della Repubblica di San Marino, la cui Cassa di Risparmio è tra i soci di Delta, affondato da inchieste giudiziarie, clamore mediatico e stress regolatorio.

 

Il settore bancario è alla frontiera degli omicidi di impresa. Maurizio Baravelli, ordinario di Economia e gestione della banca alla Sapienza, che collabora con l’associazione No O.d.i., durante il convegno, ha elencato altri casi di stretta attualità e paradigmatici: l’emersione dei crediti deteriorati e il caso Veneto Banca. “Dietro alle cessioni e alle cartolarizzazioni dei crediti deteriorati si nascondono possibili omicidi di impresa, anzi, diciamolo subito, vere esecuzioni di massa delle imprese insolventi avvolte nella più totale indifferenza”, dice Bavarelli. La vigilanza europea e nazionale pretendono la pulizia dei bilanci, attraverso vendita o cartolarizzazione dei crediti difficili da recuperare, le banche devono liberarsene senza però essere capaci di recuperarli o senza avere la forza di risollevare imprese insolventi concertando piani di ristrutturazione. “A questo punto sorge una domanda legittima – dice Bavarelli – perché la Banca d’Italia invece di sottolineare solo la necessità di introdurre unità specialistiche di recupero non richiama l’attenzione con altrettanta forza anche sul ruolo che le banche dovrebbero svolgere nel mettere in atto misure per assistere le imprese ad uscire dalle situazioni di difficoltà invece di abbandonarle al loro destino?”.

 

Veneto Banca, se l’omicidio è “interno”

Lo stato è solerte a sostenere banche periclitanti come si vede di recente con le banche venete, Veneto Banca e Popolare di Vicenza, salvate grazie a oltre 5 miliardi di euro di capitali pubblici assicurati a Intesa Sanpaolo per rilevare le attività buone. Veneto Banca è un omicidio particolare, “interno”. “A opera di un’alta direzione fortemente ambiziosa ma anche opportunista che ha messo il proprio interesse al di sopra di quello della banca”, che non era quotata e quindi slegata da logiche di mercato. “Il gruppo bancario pertanto si è modellato sostanzialmente sugli interessi personalistici del gruppo dirigente. In particolare la remunerazione dell’amministratore delegato (Vincenzo Consoli, rinviato a giudizio per ostacolo all’autorità di vigilanza e aggiotaggio, ndr) subiva forti incrementi al crescere delle dimensioni aziendali collocandosi fra le più alte nell’intero sistema bancario. Il caso insegna come si possa uccidere una banca per governance inadeguata ma anche come l’opportunismo manageriale possa trasformarsi in suicidio dello stesso management, costretto a lasciare con elevati costi morali e conseguenze penali”, conclude Bavarelli. Il delitto, come si dice, è servito. Sperando serva a cambiare andazzo.

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