Padoan ci spiega perché l'Italia ha usato aiuti di stato sulle banche venete

Il ministro dell'Economia scrive al Foglio: “Non abbiamo violato le regole né ucciso l'unione bancaria. Sì, sarebbe stato da scellerati innescare una crisi”

Padoan ci spiega perché l'Italia ha usato aiuti di stato sulle banche venete

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Al direttore - Più o meno un anno fa, di questi tempi, il Financial Times, come ha ricordato sabato il suo giornale, descriveva il sistema bancario con toni drammatici, segnalando in particolare i casi di otto banche che minacciavano di mettere in crisi l’intera Eurozona. A distanza di un anno possiamo dire che la situazione, magari descritta con un eccesso di allarmismo, ha subìto una evoluzione positiva. Quattro di quei casi erano costituiti dalle banche regionali poste in risoluzione a fine 2015, ora assorbite da Ubi e Bper. C’era poi Unicredit, che ha realizzato un importante aumento di capitale. Per Monte dei Paschi il fabbisogno di capitale ulteriore si rivelava necessario soltanto nello scenario ipotetico di una grave crisi economica, e quindi il Governo è stato autorizzato a procedere con un aumento di capitale precauzionale. Questa strada, dell’aumento di capitale precauzionale, ci è stata preclusa per Veneto Banca e per Banca Popolare di Vicenza perché le condizioni finanziarie di queste due banche rendevano molto incerti gli esiti di un piano di ristrutturazione e improbabile il loro ritorno alla redditività. Per questi motivi la Banca centrale europea venerdì scorso ha dichiarato che le due banche dovevano essere considerate in condizione di fallimento accertato o molto probabile, e ha rimesso al Comitato unico di risoluzione (Srb) la decisione sul loro destino. 

 

Il Comitato ha riscontrato che due delle tre condizioni per decretare una risoluzione venivano soddisfatte, ma non la terza: secondo il Comitato le due banche non costituivano un pericolo per la stabilità finanziaria dell’Eurozona e pertanto andavano liquidate secondo le procedure italiane.

 

Padoan: “State aid is the best way to rescue Veneto banks”

Italian Economy and Finance minister: “We didn’t violate the rules nor killed the banking union” 

 

E arriviamo a domenica scorsa. Il governo ha avviato le due banche alla liquidazione. Ma una liquidazione pura e semplice avrebbe comportato una crisi drammatica per un territorio che sta trainando l’Italia nella ripresa economica, dato che le due banche avevano tra i loro clienti 200 mila imprese. Avrebbe creato disagi tra i correntisti, i depositanti e i risparmiatori che hanno investito in obbligazioni di quelle banche. Avrebbe probabilmente costretto l’intero sistema bancario italiano a sobbarcarsi il costo della tutela obbligatoria dei depositanti, con ripercussioni sul grado di patrimonializzazione di molte banche, e creato una grave incertezza tra i risparmiatori tutti.

 

Per questa ragione abbiamo deciso che la liquidazione andava assistita da aiuti di Stato. Che – contrariamente a quanto spesso, erroneamente, si sostiene – non sono vietati in Europa, purché vengano erogati rispettando regole precise. Come abbiamo fatto noi, dato che la Commissione ha riconosciuto la correttezza dell’intervento pubblico.

 

Gli aiuti di Stato hanno reso possibile l’acquisto da parte di Banca Intesa di un complesso aziendale che salva migliaia di posti di lavoro, garantisce continuità al credito per le imprese e gli artigiani, e previene disagi alle famiglie e ai risparmiatori (tra gli onere acquisiti da Banca Intesa ci sono anche le obbligazioni ordinarie, che quindi verranno regolarmente rimborsate alla naturale scadenza). E le modalità dell’operazione consentiranno nel corso dei prossimi anni di recuperare questo aiuto (che ammonta a 5,2 miliardi di euro, di cui 400 milioni in forma di garanzie su attività che presentano diversi livelli di rischio). In sintesi: non abbiamo salvato due banche che non stavano in piedi. Abbiamo invece liquidato le banche e salvato lavoratori, risparmiatori e imprese. Cioè l’economia del territorio.

 

Anche in questo caso, come nelle precedenti crisi, abbiamo utilizzato gli strumenti giuridici più adatti, confrontandoci con vincoli spesso complessi, dialogando costruttivamente con le istituzioni dell’Unione, e facendo i conti con risorse spesso limitate. In questo caso Banca Intesa, una banca ben gestita e fortemente patrimonializzata, è stata una risorsa per il Paese.
Abbiamo violato le regole e ucciso l’unione bancaria? Mai, lo dicono le stesse autorità europee. Piuttosto ancora una volta constatiamo che l’unione bancaria non è ancora completata dal necessario schema di assicurazione dei depositi. Ci siamo sottomessi, senza battere i pugni sul tavolo, alla volontà delle istituzioni comunitarie? Che i critici si mettano d’accordo tra loro: abbiamo ucciso l’unione bancaria o ne siamo succubi? Leggendo i commenti si intuisce che qualcuno vorrebbe finalmente far fallire una banca in crisi giusto per vedere che effetto fa, laddove altri vorrebbero che il Governo nazionalizzasse gli istituti problematici. Mi pare che nessuna delle due posizioni sia razionale. La prima perché sarebbe da scellerati rischiare di innescare una crisi finanziaria mentre finalmente l’economia riprende a un ritmo dignitoso, per quanto ancora insoddisfacente. La seconda perché il denaro dei contribuenti non va usato per salvare banche bensì per produrre servizi pubblici e beni comuni.
Gli aiuti di Stato, laddove sono stati impiegati, dovrebbero rientrare nelle casse dello Stato. Alcuni casi internazionali e quello italiano dei Monti bond ci dicono che è possibile.

 

*Ministro dell’Economia e delle Finanze

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    27 Giugno 2017 - 15:03

    Dallo scandalo della Banca Romana - fine '800- si è innestata in Italia una tradizione per la quale le banche tra impicci imbrogli ladrocini familismi e quant'altro con la complicità dei governi e della magistratura ne hanno combinate di tutti i colori . La storia delle banche in Italia è la storia simile alle grandi ritirate dalla Russia costellate da una scia numerosa di cadaveri. C'è un unico connotato che accomuna tutte le banche italiane fallite o mezze fallite l'arricchimento spropositato del management.Gli ultimi atti dei cda di banche ormai fallite sono liquidazioni o bonus leggendari agli amministratori che hanno provocato il disastro.E' un andazzo comune anche a altri paesi . La cura sarebbe semplice .Quando una banca è nel baratro si nomina un commissario che congela ogni movimento tranne l'attività di sportello ,la magistratura convoca i dirigenti come testimoni informati su i fatti e uno stuolo di revisori fa le pulci ai conti.E poi galera a volontà .Ma dai !

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    27 Giugno 2017 - 11:11

    In Italia, ancora un anno prima dell'articolo del "Financial" il bubbone delle venete era di dominio comune: due anni fà, quindi, perchè Lei e il Presidente del consiglio di allora non avete iniziato a valutare e proporre soluzioni anzichè arrivare alle metastasi di 220.000 soci "azzerati" e l'esborso di m.di da parte dei governati italiani called "bad bank's owners" con contorno di "S.paolo" quale confraternita di mutuo soccorso e il tutto con mescita di buon vino veneto.

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  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    27 Giugno 2017 - 09:09

    Tecnicamente ineccepibile. Attendiamo dal ministro Padoan l'analisi delle cause del dissesto, delle copertura politica alle partecipate pubbliche nel caso MPS e della copertura garantita da Banca d'Italia alla volpe messa a guardia del pollaio, nel caso Popolare di Vicenza.

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    • Skybolt

      27 Giugno 2017 - 10:10

      Attendiamo anche di sapere perchè si è atteso un anno e mezzo conoscendo dall'inizio le dimensioni del dissesto (c'entra il REFERENDUM ?), per intervenire oltre il tempo massimo con soldi distribuiti al colto e all'inclita. Sarebbe peraltro interessante capire chi si è riempito i portafogli di bond senior delle due banche, visto che ora vengono trattati allo stesso livello di quelli di Intesa....

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