Sollievo bancario

I soccorsi à la carte non sono il massimo ma la storia del “sacco” è solo un fake

banca etruria

Il 7 luglio 2016 l’Economist mise in copertina una vecchia corriera bianco-rosso-verde con la scritta “Banca” in bilico su un burrone. Titolo, “The Italian job. Europe’s next crisis”. Ovvero: il sistema bancario italiano avrebbero costituito il prossimo rischio per l’euro e la Ue. A distanza di un anno la profezia non si è avverata. La soluzione che si delinea per le popolari venete, con Intesa cavaliere bianco che lascia allo stato il costo dei Non performing loans (Npl, crediti inesigibili) e degli ammortizzatori sociali per la ristrutturazione del personale non è certo senza oneri per i contribuenti. Anzi. Ma il peso per il Tesoro, se l’Europa dà l’ok, stimato 5-10 miliardi, e che va ad aggiungersi ai 4,5 impegnati in Mps, resta all’interno dei 20 stanziati dal decreto di febbraio per estinguere tutti i focolai di crisi.

 

Considerando quanto già speso per i costi sociali delle quattro banche messe in bail-in nel 2015, lo stato italiano è intervenuto con una somma di gran lunga inferiore ai 250 miliardi tra capitali e garanzie della Germania ad inizio della crisi, ai 42 dell’Irlanda, ai 52 della Spagna (sotto forma di aiuti europei). Non è una gran consolazione, ma è la realtà. Dunque non ha senso parlare genericamente di “sacco bancario” come ha fatto ieri Repubblica, un mood che ci si deve anche aspettare dalla commissione parlamentare d’inchiesta che rischia di trasformarsi in una specie di talk-show sul “risparmio tradito”, alla faccia del segreto. Di quale sacco si parla? Intesa fa i suoi interessi, in un’area dove è già forte dopo l’acquisizione della Cassa di risparmio del Veneto. E se la vede soprattutto con Unicredit, che a sua volta si era detta disposta a intervenire in gara anche con Bnp e Iccrea. Ma tutti gli altri si sono fatti indietro, e l’asta nella quale sperava il Tesoro si è dissolta. Il vero sacco sta invece a monte, nel pessimo (a dir poco) modello territoriale, che è lo stesso a Vicenza e Montebelluna, ad Arezzo e dintorni, a Siena, a Genova. Banche popolari, cooperative appunto “del territorio”, formula cara proprio a leghisti, grillini, ex Pci.

 

Contro questo modello era intervenuta la riforma delle popolari, osteggiata a destra e sinistra, che ha scoperchiato il vero sacco veneto, ma anche permesso la fusione virtuosa tra Popolare di Milano e Banco Popolare. Se si deve muovere una critica al Tesoro è di avere agito in queste situazioni à la carte, senza chiara strategia, così esponendosi alla gogna populista bancaria e alle critiche europee. Un bail-in anticipato in Etruria, una statalizzazione a Siena, una bad bank a Vicenza: non manca nulla. Né mancano i veleni, a cominciare da Etruria, e non per il coinvolgimento della famiglia Boschi quanto per la svalutazione degli Npl che il Tesoro (in prolungata assenza del suo direttore generale) avrebbe suggerito in misura di gran lunga inferiore al resto d’Europa e al benchmark italiano, come rivelato dal quotidiano Libero. Ma alla fine i costi restano quelli e non si può dire che siano elevatissimi: tanto più se il governo farà il suo dovere di massimizzare i profitti nel gestire la rivendita dei crediti, per i quali molti prevedono un business, se si dispone di know-how adeguato.

 

Se proprio va individuata un’occasione persa, fu quando il governo Monti (attaccato invece a sproposito per la riforma Fornero), rifiutò gli aiuti europei utilizzati invece dalla Spagna, cedendo anche lui alla mistica del sovranismo. E poi nel tempo perso dal formidabile duo Enrico Letta-Fabrizio Saccomanni, mentre le varie situazioni stavano incancrenendosi. Il resto, e i miliardi di debito pubblico aggiuntivo, sono il frutto inevitabile non di un’Europa affamatrice, ma di una parte del sistema bancario sul quale si è campato per decenni, e che oggi alcune forze politiche vorrebbero spacciare come il miglior mondo possibile. Come d’altronde il resto dell’amarcord anti-euro e filo-lira. Non vedendo che il grosso delle banche italiane che stanno sul mercato è invece fuori dai guai; e che la corriera dell’Economist non è affatto precipitata.

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