Consigli validi da Fmi e Ocse per una classe politica ombelicale

L’Italia entra così nel terzo anno di crescita moderata, che proseguirà a un livello leggermente più basso nel prossimo triennio. Secondo il Fmi il miglioramento è dovuto in parte alle riforme del governo

Consigli validi da Fmi e Ocse per una classe politica ombelicale

Foto di Leonardo Rizzi via Flickr

Roma. Archiviate le elezioni amministrative e ridimensionato il timore di un’avanzata dei populisti, che in queste settimane di pre campagna elettorale i leader dei partiti moderati hanno tentato di arginare a colpi di populismo moderato (con le solite proteste contro Bruxelles e promesse di spesa in deficit), è forse il caso che la classe dirigente più responsabile del paese si soffermi sui compiti da fare, le riforme da completare e quelle da avviare. Un buon punto di partenza sono le indicazioni che provengono dal monitoraggio sull’Italia del Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall’Employment outlook dell’Ocse.

 

Il Fondo ha evidenziato un miglioramento delle prospettive dell’economia, con un pil in crescita all’1,3 per cento, quasi il doppio rispetto alle stime ad inizio anno dello 0,7 per cento. L’Italia entra così nel terzo anno di crescita moderata, che proseguirà a un livello leggermente più basso (l’1 per cento) nel prossimo triennio. Secondo il Fmi il miglioramento è dovuto in parte alle riforme del governo, ma anche grazie a fattori esterni favorevoli come la politica monetaria accomodante della Bce e il costo basso del petrolio. 

 

Ma l’economia italiana ha ancora tanti problemi strutturali, da un debito pubblico elevato che non lascia spazio fiscale in caso di nuova crisi alla fragilità del sistema bancario, senza considerare l’incertezza politica e un livello di reddito pro capite ancora lontano dai livelli pre-crisi. Pertanto la ripresa economica non dovrebbe essere vista dalle forze che si candidano a governare il paese come un’occasione per allentare i cordoni della borsa, ma come un’opportunità da sfruttare per completare il percorso di riforme per mettere il paese su un sentiero di crescita sana e al riparo da eventuali choc esterni. Innanzitutto per il Fmi vuol dire maggiore responsabilità fiscale e leggero surplus di bilancio per tenere la bestia del debito pubblico sotto controllo, ma anche riforme strutturali: liberalizzazioni (il ddl Concorrenza è fermo da due anni, verrà approvato?), riforma della Pubblica amministrazione e risoluzione dei problemi bancari. Si tratta di questioni che sembrano al di fuori dell’agenda politica dei partiti, come le indicazioni del Fmi sulla spending review, sul completamento del Jobs Act e su una riforma che sposti la contrattazione collettiva a livello aziendale per legare i salari alla produttività.

 

Questi temi sono stati toccati anche dall’Employment outlook dell’Ocse che mostra un mercato del lavoro il leggero miglioramento, con un tasso di occupazione medio tornato ai livelli pre-crisi dopo quasi dieci anni e un tasso di disoccupazione in lenta discesa. Ma le notizie positive si fermano qui, perché il tasso di disoccupazione è all’11 per cento è tra i più alti dell’area Ocse e, cosa più importante, il tasso di occupazione è fermo al 50 per cento, terzo più basso tra i paesi Ocse e lontano una decina di punti dalla media. Anche l’Ocse dice di continuare lungo la strada del Jobs Act e chiede come il Fmi di andare verso una riforma della contrattazione collettiva ancora troppo rigida e centralizzata. Rispetto a Washington le posizioni di Parigi sulla contrattazione collettiva sono storicamente più prudenti e meno radicali, ma entrambi gli organismi indicano la stessa direzione: potenziamento e prevalenza della contrattazione aziendale. Anche perché l’Italia è uno dei pochi paesi mediterranei a non aver affrontato a dovere questo punto, che invece è stato al centro delle riforme del lavoro in Spagna, Portogallo, Grecia e adesso anche dell’agenda Macron in Francia. E’ su questo terreno che le forze cosiddette responsabili dovrebbero spostare il confronto politico. Se c’è una lezione che arriva dalla vittoria di Emmanuel Macron è che i populisti non vanno combattuti con il populismo moderato, ma con il riformismo radicale.

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