L'austerità maestra

La disciplina dei conti è fondamentale per politica e società. Lezioni per l’Italia

L'austerità maestra

Pubblichiamo la conclusione del saggio “L’austerità fa crescere - quando il rigore è la soluzione” (Marsilio Editori, pp. 160, 16 euro) dell’economista Veronica De Romanis. Il saggio sgombra il campo dai pregiudizi smontando tutti gli argomenti contro l’austerità, riassumibili negli aggettivi che sovente l’accompagnano: eccessiva, recessiva, imposta, ingiusta, inutile e responsabile dell’ascesa dei populismi.

 


 

Dopo oltre cinque anni di quella che può essere definita a pieno titolo la peggiore crisi dal dopoguerra, a partire dal 2015 l’Europa è tornata a crescere. Il tasso medio di sviluppo si è attestato fra il 2015 e il 2016 al 2 per cento, un buon risultato che si avvicina alla performance dell’area statunitense. Il valore medio, però, non deve trarre in inganno. La crescita nel vecchio continente non è affatto omogenea: ci sono paesi che procedono a ritmo sostenuto e altri che invece faticano a raggiungere i livelli di ricchezza pro capite registrati prima del 2008. Le ragioni di queste differenze risiedono naturalmente in svariati fattori che hanno a che fare con le peculiarità delle singole nazioni: politiche del lavoro, livelli di competitività, fisco, sistema della giustizia e dell’istruzione, efficienza dell’amministrazione e, soprattutto, stato delle finanze pubbliche. Dai più recenti dati emerge come le economie che hanno aderito a piani di aiuti finanziari e che, di conseguenza, hanno dovuto mettere in atto pesanti aggiustamenti fiscali, siano le più dinamiche: le performance positive di Spagna, Irlanda e Portogallo lo dimostrano. Persino la Grecia, che sta tuttora affrontando il terzo salvataggio, mostra una timida ripresa, che dovrebbe rafforzarsi nel 2017.

 

 Francia e Italia hanno invocato la fine dell'austerità che, in realtà, non c'è mai stata e hanno fatto dell'euro un capro espiatorio

A essere in difficoltà sono le economie che non hanno messo i conti in ordine: per esempio la Francia e l’Italia, quest’ultima, in particolare, vero e proprio fanalino di coda in Europa. I provvedimenti in materia economica comportano inevitabilmente conseguenze politiche: come abbiamo visto, in Francia e in Italia, le misure fiscali espansive attuate non hanno impedito l’ascesa dei movimenti populisti. Dal canto loro, i governi – Renzi in Italia e Hollande in Francia –, invece di contrastare queste spinte, le hanno inseguite: da una parte, hanno invocato la fine dell’austerità, che in realtà, come ricostruito [nel libro], non c’è stata – o almeno non in questi paesi –; dall’altra, si sono rivelati tiepidi sostenitori del progetto dell’euro, divenuto un perfetto capro espiatorio. A difenderlo sembra essere rimasto solo il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. “L’euro è irrevocabile, così prevede il Trattato”, ha ribadito nel febbraio 2017 rispondendo a un eurodeputato 5 del gruppo Enf, la formazione fortemente critica dell’Europa che riunisce la Lega Nord di Matteo Salvini, il Front National di Marine Le Pen e il Partito per la Libertà di Geert Wilders. A scanso di equivoci, Draghi lo ha ripetuto due volte, prima in italiano e poi in inglese, mostrando così di non rivolgersi unicamente al suo connazionale ma all’intera platea anti euro che siede nel Parlamento di Bruxelles, la più numerosa di sempre. Il messaggio è chiaro e inequivocabile: sulla moneta unica non si torna indietro, anche se, come ebbe a dire Carlo Azeglio Ciampi, l’euro non è certo “il paradiso”.

 

Aderire a un’unione monetaria, lo abbiamo più volte sottolineato, assicura stabilità, ma non è una condizione sufficiente per crescere: il ritmo di sviluppo dipende dalle scelte delle classi politiche nazionali. L’euro, infatti, “non protegge i paesi dalle loro decisioni”. Il motivo è semplice: la costruzione dell’Europa è – almeno per il momento – un disegno ancora da completare. Così, in mancanza di una vera e propria integrazione, a cominciare da quella fiscale, la moneta unica ha bisogno di essere consolidata dalle regole contenute nel patto di Stabilità e crescita e dalle riforme strutturali che rafforzano il processo di convergenza degli stati membri. In molti casi, invece, le regole non sono state rispettate, le riforme sono rimaste incompiute e i livelli di crescita e competitività ne hanno risentito, senza tuttavia che la colpa possa essere ascritta alle istituzioni comunitarie. Quando si afferma, per esempio, che per combattere i populismi occorre fornire “risposte europee” ai cittadini che chiedono un’occupazione, forse si dimentica che, finché il mercato del lavoro è una prerogativa nazionale, queste risposte non possono che arrivare dagli stati, non certo da Bruxelles. Pertanto, se in Italia la disoccupazione giovanile nel 2016 sfiora il 40 per cento, mentre in Germania è al 7 (e in calo), la responsabilità non può essere addossata all’Europa. Inoltre – ed è un argomento troppo spesso sottovalutato –, a un percorso di riforme e di consolidamento fiscale non si sfuggirebbe neanche fuori dall’area dell’euro, con l’aggravante, in tal caso, di dover attuare misure ben più complesse, dal momento che non si potrebbe contare sull’aiuto degli altri partner europei (tramite il fondo Salva-Stati, per esempio) e soprattutto più costosi, perché i tassi d’interesse sarebbero ben più elevati di quelli “calmierati” dal programma di Quantitative easing attivato nell’ultimo biennio, la partecipazione al quale è condizionata all’adesione alla moneta unica. A conti fatti, dunque, non sembrano esserci alternative agli interventi strutturali che danno impulso alla crescita e all’austerità “buona”, che taglia le spese improduttive; a maggior ragione per una nazione come l’Italia, che ha accumulato nel tempo un enorme stock di debito. Ridurlo dovrebbe costituire una priorità nell’agenda politica dei prossimi governi, perché un livello così elevato rende il paese vulnerabile a ogni picco d’instabilità nei mercati finanziari. Senza dimenticare – ed è forse l’aspetto decisivo – che con un tale debito sulle spalle non si va lontano.

 

L'austerità è dimostrazione di etica pubblica e serietà nelle scelte di governo. E se ben congegnata, è persino rivoluzionaria

Se la diagnosi è chiara, ben più difficile appare la prognosi. La strada da percorrere è ancora lunga, anche perché, come descritto nelle pagine di questo libro, strumenti come quelli messi in campo finora – Spending review, privatizzazioni e riforme –, mal strutturati e implementati, hanno avuto un impatto davvero limitato. Sarebbe difficile, d’altronde, pensare che, dopo lo slancio iniziale, si possano fare passi avanti in un paese che si trova in perenne campagna elettorale: cominciata nella primavera 2016 con lo scontro sul referendum costituzionale, proseguita con le dimissioni di Matteo Renzi, l’insediamento di Paolo Gentiloni e la rincorsa alle prossime elezioni, di fatto non si è mai conclusa. La politica ha così monopolizzato il dibattito pubblico: i partiti discutono (o meglio litigano) di legge elettorale, di sistemi proporzionali sul modello tedesco o spagnolo, di scissioni, congressi e luoghi di “contendibilità”, temi che risultano del tutto incomprensibili alla maggioranza dei cittadini e che soprattutto sono ben lontani dalle reali urgenze del paese. All’assemblea del Partito democratico del 19 febbraio 2017, per esempio, Matteo Renzi ha centrato il suo discorso di apertura sul termine “rispetto”, riferendosi a quello dovuto alla comunità dei dirigenti, dei sindaci, del governo; nulla invece sul rispetto verso i cittadini, i disoccupati, le donne. In quei quarantuno minuti non ha mai pronunciato la parola “giovani”, ha citato due volte il lavoro (in relazione alle potenzialità del terzo settore); la “crescita” è comparsa un’unica volta, quasi in conclusione, a giustificare il desiderio di tornare a “essere keynesiani”, ossia utilizzare la spesa pubblica quale leva per lo sviluppo economico, come del resto è stato fatto, con esiti poco confortanti, nell’ultimo triennio. Al debito pubblico, all’urgenza di ridurlo, alla responsabilità della classe politica che ha scaricato sulle future generazioni un pesantissimo fardello, neanche un accenno. Eppure, invertire la rotta del debito pubblico sarebbe fondamentale anche sul piano dei rapporti dell’Italia con l’Europa: contribuirebbe a consolidare la posizione del governo di Roma agli occhi degli altri partner, rafforzandone il potere negoziale in una fase di grandi cambiamenti. Gli impegni da portare a compimento sono ancora molti: resta da completare l’unione bancaria con l’attuazione del terzo pilastro, quello della garanzia unica sui depositi, così come è ancora da decidere in che modo strutturare il ricorso agli eurobond, cruciali per lo sviluppo dell’Europa, e in particolare per l’Italia. L’introduzione di questi strumenti di debito pubblico europeo, di cui si parla ormai da tempo, richiede l’accordo di tutti i paesi, quelli virtuosi e quelli che hanno reagito alla crisi finanziaria con un vigoroso programma di riforme e risanamento delle finanze pubbliche. Gli uni e gli altri chiedono, però, ai governi fortemente indebitati – in primis il nostro –, di interromperne la dinamica crescente con azioni correttive incisive e credibili. In buona sostanza, prima della condivisione dei rischi, reclamano una riduzione dei rischi stessi. L’attuazione di politiche di austerità volte a diminuire il debito pubblico, infine, conferirebbe all’Italia maggior potere anche nelle trattative rispetto alla questione che Angela Merkel, al vertice di Malta del febbraio 2016, ha definito “vitale per l’Unione”: l’Europa a due velocità. La proposta nasce dalla constatazione che, a fronte delle nuove sfide, quali l’immigrazione e il terrorismo, l’Ue deve necessariamente dotarsi di procedure e strumenti per rispondere in modo tempestivo e unitario. L’esperienza ha dimostrato che molte decisioni sono state frenate – per non dire ostacolate – dai diktat di una minoranza di membri. Nella primavera 2015, per esempio, diversi stati dell’est si sono detti contrari alla distribuzione di quote di migranti, a cominciare dall’Ungheria, che, per voce del suo presidente Viktor Orbán, ha dichiarato di voler esercitare il veto contro il “rospo delle quote obbligatorie” in quanto “irresponsabili”. Il progetto è stato così accantonato, almeno per il momento, mentre il problema dei flussi migratori è ancora lungi dall’essere risolto. L’idea di un’Europa a due velocità, seppure ancora allo stato embrionale, intende far fronte a questo immobilismo. L’obiettivo è rafforzare l’integrazione su temi come la difesa comune, la sicurezza, il controllo delle frontiere con tutti i paesi che sono disposti a farlo, e l’Italia può e deve essere in prima fila. Chi, invece, non è pronto a cedere parte della propria sovranità, sarà libero di fare un passo indietro o semplicemente di non farne nessuno in avanti, senza vedersi costretto a intraprendere strade che portano a soluzioni drastiche come l’uscita dall’Unione europea. In futuro, questo metodo, che alcuni osservatori chiamano “a cerchi concentrici” o “à la carte”, potrebbe essere esteso anche ai dossier economici: si potrebbe ipotizzare, per esempio, di passare da un’unione monetaria con diciannove diverse politiche di bilancio a una monetaria e fiscale nella quale siano inclusi però solo gli stati a cui si riconoscono i parametri e le caratteristiche per prendervi parte a pieno titolo. Se l’Italia vuole ambire a rientrare nel gruppo di testa di una tale compagine, non può più rimandare l’aggiustamento del debito, anche perché c’è da aspettarsi che gli “esami di ammissione” non saranno per niente facili.

 

A conti fatti, dunque, seguire politiche di rigore, arrestare la corsa del debito e quindi mettere ordine nelle finanze pubbliche, è fondamentale sotto molteplici aspetti: per lo sviluppo, per l’occupazione – di oggi e di domani –, per contare in Europa. C’è, infine, un altro aspetto che potremmo definire identitario e attiene alla costruzione di un nuovo senso di cittadinanza che deve far riferimento a una diversa cultura economico-finanziaria. L’austerità – intesa come sobrietà nel modo di governare – è una risorsa preziosa per i cittadini. Può tradursi in un efficace esempio di educazione civica. Rafforza il capitale sociale formato da interessi e legami collettivi. Fa crescere un’amministrazione intelligente e consapevole. Tutela il territorio e valorizza il patrimonio culturale. Chi conosce il limite delle risorse ha infatti una maggiore consapevolezza assicurativa e diffida degli sprechi, ne stima la pericolosità. In sintesi, l’austerità è una dimostrazione di etica pubblica e di serietà nelle scelte di governo. Significa dire la verità sulle condizioni reali del paese e occuparsi dei più deboli, le vere vittime della propaganda e del conformismo. Non è allora una politica miope e ingiusta, bensì una scelta che coniuga al meglio responsabilità e solidarietà. Se ben congegnata, è persino rivoluzionaria.

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Commenti all'articolo

  • Nambikwara

    Nambikwara

    03 Giugno 2017 - 19:07

    Che dire? Semplicemente brava: se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Che bello il semplice che fà capire il complesso: spero che i politici la leggano e si attivino di conseguenza; ahimè ho molti dubbi in merito.

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  • luigi.desa

    03 Giugno 2017 - 16:04

    Sarà che una comunione monetaria porta bene ,ma io da semplicotto exprt manager di una azienda molto conosciuta nel mondo fui licenziato perchè quando l'Italia entrò ,alla fine degli anni 1970 ,nel serpentone monetario SME mi ritrovai con i listini per l'estero con prezzi raddoppiati al minimo .Quelli che si incazzarono di più in Europa furono i tedeschi ( era il nostro miglior mercato con una inflazione all'1,5% e noi al 17) che avevamo tenuti buoni senza aumenti con le solite svalutazioni. Passammo da 1 mld e mezzo a 400 mln. Viva la comunione monetaria ma io ci rimisi il posto . Cara Veronica i teorici sono solo grandi paraculi,con rispetto parlando.

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  • giantrombetta

    03 Giugno 2017 - 09:09

    Regalate il libro a Matteo Renzi, prima di Natale e soprattutto prima delle elezioni affinché la smetta, per il bene suo e degli italiani che vorrebbe governare, di far campagna elettorale all'insegna della guerra alla perfida austerità dell'Europa. E la smetta di raccontarci che il nostro futuro di crescita e' legato non già alla messa a posto dei nostri conti disastrati da un debito ormai insostenibile, ma al buon esito delle nostre suppliche ora bellicose ora piagnucolose a Bruxelles per rinnovati ed ampliati margini di flessibilità debitoria. Le lagne verso quell'Europa che soprattutto grazie alle elargizioni generose di Draghi fino ad oggi ci ha salvato o almeno consentito di sopravvivere le lasci ai populisti sfascisti sovranisti o come diavolo li si voglia definire. E pensi piuttosto a ciò che dovremo fare all'indomani del voto quando si chiuderà l'ombrello della Bce sui nostri titoli pubblici che riempiono pure i forzieri delle banche alcune delle quali da tempo sotto ossigeno

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    • mattia

      04 Giugno 2017 - 11:11

      È una crisi di debito privato non di debito pubblico! Tagliando la spesa pubblica tagli i salari, i consumi e quindi il lavoro.

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